scene da un matrimonio regia di Ingmar Bergman Svezia 1973
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scene da un matrimonio (1973)

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locandina del film SCENE DA UN MATRIMONIO

Titolo Originale: SCENER UR ETT AKTENSKAP

RegiaIngmar Bergman

InterpretiLiv Ullmann, Erland Josephson, Bibi Andersson, Jan Malmsjö, Gunnel Lindblom, Wenche Foss, Bertil Norström, Anita Wall, Rossana Mariano, Lena Bergman, Ingmar Bergman, Barbro Hiort af Ornäs

Durata: h 2.35
NazionalitàSvezia 1973
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 1973

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Trama del film Scene da un matrimonio

Una coppia di sposi con due bambine è apparentemente felicissima, ma a poco a poco i due si accorgono di non comunicare più. Lui si fa un'amante, e marito e moglie divorziano. Più tardi, quando entrambi sono risposati, si rendono conto che è possibile iniziare un rapporto su basi nuove.

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Voto Visitatori:   7,98 / 10 (28 voti)7,98Grafico
Miglior attrice straniera (Liv Ullmann)
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior attrice straniera (Liv Ullmann)
Miglior film straniero
VINCITORE DI 1 PREMIO GOLDEN GLOBE:
Miglior film straniero
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Voti e commenti su Scene da un matrimonio, 28 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI ULTRAVIOLENCE78  @  25/07/2009 13:00:18
   7 / 10
“Scene da un matrimonio” è, a mio avviso, uno dei film meno riusciti di Ingmar Bergman per ragioni che attengono in massima parte al profilo formale. E già, perché sul nucleo tematico di base nulla da eccepire: ottima l’idea di tracciare un percorso di coppia a partire dal principio della crisi coniugale, per poi seguirne lo sviluppo fino alla svolta positiva: la prova provata del teorema, secondo cui il matrimonio, con tutte gli annessi riti, abitudini, regole, pianificazioni ed eventi ciclici non può che rivelarsi come la proverbiale tomba dell’amore.
Il film parte benissimo con il confronto a quattro: nella cornice di una perfetta casa borghese (ove la disposizione degli oggetti, dei mobili e delle suppellettili richiama quel “formale” senso di sicurezza che ammanta, come una patina artificiosa, il nucleo familiare cui appartengono) si mette in scena una cena invelenita dalla bile che, tratto tratto, affiora dai discorsi acrimoniosi di due coniugi prossimi al divorzio. Di qui principia la china discendente del rapporto tra Marianne e Johan, i quali perverranno progressivamente alla presa di coscienza dell’inaridimento della loro vita di coppia, con conseguente separazione. Ma, proprio a questo punto, interviene il colpo di scena superbamente congegnato da Bergman: quella che sembrava una passione ormai morta e sepolta si scopre, invece, essere un sentimento ancora vivo, che aveva soltanto smarrito il suo nitore e il suo respiro nello spazio angusto e asfittico di quella gabbia costituita dal rituale cattolico-borghese del matrimonio, dismesso il quale i due ex (galeotti/)sposi hanno potuto ritrovarsi e riassaporare la bellezza di ciò che sembrava essere perduto per sempre. Così, dall’inquadratura dei due volti l’uno dietro l’altro, con gli occhi rivolti in direzioni divergenti, si passa al primo piano degli stessi ma questa volta l’uno di fronte all’altro: segno di una riconciliazione simboleggiata dallo sguardo dell’amante che si perde nel reciproco.
Dunque, un attacco diretto e duro all’istituzione, a cui viene dato scacco con l’esaltazione dell’esatto –e riprovevole, secondo il senso comune- opposto: l’unione non formalizzata, che si traduce in una ossimorica dis-unione coesiva, fondata sulla libertà e sulla assenza di vincoli.
Discorso indubbiamente encomiabile, ma che poteva essere esplicitato con meno lungaggini e parentesi discorsive: quasi tre ore di inquadrature fisse e movimenti lenti della mdp, con una inclinazione ad una verbosità pleonastica, rendono il risultato finale apprezzabile, per quanto mi riguarda, soltanto dal lato dei contenuti.
Si tratta, ad ogni buon conto, di un film da vedere, perché fa riflettere molto.

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