un semplice incidente regia di Jafar Panahi Iran, Francia 2025
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un semplice incidente (2025)

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locandina del film UN SEMPLICE INCIDENTE

Titolo Originale: YEK TASADEF SADEH

RegiaJafar Panahi

InterpretiVahid Mobasseri, Mariam Afshari, Ebrahim Azizi, Hadis Pakbaten, Majid Panahi, Mohamad Ali Elyasmehr, George Hashemzadeh, Delmaz Najafi, Afsaneh Najm Abadi

Durata: h 1.44
NazionalitàIran, Francia 2025
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 2025

•  Altri film di Jafar Panahi

Trama del film Un semplice incidente

Padre, madre e figlioletta percorrono di notte una strada in auto quando un cane finisce sotto le ruote. Ciò provoca un danneggiamento al veicolo che costringe ad una sosta per la riparazione temporanea. Un uomo che si trova sul posto cerca di non farsi vedere perché gli è parso di riconoscere nel conducente dell'auto un agente dei servizi segreti che lo ha sottoposto a violenza in carcere. Riesce successivamente a sequestrarlo ed è pronto a seppellirlo vivo quando gli viene il dubbio che si tratti di uno scambio di persona. Cercherà conferme in altri che, come lui seppure in misure diverse, hanno subito la ferocia dell'uomo.

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Voto Visitatori:   7,11 / 10 (14 voti)7,11Grafico
Palma d'oro
VINCITORE DI 1 PREMIO AL FESTIVAL DI CANNES:
Palma d'oro
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Voti e commenti su Un semplice incidente, 14 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Thorondir  @  02/04/2026 12:32:32
   6 / 10
La cosa più apprezzabile dell'intero lavoro è il coraggio di Panahi nel girarlo. L'atto politico in sé è decisamente più potente e condivisibile dell'opera: perché "Un semplice incidente" è l'ennesimo film sull'Iran girato per gli occidentali. Un paese complessissimo ridotto a sociologia binaria dei buoni e cattivi, con tutto il corredo di propaganda a fare da contorno. Attenzione: qui non si vuole difendere l'attuale sistema al potere in Iran, si contesta che basti raccontare semplicisticamente un mondo complesso per fare un grande film. Perché al di là di una costruzione narrativa in crescendo che però si perde per strada tra forzature e improbabilità, tutta la vicenda è di un banale binarismo semplificatorio: il cattivo lo vediamo praticamente solo di notte e con il solito uso simbolico del rosso (come a dire, "questo è il volto del potere, oscuro e macchiato di sangue") mentre i buoni non vogliono essere come "loro", indugiano, hanno fisime morali, accorrono a salvare madri incinte, comprano dolcetti, ecc. Insomma, se è lecito (e anzi doveroso) aspettarsi da Panahi un film eminentemente politico, lo è meno dover accettare una tale banalizzazione politica e cinematografica. Mi spiace, ma al cinema di Panahi continuo a preferire l'ambiguità stratificata e sfaccettata di un Farhadi.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  26/03/2026 15:44:23
   8 / 10
Un film dalla struttura di base piuttosto semplice, eppure capace di essere complesso per le implicazioni che mette in gioco. Ci troviamo di fronte ad una reazione a catena derivata dal ricordo. Il cigolio di una protesi, il passo strascicato, una voce che sembra familiare, dolorosamente familiare perché innesca il ricordo della prigionia, della tortura e delle conseguenze tragiche di un esistenza marchiata da quell'esperienza. Un gruppo di persone hanno avuto a che fare con quell'uomo prigioniero, presunto ex torturatore di regime, ma si ritrovano dall'altra parte della barricata. Adesso sono loro a decidere del suo destino. Il sempre labile confine tra desiderio di giustizia o di vendetta. Usare o meno gli metodi che hanno subito per mesi interi in prigione, senza però avere la piena sicurezza di avere effettivamente nelle mani colui che è stato il loro aguzzino. Un dilemma pieno di saliscendi a livello etico e morale e con un finale aperto realmente efficace. Un Panahi ai suoi livelli migliori.

Chemako  @  22/03/2026 06:13:37
   6½ / 10
Per noi occidentali il tema del film forse è poco sentito ma comunque è rappresenta il dramma di un popolo… il film di per sé scorre…

Goldust  @  19/03/2026 17:24:59
   7 / 10
Non posso dire sia un film che mi ha entusiasmato ma di sicuro è un'opera che a fine visione fa pensare, e questo è già tanto. Il racconto è molto lineare e mescola un grottesco quasi involontario ( i protagonisti sono sostanzialmente dei poveracci ed alcune situazioni, come il book fotografico matrimoniale lasciato a metà, mette gustosamente già contro marito e moglie ) con una storia passata dolorosissima fatta di violenze e prevaricazioni, che piano piano viene scoperta col dispiegarsi degli eventi. Non si perde mai di vista l'umanità ed è questo il valore che alla fine viene esaltato nel lavoro di Panahi, bravo nel giostrare personaggi che hanno forza e dimensione morale non comuni. Il piano sequenza finale porta al suo culmine il dramma umano di questo variegato gruppetto di antieroi anche se forse la scena migliore

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topsecret  @  17/03/2026 15:28:28
   7 / 10
Forse il migliore dei film che ho visto diretti da Panahi, sempre abile dietro la macchina da presa, nel mettere in evidenza quel senso di incertezza e di denuncia che in una società come quella iraniana è ormai la normalità.
Un buon film che incorpora varie dinamiche di altrettanti personaggi in cerca di conferme, di vendetta o di "semplici" scuse, prigionieri di un passato doloroso che a fatica tentano di accantonare per tornare alla loro normalità.
Diretto e interpretato bene, UN SEMPLICE INCIDENTE ha le capacità giuste per intrattenere e coinvolgere chi guarda, mettendogli davanti scelte, dinamiche, sensazioni contrastanti che invitano alla riflessione e regalano una visione ben tratteggiata, lineare e funzionante nel suo complesso così come nell'epilogo.
Ancora una volta Panahi realizza un buon prodotto che vale la pena vedere.

TheLegend  @  15/03/2026 23:01:23
   6 / 10
Film che non mi ha coinvolto particolarmente, con molti momenti noiosi.
Le interpretazioni non mi hanno convinto.

BlueBlaster  @  13/03/2026 13:44:25
   6½ / 10
Un buon film che merita di essere visto proprio in questo periodo di guerra contro l' Iran...
Devo dire che inizio e soprattutto il finale mi hanno convinto ma il problema sta nel mezzo con qualche momento che gira un pò a vuoto.
Inoltre la recitazione, tranne che per i due protagonisti-antagonisti maschili, l'ho trovata terribile...poco plausibile e teatrale ed uno dei motivi per cui non do un voto più alto.
Insomma è un bel soggetto sviluppato non troppo bene secondo me.

Mauro@Lanari  @  04/03/2026 03:30:30
   5 / 10
E 3. Gl'ultimi film di Garland, Bigelow, Panahi sconfessati dalla cronaca: negli States la guerra civile non sta andando come previsto, idem il rischio di 3a GM e l'attacco in Iran. Arroccat'in una dimensione che non attiene alla nostra, autori e giurie festivaliere palesano una sconcertante pochezza di lungimiranza, meno attuali che mai quant'il podcast e la trasposizione teatrale di Cecilia Sala cronicamente d'aggiornare. "Ti sei messa in un modo che mi ricorda tanto uno spettacolo che avevamo visto insieme, quello con solo un albero..." "Era 'Aspettando Godot'." "Giusto, Shiva [...] è arrivato il momento in cui si deve agire, non bisogna aspettare qualcuno che fa il miracolo [...] Siamo in guerra, noi. Non si scherza, la regola è una: o uccidi o vieni ucciso. Vi è chiaro questo?" ("From afar, you reminded me of that play we saw with just a tree." "'Waiting for Godot'." "It's up to us to take ourselves in hand, no use waiting for a miracle [...] Shiva, we are at war. This is no joke. If you don't kill, you get killed."). I dilemmi morali concreti e impellenti sono questi, da sciogliere non sul set ma sul campo bellico mentre s'apprezza il color oro dei nuovi tendaggi alla Casa Bianca. Poi qualcuno mi spieghi perché le vittime si decidono a interrogare il carnefice o chi per lui (la figlia) solo alla fine.

gianni1969  @  27/02/2026 02:39:14
   9 / 10
Bellissimo,raccontato divinamente,il migliore o almeno tra i migliori della stagione

VincVega  @  10/01/2026 10:27:14
   8 / 10
Si rimane un attimo straniati dalla parte iniziale, non si capisce dove vada a parare, ma poi c'è un cambio di ritmo quando si arriva nel deserto. Il coinvolgimento diventa sempre più evidente, il lavoro sottotraccia del regista è minuzioso, gli attori danno prova di grande bravura. Il dubbio se sia quell'uomo oppure no attanaglia non solo i personaggi ma anche noi spettatori, fino alla parte finale di grande impatto. Forse il miglior film del 2025.

Light-Alex  @  25/12/2025 10:03:44
   6½ / 10
La lettura del film mi si è sbloccata quando ad un certo punto in uno scambio di battute due personaggi si dicono "sembra di stare in -Aspettando Godot-".
In effetti questa è un'ottima chiave di lettura del film e probabilmente un riferimento al quale è stato ispirato.

Le vicissitudini di questo buffo e mal assortito gruppo di protagonisti in effetti ruotano in tondo per tutto il film e dopo un po' è chiaro che più che risolvere la vicenda, i protagonisti devono "risolvere" loro stessi e metabolizzare quello che hanno vissuto, piuttosto che cercare la soluzione esterna che li liberi del peso che si portano dietro.

Il film pecca forse solo di voler ad un certo punto mettere troppa carne al fuoco. Se avessero voluto solo mantenersi sul tono commedia paradossale agrodolce, forse sarebbe stato più efficace.
Invece nel finale si mette sul piatto il tema del perdono, della colpa condivisa tra esecutori e mandanti, dell'umanità e della vendetta che disumanizza. Forse un po' troppo volume di temi per un film che comunque per buoni 3/4 resta su dei toni da commedia.

Ad ogni modo, sicuramente un modo intelligente e diverso di raccontare una situazione drammatica di un paese.

Invia una mail all'autore del commento cinemaincompagn  @  12/12/2025 11:16:41
   8 / 10
COMMENTI
Unico regista con Antonioni e Altman a vincere a Venezia, Berlino e Locarno girando i film nell'illegalità, essendo stato prigioniero nel carcere citato nel film. Questo è il primo film da uomo libero E primo film in cui non recita.
Presenza dell'auto che torna come in "Taxi Teheran" (dove Panahi rompe il discrimine tra documentario e film). Per i premi certe volte c'è la sensazione che noi occidentali abbiamo un senso di colpa nei suoi confronti anche se i film sono eccezionali. È difficile da accettare qui come in "La storia di Souleymane" la commedia ("black comedy").
Sulla linea di Kaurismachi e anche di un certo primo Jarmusch.
Sconvolge: questa cosa Perché è molto più semplice girare film drammatici La forza straordinaria Panahi è riuscire a infondere vita senza scadere in banali moralismi. Dispiace il doppiaggio perché manca la lingua iraniana.
Parla del regime iraniano che toglie la libertà con un linguaggio quasi leggero, un po' paradossale, da commedia. Mi ha colpito la descrizione di una società totalmente corrotta trasmessa come normalità, una situazione per noi distante anni luce. Il modo di raccontare suscita un po' di sconvolgimento e invece la scelta di trattare con leggerezza invece di andare giù duro rende tutto più realistico.

Non confondere Il funzionario con il regime perché fa quello che il regime dice …

… è Anna Arhendt "la banalità del male" …

… ma si aggiunge che sono le persone che fanno il regime …

… tu sei il potere, lo amministri potere però ti accorgi che se ti metti dall'altra parte della barricata sei fatto fuori …

… lo switch lo crea il fatto che ora è padre , è toccato intimamente da questa cosa quindi c'è qualcosa che sovrasta la stessa fede che è la paternità …

… alla fine dice siamo tutti uguali, se tu stessi dalla mia parte ti comporteresti nello stesso modo. La banalità del male alla fine tende a giustificare.

Come interpretate il finale nel quale mi aspettavo succedesse qualcosa

Caratteristica dei film fatti in quelle zone è non avere inizio e fine forse per un racconto ordinario.

Nella camminata finale si sente il senso di terrore non vedendo il carnefice come non lo vedevano loro nel carcere e così si recupera tutto il dramma perso nella commedia. E' potentissimo perché esplode nel finale non vedendo paradossalmente l'assassino …

… è il rinvio a tutto quello che hanno vissuto: paura, terrore, fobie


Colpito dal fatto che abbia portato la moglie in ospedale e che abbia fatto nascere il figlio è come se volesse far capire che in fondo non ha l'obiettivo di ammazzare se fa queste cose. Vuol dire che dentro c'è qualcosa di umano, un'umanità riconosciuta dal nemico e capisce di non poterlo ammazzare.

"Gamba secca" dice di essere anche lui una vittima, accettando atti disumani prima con ribrezzo e poi facendoci l'abitudine …

… la vittima rischia di essere uguale al carnefice come gli dicono gli altri

C'è un briciolo di umanità Che resiste e accomunar però come accomuna la vendetta. E' aperta la questione se vince l'umanità o vince l'uomo come è.

Il mondo è diviso in due vittime e carnefici. e non puoi scambiarti: se sei vittima rimani vittima, se sei carnefice rimani carnefice Non credo che ci sia possibilità di cambiamento.

Le dinamiche innescate nelle vittime sono dinamiche da carnefice. La vita del carnefice era da torturatore, non da assassino. Il problema è essere entrati in una inquietante simbiosi con una dinamica osmotica. Nel finale sentiamo solamente i passi …

.. a me sembra solo furbizia del torturato per salvarsi …

… per un 51% ci si sbilancia a pensare un forse ha commesso qualcosa alla famiglia i cui rumori smettono e poi l'audio sfuma e poi si interrompe …

… il loro ricordo è auditivo perché non l'hanno mai visto …

… è peggio che esser ammazzati perché è un mondo di terrore.

Penso che l'atto di umanità compiuto commuovendosi alla richiesta di aiuto ha un po' spiazzato tutti quanti ed ha cambiato la posizione per cui il desiderio di vendetta si è trasformato.

Il film è un omaggio del regista ai suoi compagni di prigionia. È mostrato come ognuno ha reagito in maniera diversa.

Vittime e carnefice piangono insieme perché l'unica possibilità di cambiamento è un perdono o forse una ripresa di umanità che va al di là del regime.

I personaggi rappresentano le varie classi della società come rappresentazione della complessità di una società tradita dalla propria fede che prometteva un paradiso in terra, una società diversa nuova, più giusta. Il tradimento del regime è al cuore della fede delle persone. E solo riconoscersi con un cuore può far combattere il regime.

A me è sembrato che si fossero stancati di farsi del male, non è sembrata voglia di perdono. Non credo nella realizzazione del perdono, credo di più allo sforzo comune di capire che quel modo di usare una fede è contro la persona. In un attimo il carnefice diventa pentito, senza nessun un passaggio cinematografico, all'improvviso. Per me non è il reciproco perdono, ma la consapevolezza di essere sulla stessa barca.

Questa è motivazione che seduce noi occidentali arrivando al premio a Cannes, per quel modo di trattare l'argomento senza pesantezza, con leggerezza che ci seduce. La bellezza della sua cinematografia è far entrare nel realismo, nella realtà iraniana che noi non conoscevamo. "Tutti sanno dell'acquario tranne il pesce rosso". Panahi si comporta come un pesce rosso che sa dell'acquario e lo filma.

Penso che questo anziano signore sia al giro di boa chiedendo quanto ancora può durare questo folle regime e come noi ci vogliamo immaginare l'avvenire: ci sono due matrimoni, cioè l'avvenire e il film si sta implicitamente chiedendo quanto ancora può durare questo delirio; la stanchezza è vera. I primissimi film sono durissimi con un senso che viene meno (l'orecchio, la vista, il buio, la sordità) tendendo a creare un senso di inquietudine. Panahi cerca di uscire dal cerchio dell'inquietudine per immaginare, chissà, qualcosa che può venire.

Nel finale con il rumore dei passi ho avuto la sensazione che ci fosse solo il ricordo, cioè l'incubo dei passi che non è andato via …

… un aspetto onirico.

Volevo osservare un punto di vista tecnico. per quale motivo i piani sequenza lunghissimi? Bravissimi gli attori perché c'è un montaggio minimale. È una scelta stilistica particolare. Mi chiedo che, come mai questa scelta perché un po' appesantisce. È come se si volesse sottolineare i dialoghi, le situazioni allungando senza cambiare l'inquadratura.

Qual è il motivo dei piani sequenza, in fondo? È scalfire la verità attraverso lo sguardo, la parola, l'atteggiamento del personaggio. Questa è una scelta registica.

Lego l'osservazione alla citazione di "Aspettando Godot". Forse il senso è che questa stanchezza di stare in una situazione sociale del genere probabilmente esprime un'incapacità di identificare qual è la speranza. Però qualcosa deve accadere! C'è l'attesa nella speranza di una staticità.

C'è la necessità di un processo ai regimi totalitari, non sempre successo nella storia. Il regista ha scritto fa i film per denunciare il regime. Ma un conto è denunciare magari mostrando piaghe, ferite, sangue. Un altro conto è denunciare richiamando la necessità di coscienza e di processare, di mettere alla berlina e mettere come imputato il regime legandolo al fatto che è fatto di persone: non è un'entità astratta il potere. È fatto da persone fisiche.

Ritengo che la parte centrale del film sia quando nella zona desertica stanno tutti quanti insieme sotto l'albero appassito, quasi morto, e ognuno dice la sua, identificando un pensiero diverso dall'altro. È proprio centrale ad evidenziare la necessità di un confronto comunque sereno; chi più violento verbalmente, chi più irruento, chi più pacato, con varie sfaccettature e personalità di affrontare la realtà. Quello è proprio un aspetto centrale di tutto il film. E da lì poi, secondo me, il tema filo conduttore è la dicotomia tra azione e reazione. Prima la meccanicità della reazione al vissuto ed alle piaghe che non si vedono ma ci si sonio. Però poi subentra l'azione. La reazione è un impeto emotivo, risposta all'evento esterno subito. L'azione invece è meditata, riflessiva: ti fermi, blocchi l'emotività e subentra invece un'azione meditata, riflessiva e di confronto. È bellissimo ciò che ha costruito il regista: non un solo confronto, ma a quattro, a cinque, di diversa natura. Fermiamoci, confrontiamoci, scanniamoci pure verbalmente, alziamoci le mani, mandiamoci a quel paese, ma cerchiamo di essere umani e non bestie che si scannano tra di loro. La reazione è bestiale perché agisce di pancia, l'azione è avere l'intelletto, la ragione e usarla. Questo è l'invito su uno sfondo di commedia quasi comica, come le commedie italiane degli anni sessanta. Può sembrare forzato il paragone, però ogni difficoltà è una difficoltà, con le sue proporzioni, però visto in termini di commedia e non in termini hollywoodiani col sangue ...

Aggiungo che probabilmente mettersi insieme a confrontarsi fa parte della nostra cultura, non della loro. C'è un punto di svolta in cui, come un'ideale adesione ai principi per noi scontati, democrazia, confronto, rispetto a un tipo di società tribale, sostanzialmente divisa.

Questo è quello che vogliono far vedere, ma poi sotto sotto l'uomo comune ha bisogno di portare il pane a casa, come il carnefice su una strada sbagliata con il finale pentimento. Ma Palestina, Giordania, Siria, Iran: parliamo delle stesse cose, perché tutti quanti abbiamo bisogno di portare il pane a casa, no? E quindi ecco l'uguaglianza, l'appiattimento, poi tutto il resto sono infrastrutture che ci vogliono costruire sulle nostre teste e influenzarci. Ma se togliamo queste infrastrutture, rimane l'essenza che è uguale per tutti.

In chiusura leggo un testo del Card. Pizzaballa dalla lettera alle Diocesi del Patriarcato di Gerusalemme.

"LA FINE DELLA GUERRA NON SEGNA NECESSARIAMENTE L'INIZIO DELLA PACE … RABBIA, RANCORE, SFIDUCIA, ODIO, DISPREZZO: "IL MISTERO DELL'INIQUITA'" (SAN PAOLO) E' INCOMPRENSIBILE … E' MESSA ALLA PROVA ANCHE LA FEDE … LA RELIGIONE MANIPOLATA … NON AIUTA AD ACCOSTARCI CON ANIMO RICONCILIATO AL DOLORE E ALLA SOFFERENZA DELLE PERSONE … L'ODIO E' UNA SFIDA … PER CHI VEDE … LA PRESENZA DI DIO NELLA REALTA' … DA SOLI NON SI COMPRENDE … OCCORRE TENERE FISSO LO SGUARDO SU GESU' … LA RESA DEI CONTI NON CI APPARTIENE … ANCHE SE LA GUERRA FINISCE IL CONFLITTO CONTINUERA' … LA TRAGEDIA UMANA AVRA' BISOGNO DI MOLTO TEMPO ED ENERGIE … IN UN LUNGO PERCORSO PER RICOSTRUIRE LA FIDUCIA, CONCRETIZZARE LA SPERANZA, DISINTOSSICARSI DALL'ODIO"

Concepire che la forza può risolvere i problemi degli stati e delle persone è un principio che si afferma sempre di più. Ciò distrugge quello che abbiamo osservato come possibilità di residuo di umanità. Non può essere un compromesso quello che ricostruisce l'umano, ma un avere presente una ipotesi di posti, luoghi e persone (come il meccanico che cambia idea) in cui ricominciare a partire dalla propria umanità. Non un progetto realizza la pace; la pace si costruisce cambiando. Possiamo lanciare questa ipotesi di lavoro.
Grazie. Alla prossima.

stratoZ  @  09/12/2025 15:29:59
   8 / 10
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

Il buon Jafar Panahi torna dal carcere e realizza uno splendido dramma sull'Iran odierno, un film intensissimo emotivamente e pieno di riflessioni etiche, partendo da un incipit semplicissimo, quello di un uomo che riconosce il suo meschino torturatore durante il periodo di prigionia, tramite un suono a lui familiare, quello della gamba finta, amputata anni prima, dopo che si era fermato a chiedere aiuto per un guasto alla macchina, rapendolo e volendo vendicarsi, da qui, dato che non lo aveva mai visto in viso perché bendato durante le torture, viene instillato il dubbio che non sia lui, è così che chiede aiuto ad altre persone vittime dell'uomo, per riuscire ad identificarlo con certezza.

Prima di tutto, tramite semplici ma efficacissimi dialoghi, Panahi descrive il disumano contesto della situazione nelle carceri iraniane, il protagonista è un semplice lavoratore che è stato arrestato e torturato per aver protestato contro la situazione a lavoro, portandosene le conseguenze per sempre, venendo danneggiato ai reni, al punto che viene chiamato "la brocca", perché sta sempre con la mano sul rene che gli fa male, ma lo stesso destino lo hanno subito anche gli altri personaggi, che si portano le conseguenze psicologiche delle terribili torture, sono minuziose le descrizioni di persone appese a testa in giù per tre giorni per ottenere una confessione, o che vengono trascinate strisciando per i corridoi del carcere, i momenti di confronto che si vengono a creare portano lo spettatore in uno stato di forte angoscia, che ogni tanto il regista decide di smorzare con una raffinata ironia, ma, come detto da diversi personaggi, la loro vita è stata già rovinata.

E poi c'è la tematica della vendetta, trattata benissimo e con diverse riflessioni, il protagonista parte con un impeto apparentemente irrefrenabile, cattura l'uomo e lo porta in mezzo al deserto, quasi seppellendolo vivo, poi il dubbio lo fa fermare ed il tempo che passa sembra attenuare i sentimenti negativi nei suoi confronti, ma anche gli altri personaggi a loro modo sono emblematici, dalla fotografa che sembra essersi lasciata la brutta storia alle spalle, salvo poi esplodere in uno dei monologhi più potenti del film, in cui l'emotività ed il rancore per quanto vissuto emergono prepotentemente, alla coppia in procinto di sposarsi, con lei che interrompe forse uno dei momenti più felici della propria vita per cercare una vendetta nei confronti del torturatore, fino all'uomo più inc4zzato sulla faccia della terra nei suoi confronti che vuole massacrarlo subito, da questa situazione si generano diverse riflessioni interessanti, come il cerchio di violenza, che alcuni personaggi vorrebbero chiudere, a che servirebbe vendicarsi? Solo a creare ulteriore odio ed alimentare la già tremenda situazione, ma farlo fuori salverebbe la vita ad altre persone? Probabilmente no, metterebbero un altro come lui o peggiore al suo posto, così come la differenziazione tra bene e male, il non voler essere come il proprio carnefice, l'etica superiore che rifiuta una vendetta violenta in perfetto conflitto con l'istinto di ripagare tutto il mal fatto, lo spettatore stesso è estremamente coinvolto in questo conflitto morale.

E poi c'è quella parte, quella umana, quella riguardante la moglie incinta e la figlia, che vengono aiutate dai personaggi anche in una situazione del genere, un'oasi di umanità in un film dai tratti strazianti, sembra quasi un piccolo momento di pausa che Panahi concede allo spettatore, in cui nonostante tutto l'empatia non sembra sparita, ed i personaggi mostrano la loro caratura, per evitare equivoci.

Per il resto, finale stupendo, con quell'inquadratura di spalle, poco da dire, film intelligente ed attualissimo, un'altra perla proveniente dall'Iran che si dimostra ancora una volta una nazione con un cinema di altissimo livello.

Gruppo COLLABORATORI Harpo  @  02/12/2025 14:08:13
   8 / 10
Dopo "Una battaglia dopo l'altra" (che è ovviamente un'altra cosa) e insieme a "La voce di Hind Rajab" e "Train Dreams", ad oggi, il più bel film della stagione che abbia visto. La storia è potente, impossibile non farsi domande e non entrare in empatia con i protagonisti. Ho apprezzato moltissimo la sua coralità, un po' meno certi piccoli eccessi teatrali, ma vabbeh, indubbiamente tanta roba.

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Recensione a cura di The Gaunt

NOSFERATU (2024)
Locandina del film NOSFERATU (2024) Regia: Robert Eggers
Interpreti: Lily-Rose Depp, Nicholas Hoult, Bill Skarsgård, Aaron Taylor-Johnson, Willem Dafoe, Emma Corrin, Ralph Ineson, Simon McBurney, Adéla Hesová, Milena Konstantinova, Stacy Thunes, Gregory Gudgeon, Robert Russell, Curtis Matthew, Claudiu Trandafir, Georgina Bereghianu, Jordan Haj, Kateřina Bílá, Maria Ion, Tereza Dušková, Liana Navrot, Mihai Verbintschi, Karel Dobrý, Andrei Sergeev, Matěj Beneš, Marek Pospíchal, Jan Filipenský, Alex East, Christian Dunckley Clark
Genere: horror

Recensione a cura di Harpo

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