mio zio regia di Jacques Tati Francia, Italia 1958
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mio zio (1958)

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locandina del film MIO ZIO

Titolo Originale: MON ONCLE

RegiaJacques Tati

InterpretiJacques Tati, Jean-Pierre Zola, Adrienne Servantie, Lucien Frégis, Betty Schneider, Jean-François Martial, Dominique Marie, Yvonne Arnaud, Adelaide Danieli, Alain Bécourt, Régis Fontenay, Claude Badolle, Max Martel, Nicolas Bataille, Pierre Étaix, Jean-Claude Rémoleux, Denise Péronne, Nicole Regnault, Édouard Francomme, André Dino, René Lord

Durata: h 2.00
NazionalitàFrancia, Italia 1958
Generecommedia
Al cinema nel Dicembre 1958

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Trama del film Mio zio

Mentre l'imperturbabile monsieur Hulot continua ad abitare in un pittoresco e caloroso quartiere popolare, sua sorella ha sposato il dirigente di una fabbrica di oggetti in plastica; la coppia ha un figlioletto, Gérard, che cresce in una casa ipertecnologica e zeppa di ogni moderna diavoleria. Gli sforzi dei parenti per adattare Hulot al loro stile di vita hanno esiti fallimentari: anzi, è proprio Gérard a dimostrarsi affascinato dallo scombinato e confusionario zio...

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Voto Visitatori:   8,29 / 10 (14 voti)8,29Grafico
Miglior Film Straniero
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Miglior Film Straniero
Premio speciale della giuria
VINCITORE DI 1 PREMIO AL FESTIVAL DI CANNES:
Premio speciale della giuria
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Voti e commenti su Mio zio, 14 opinioni inserite

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Gruppo REDAZIONE amterme63  @  06/11/2007 21:57:19
   8½ / 10
Con questo film Tati inizia la sua opera di dissacratore del modernismo. Lo scopo è quello di rivelarci come il tanto decantato benessere economico, l’omologazione della civiltà industriale, non portino assolutamente maggiore felicità o una qualità migliore della vita umana. Questo nuovo modo di vivere è quanto di più spersonalizzato e superficiale ci possa essere. Tutto è visto nell’ottica dell’apparenza esteriore e del rispetto di rigide norme regolatrici, lasciando niente alla libertà, ai sentimenti e alla fantasia umana. Questo fenomeno è colto nelle sue fasi iniziali e quindi Tati può ancora contrapporgli il mondo popolare francese che ancora riesce a sopravvivere. La critica viene quindi da un nostalgico del passato che non si ritrova nel “nuovo che avanza”. E’ pur sempre una critica molto ficcante e rivelatrice.
Seguendo questo schema, il film è ambientato in due mondi vicini ma completamente separati fra di loro. C’è il mondo provinciale, sonnacchioso, a misura d’uomo, con tutti che si conoscono e che si aiutano. E’ il mondo in cui i cani scorazzano liberi e i bambini giocano per strada burlandosi della gente e mangiando focacce fatte dagli ambulanti. Gli adulti come al solito fanno perno sull’osteria del paese. A differenza dei film precedenti, questo mondo non è visto in maniera ironica e satirica, prevale invece come una specie di celebrazione, di rivendicazione di genuità e naturalezza a fronte del nuovo mondo industriale che sta sempre più prevalendo (alcune inquadrature di casermoni che mangiano la campagna e vecchie case che vengono demolite). Monsieur Hulot ovviamente appartiene al vecchio mondo.
Grazie alla figura della sorella di Hulot (che non gli assomiglia per niente) facciamo conoscenza invece del quartiere bene, e qui Tati dà il meglio della sua arte satirica e sottilmente comica. La casa della sorella è esageratamente moderna, esageratamente tecnica e esageratamente pulita. L’ambiente diventa quasi surreale da quanto è geometrico e disumano (tutto fatto di plastica). Su tutto troneggia il kitch di una fontana a forma di pesce vorace (molti oggetti assumono quasi l’aspetto di simboli). Le persone che vivono in questo ambiente sono trattate in maniera grottesca e ridicola. Hulot ha buon gioco nello scombinare i meccanismi del sistema e a rivelarceli nella loro inutilità. Altra perla comica è la fabbrica di plastica, che non può non far ricordare Tempi Moderni di Chaplin.
Lo stile è quello collaudato del grande comico-regista: mancanza di azione, lentezza del ritmo, attenzione all’atto quotidiano banale come rivelatore dell’essenza del vivere. Qui vengono evitati i primi piani, proprio per spersonalizzare le figure e farcele vedere come parte integrante di un ambiente.
Il film finisce con un piccolo segno di ottimismo. La natura umana (almeno nei bambini) è portata allo scherzo, alla fantasia, alla libertà e riesce quindi ad avere la meglio anche nel formalistico e rigido mondo industriale moderno. In realtà le cose sono andate peggio di quello che Tati pensava nel 1958 e infatti in Playtime troviamo già una visione più dura e sconsolata del “moderno” di cui oggi tutti, volenti o nolenti, paghiamo le conseguenze positive e soprattutto negative.

3 risposte al commento
Ultima risposta 10/03/2010 13.59.55
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