Recensione black death - un viaggio all'inferno regia di Christopher Smith Gran Bretagna 2010
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Recensione black death - un viaggio all'inferno (2010)

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locandina del film BLACK DEATH - UN VIAGGIO ALL'INFERNO

Immagine tratta dal film BLACK DEATH - UN VIAGGIO ALL'INFERNO

Immagine tratta dal film BLACK DEATH - UN VIAGGIO ALL'INFERNO

Immagine tratta dal film BLACK DEATH - UN VIAGGIO ALL'INFERNO

Immagine tratta dal film BLACK DEATH - UN VIAGGIO ALL'INFERNO

Immagine tratta dal film BLACK DEATH - UN VIAGGIO ALL'INFERNO
 

Parliamo del cinema di genere, o di quello che il cinema di genere dovrebbe essere. Intrattenimento, certo, evasione, una specie di luna park visivo in cui smarrirsi per un paio d'ore, senza porsi problemi né domande.
Non è sempre stato così. Spesso il genere è soltanto un mezzo per riflettere su noi stessi, sulla società che ci circonda, raccontando storie che diventano parabole, paradigmi in cui specchiarsi e riconoscersi peggiori di quello che credevamo di essere. Negli ultimi anni, e soprattutto nell'horror, questo utilizzo di un cinema all'apparenza disimpegnato e che in realtà ci metteva di fronte alle nostre peggiori sporcizie e paure, si è perso del tutto. La necessità principale dello spettatore è diventata quella di spegnere il cervello, salire sull'otto voltante e sfogare i più bassi istinti tramite la visione prolungata di frattaglie, effettacci e, possibilmente, tette e culi in abbondanza. Non che ci sia nulla di male in questo e tonnellate di film più o meno riusciti lo dimostrano quotidianamente. È una formula che funziona. Solo che per venti "Saw VII" o "Piranha 3D", ogni tanto esce un "Black Death" e si ha la sensazione di tornare a respirare cinema, dopo aver vagato per anni in un mare di grossolana spazzatura.

Christopher Smith è un giovane regista britannico che sembra avere una chiara e profonda visione del cinema dell'orrore e lo dimostra sin dal suo esordio, il non riuscitissimo "Creep", in cui però già si intravedeva la capacità fuori dal comune di narrarci di mostri immaginari per affrontare quelli reali. Con "Severance", una commedia splatter al vetriolo, Smith aggiusta il tiro e dimostra di saper usare l'ironia come pochi altri (forse solo, restando in Inghilterra, Edgar Wright). Dopo "Severance" è la volta di" Triangle", una delle più sconcertanti e acute riflessioni sulla maternità e sul senso di colpa mascherata da slasher surreale. E alla fine arriva questo "Black Death" che, con tutti i suoi difetti e limiti, lo consacra definitivamente come una promessa mantenuta. Non erano casi fortunati, i suoi film precedenti, erano parte di un discorso coerente e d'autore, attuato attraverso l'uso sapiente dei meccanismi del cinema di genere.

La trama che sta alla base di "Black Death" è molto semplice: siamo nel 1348, durante una delle più spaventose epidemie che la storia ricordi, e un gruppo di mercenari, guidati da Ulric (interpretato dal sempre magnifico Sean Bean), deve raggiungere un villaggio che sembra non sia stato toccato dalla peste. Si pensa che un negromante sia la causa dell'immunità del villaggio e il compito dei mercenari di Cristo è quello di trovarlo e condannarlo a morte. Un giovane novizio, dalla fede vacillante e poco propenso a sopportare le restrizioni che la vita monastica impone, si offre da fargli da guida per arrivare a questo villaggio, maledetto o benedetto a seconda della prospettiva. In realtà, il giovane Osmund vuole raggiungere la ragazza di cui è innamorato, fuggita proprio in quei boschi per evitare il contagio. Mentre i soldati cercano il negromante, Osmund cerca il suo amore perduto.
Smith ci introduce sin dalle prime inquadrature al mondo devastato dalla peste nera. Ma lo fa senza compiacimento, mostrandoci le strade deserte, attraversate dai carri che raccolgono cadaveri, e dai medici coi volti coperti dalle maschere. L'atmosfera è grigia, opprimente, impregnata da un cupo pessimismo che allunga le sue ali nere su tutti i personaggi e gli ambienti del film. Quello descritto da Smith è un universo abbandonato da Dio che tuttavia a Dio si rivolge, disperatamente, per trovare una via d'uscita. Ed ecco i flagellanti che attraversano il fiume, ecco il gruppo di contadini che vuole mettere al rogo un'innocente, ecco Sean Bean che, sempre in bilico tra umana pietà e spietato fanatismo, procura una morte rapida a chi avrebbe subito le più atroci tra le torture.

Quello che stupisce, in" Black Death", è il pudore con cui il regista tratteggia questa umanità dolente e decimata, evitando di calcare la mano sull'orrore propriamente fisico e colpendo con una potenza inaudita quando si tratta di raccontare l'orrore spirituale, l'accecarsi improvviso dell'anima di fronte alle superstizioni e alle storture di una religione che cerca capri espiatori, dato che è incapace di fornire conforto e risposte.
Risposte che anche il film si rifiuta di dare. L'arrivo nel villaggio, dopo tanta miseria morale, è uno dei momenti più stranianti e assurdi del film. Abbiamo passato quasi un ‘ora immersi in sporcizia, violenza e marciume, e ci troviamo improvvisamente catapultati in una sorta di giardino dell'Eden, dove gli abitanti sono amichevoli, puliti e in evidente stato di salute. La chiesa locale è vuota e abbandonata e il senso di benessere diffuso suggerisce al gruppo di mercenari la presenza di un qualcosa di sovrannaturale e di maligno. L'unico che sembra chiedersi perché l'apparente assenza di Dio non porti a sofferenze e infelicità, ma alla costruzione dell'armonia e della bellezza, è Osmund, che infatti fraternizza con gli abitanti e, soprattutto, con il loro capo, l'algida e angelica Langiva.
Il confronto tra i due gruppi di personaggi è stridente e forse qui sta il difetto principale del film, quello di eccedere nelle caratterizzazioni, quel voler ostentare a tutti i costi, attraverso uno sviluppo macchiettistico delle personalità che vivono nel villaggio, la presenza di un elemento stridente e inaccettabile. Le streghe esistono e sono felici e contente in barba alla peste nera e agli inquisitori.

La sceneggiatura diventa confusa, si sfilaccia  e, fino a quando lo scontro non deflagra, rischia addirittura di annoiare.
Per fortuna Smith si riprende e, dopo averci gridato in faccia in tutti i modi possibili che c'era qualcosa di sbagliato e non umano nel ridente villaggio immune, elimina ogni traccia di soprannaturale e si limita a mostrarci una battaglia cruenta tra due fazioni accecate da opposti fanatismi.
I metodi dei senza Dio sono identici a quelli dei mercenari al servizio di Dio: torture, abiura della fede estorta sotto minaccia di morte. Quelle differenze che tanto erano state rimarcate nei minuti precedenti si annullano in un lampo e annegano nel sangue di atei e credenti, senza lasciare speranza, o possibilità di redenzione. Si piomba così in un soffocante e rigido pessimismo che non ci offre neanche la possibilità di schierarci per l'una o l'altra fazione e non c'è nessun Dio, o nessun Demonio, ma solo tanti piccoli uomini spaesati, impauriti, fragili nel corpo e nella mente che lottano allo stremo per affermare (a scapito della vita degli avversari) la propria visione del mondo.
L'unico personaggio dalla fede traballante, il giovane monaco Osmund, sarà ingannato nel peggiore dei modi e perderà tutto: innocenza, amore, bontà d'animo. Il suo destino disperato è quello di diventare uno dei più temibili e sadici inquisitori della sua epoca.

Il pregio maggiore di "Black Death" sta proprio nella sua ambiguità: Smith segue i suoi personaggi attraverso l'inferno, ce li fa apprezzare e amare, ci tiene a evidenziare la loro umanità e ci fa patire le loro sofferenze, passo dopo passo, in un percorso che si fa calvario. Ognuno ha le sue ragioni, i motivi che li spingono ad agire in un certo modo sono validi per tutti. Gli abitanti devono difendersi, i mercenari sono convinti di poter realmente fermare il male che dilaga in Gran Bretagna. Lo stesso Urlic, con la sua incrollabile fiducia nella volontà di Dio, è un carnefice riluttante e con una nobiltà d'animo non posticcia, ma profondamente sentita. Diventa difficile, per lo spettatore, scegliere una delle due parti, anzi, è quasi impossibile, data la bravura di Smith nel non dare punti di riferimento. L'unica certezza che ci resta è l'assenza di una divinità benevola che guidi le nostre azioni, che ci faccia distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e quello che l'esperienza di questo film ci lascia è un profondo senso di solitudine esistenziale, che è poi la cosa che ci si dovrebbe aspettare da ogni horror "serio" che si rispetti.

Ed è intimamente, profondamente horror "Black Death", sebbene non indugi nelle facili descrizioni della peste, abusando di corpi marcescenti o di topi e pustole. Smith non ha bisogno di riempire le strade di cadaveri per immergerci nell'atmosfera malata e sudicia dell'epidemia; a lui non serve fare sfoggio di squartamenti e budella esposte per inorridirci con gli effetti devastanti della superstizione nei secoli bui. Gli bastano degli ottimi personaggi, degli attori convincenti, una regia attenta, solida, mai frenetica (persino nelle scene d'azione Smith mantiene il controllo delle immagini); gli bastano un impiccato in un bosco, un gruppo di penitenti che attraversano il fiume, una folla di contadini invasati e lo sguardo disperato e incredulo delle vittime per precipitare noi e il suo gruppo di soldati di Cristo nella brutale tragedia della più buia delle notti medievali.

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Recensione a cura di L.P. - aggiornata al 05/04/2011 15.23.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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