Recensione una moglie regia di John Cassavetes USA 1974
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Recensione una moglie (1974)

Voto Visitatori:   8,86 / 10 (21 voti)8,86Grafico
Miglior attrice in un film drammatico (Gena Rowlands)
VINCITORE DI 1 PREMIO GOLDEN GLOBE:
Miglior attrice in un film drammatico (Gena Rowlands)
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locandina del film UNA MOGLIE

Immagine tratta dal film UNA MOGLIE

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Immagine tratta dal film UNA MOGLIE
 

Mabel, madre di tre figli, sposata con Nick, un italo-americano poco presente per motivi di lavoro, cade in una sorta di depressione a causa del suo senso di inadeguatezza al di fuori del ruolo di moglie e di madre. Dopo sei mesi in un ospedale psichiatrico tornerà a casa, ma nulla sarà cambiato, o forse si...

Uno dei più grandi e complessi ritratti familiari mai visti al cinema, "Una moglie" persegue quella che era l'idea di cinema di Cassavetes, incentrata su una sorta di realismo e di senso di verità che permeava quasi tutte le sue pellicole a partire dal suo primo grande lavoro, "Ombre".
"Una moglie" sembra quasi a volte farci dimenticare di essere di fronte ad uno schermo e di assistere alle "schermaglie" recitative di attori e professionisti. Sembra quasi farci entrare a viva forza in una vera casa, in una vera famiglia e in un vero inaridimento dei rapporti interpersonali che intercorrono tra i vari componenti della stessa.
Questo per merito non solo dell'apprezzabilissimo stile registico di Cassavetes, ma anche, e soprattutto, della magnifica interpretazione dei due attori protagonisti, qui non solo facenti parte del disegno generale, ma vere e proprie colonne portanti della pellicola, grande motivo e causa della sua riuscita e della sua estrema e profondissima comunicatività.

Gena Rowland, nel ruolo di Mabel una donna che viene considerata "pazza" solo perché dà libero sfogo alle sue sensazioni e ai suoi sentimenti, è perfetta in ogni singolo gesto e movimento nel tratteggiare il ritratto di questa donna sull'orlo del precipizio della follia, sempre in bilico tra dolcezza e isterismo, tra compassione e ferocia, tra rabbia e rassegnazione, tra amore e dolore.
Numerosissimi e tutti molto coinvolgenti gli stati d'animo che l'attrice e il regista, grazie ai perfetti e illuminanti movimenti della sua macchina da presa, riesce a trasmettere allo spettatore che in men che non si dica si ritrova completamente immerso e coinvolto nelle vicende che la riguardano, senza rendersi conto dell'eccessiva durata della pellicola o del fatto che sia costruita facendo scarsissimo ricorso al montaggio e reggendosi sulla somma di alcune lunghe sequenze e di molti piani-sequenza davvero congeniali e adatti ad esprimere il caos creatosi all'interno della famiglia presa in esame.
Caos che sicuramente accomuna la maggior parte delle famiglie, ma il discorso può essere esteso a qualunque tipo di rapporto sociale e interpersonale, ma che molto spesso viene represso o mascherato con falsi perbenismi e ipocrite accondiscenze. Espedienti che si utilizzano per nascondere le grandi difficoltà che stanno alla base di qualsiasi rapporto umano e di cui Mabel non riesce a servirsi, facendosi portavoce di un'estrema genuinità e libertà di espressione del proprio vero io, che la rendono agli occhi degli altri, abituati a vivere in un mondo controllato e controllabile, una vera e propria pazza.

Dall'altro lato abbiamo suo marito Nick (il grandissimo ed adeguatissimo Peter Falk), un italo-americano vecchio stampo che fa di tutto pur di far sembrare sua moglie normale ai suoi occhi e agli occhi degli altri e che non riesce a reggere il peso della sua vera natura, pur amandola con tutto sé stesso, non rendendosi conto di quanto lei abbia bisogno di affetto e comprensione, piuttosto che di sberle e medicine. "Guarda che non è pazza, è solo diversa", dirà ad un suo collega, cercando di giustificarne i comportamenti un po' strambi.

Mabel però è una donna completamente sommersa nel suo ruolo di mamma e di moglie, fino a perdere la sua vera identità personale ed individuale, cosa che la condurrà a farsi trascinare nelle nevrosi domestiche e familiari fino a giungere ad una vera e propria depressione e addirittura ad un tentativo di suicidio, una volta resasi conto di non riuscire ad essere come gli altri vogliono e pretendono che sia.

Un ritratto feroce e amaro, ma al tempo stesso dolce e sentimentale, di una società e di un periodo storico-sociale ben preciso che riesce anche nell'intento di farci emozionare e di coinvolgerci oltremodo, soprattutto nelle sequenze che hanno un alto impatto emotivo, come quella della visita a casa del dottore o quella del ritorno a casa di Mabel in cui non riesce a trattenersi nemmeno di fronte ai propri figli.

"Io sarò ciò che desideri. Io sarò qualsiasi cosa. Tu dimmi solo cosa", è l'appello disperato che Mabel rivolge a suo marito e che forse molto probabilmente trova rispondenza in un finale aperto che ci lascia con l'interrogativo sul futuro e sulle sorti di questa famiglia, ma che ci restituisce un senso di tranquillità e di pace che forse, ma non è detto affatto, precede la tempesta.

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Recensione a cura di A. Cavisi - aggiornata al 27/09/2010 11.48.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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