deserto rosso regia di Michelangelo Antonioni Italia 1964
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deserto rosso (1964)

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locandina del film DESERTO ROSSO

Titolo Originale: DESERTO ROSSO

RegiaMichelangelo Antonioni

InterpretiXenia Valderi, Carlo Chionetti, Richard Harris, Monica Vitti

Durata: h 2.00
NazionalitàItalia 1964
Generedrammatico
Al cinema nel Marzo 1964

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Trama del film Deserto rosso

La vita di Giuliana, giovane moglie di un ingegnere, potrebbe essere senza problemi, ma la donna non è felice. A causa dello shock subìto in un incidente d'auto, è vittima di una crisi depressiva e tentata dal suicidio. Incontra Corrado, ne diviene l'amante, ma questo non basta a guarirla.

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Voto Visitatori:   8,19 / 10 (32 voti)8,19Grafico
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Voti e commenti su Deserto rosso, 32 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Gruppo COLLABORATORI Terry Malloy  @  08/09/2007 14:01:24
   8½ / 10
è bello confrontarsi con il cinema di Antonioni. devo dire che questo film, seppur no mi ci riconosca come cinefilo e persona, sia molto bello...mi è piaciuto molto.
anche se Michelangelo possedeva uno stile molto personale, penso che non fosse così esclusivo e solitario come dicono i critici, l'incomunicabilità di cui tanto si parla non l'ho vista, anzi, vedendo Deserto Rosso ho tratto alcune conclusioni di totale scissione dalla critica internazionale.
i personaggi di Antonioni hanno una gran voglia di amare. sono persone normali, possiedono una loro cordialità e schiettezza (gli operai frequentemente incontrati, ma anche la protagonista) e già nel primo incontro al negozio fra Corrado e Giuliana si nota una bruciante voglia di comunicare, amare. l'incomunicabilità è come dice Dino Risi, una *******ta dei critici, essi consideravano questo regista il loro pupillo perchè così potessero esprimersi nella loro cultura d'elite, ma io penso che qualsiasi persona possa confrontarsi con le vite di Antonioni e trarre giuste, anche se non elevate, conclusioni.
dicevo...questi personaggi possiedono volontà, ma non gli strumenti per amare. la loro chiusura è anche determinata dai fattori che Giordano Biagio ha inserito all'inizio della sua recensione, ma non solo: insoddisfazione, aberranza verso l'ipocrisia dei rapporti, ma soprattutto abitudine. abitudine di vedere sempre gente cara attorno, ma coscienza di non poter costruire rapporti e relazioni sempre più mature, a questo proposito Giuliana è molt coerente, sincera. i personaggi di Antonioni hanno paura di perdere tutto e si chiudono in una formalità che a loro non è gradita, ma che è necessaria; si creano una schermata di abitudini e ripetizioni ("io mi porterei dietro tutti quelli che mi hanno voluto bene e ci farei un muro intorno a me") con cui fuggire dalla loro stessa realtà di pensiero: la loro "realtà di pensiero" è la loro voglia di amare veramente le persone, non solo per abitudine.
è bellissimo il finale in cui finalmente i colori assumono la loro tinta e la donna se ne va con il bambino, quasi a ritrovamento di un equilibrio relazionale se non perfetto, almeno umano e condivisibile. penso che Antonioni abbia sviluppato in una chiave esistenzialista più introversa e dolente la poetica di Fellini: nel film ricorrono dei "topoi" felliniani come la nave simboleggiante "evasione", e anche se il cinema di Fellini è più fantasioso e meno realistico di quello di Antonioni, è di più facile condivisione...questo spiega il mio voto "realativamente" basso.

5 risposte al commento
Ultima risposta 10/09/2007 21.33.41
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Crimson  @  29/11/2005 11:14:29
   9 / 10
Gran bel film di Antonioni. Al di là dell'atmosfera, spiazzante sin dall'inizio, i personaggi sono di grande fascino: in particolare la protagonista, Giuliana, e per me Corrado.
Giuliana è caratterizzata in modo molto complesso, enigmatico. Possiamo farci un'idea di cosa soffra realmente (disturbo distimico..quella che una volta veniva chiamata "nevrosi depressiva") e di cosa cerchi dalla vita (la fuga) ma ciò non basta mai nel corso del film per darci una certezza. Oltre al suo disturbo, sono gli eventi, l'ambiente e le persone che gravitano attorno a lei che rendono il quadro ancor più angosciante, irritante talvolta.
Irrita la totale assenza del marito, una persona davvero trasparente, che non si rende conto minimamente del disturbo della moglie.
Irrita l'ambiente circostante, dai colori assurdi, un contesto bizzarro e straniante più che mai.
Invece è possibile provare un pò di compassione per le altre deu figure principali, Corrado e il piccolo Valerio. Sono entrambe persone che hanno "la colpa" di non capire Giuliana (soprattutto Corrado), tuttavia la compassione nasce proprio dalla difficoltà nel farlo. Da parte di Valerio, che è un bambino, è più che giustificabile; ho avvertito il suo finto malessere come un segnale di disagio forte, anche se questo episodio e il tema relativo non è molto approfondito.
Corrado è vittima della classica "incomunicabilità" che intercorre tra di lui e Giuliana. Ha la colpa di "scappare" appena capisce che non può far nulla per capire Giuliana.
Quest'ultima è la vittima dell'intera vicenda, eroina in quanto non compresa da nessuno, "rea" di soffrire di un disturbo del quale praticamente nessuno si rende conto. Ella incarna la vittoria dell'alienazione, dell'incomunicabilità, dell'inadeguatezza (non sua, ma degli altri sia chiaro) su qualunque altra cosa.
Bravissima la Vitti, film eccezionale specie per chi vuole avvicinare meglio una realtà frequente e esacerbante come quella costituita dai disturbi dell'umore.

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Ultima risposta 09/04/2006 17.47.15
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Mpo1  @  23/10/2005 23:57:17
   10 / 10
Primo film a colori di Antonioni, 'Deserto rosso' è un'opera di transizione tra la precedente trilogia dell'incomunicabilità ('L'Avventura', 'La Notte', 'L'Eclisse') e le successive tre opere realizzate all'estero. Con i 3 film precedenti 'Deserto rosso' ha in comune la presenza di Monica Vitti ("musa" di Antonioni a quel tempo) e le tematiche dell' alienazione e dell' angoscia esistenziale, portate qui alle estreme conseguenze. Con i 3 film seguenti invece condivide l'uso del colore ed una propensione al simbolismo.
'Deserto rosso' è l'ennesimo capolavoro di Antonioni sulla solitudine e l'insoddisfazione dell'uomo, una riflessione lucida sull'orrore dell' esistenza. "C'è qualcosa di terribile nella realtà", dice la protagonista Giuliana, sopraffatta dalle sue paure. La vediamo sin dall'inizio del film vagare senza meta, con lo sguardo perso, inquieta e sofferente. Il suo malessere è sia esistenziale che sociale: la presa di coscienza del vuoto della vita e insieme l'impossibiltà di relazionarsi con una società alienante. Nessuna delle persone intorno a lei la può aiutare, nemmeno il figlio, tanto meno il marito che non riesce a capirla. Giuliana tenta varie strade per sfuggire al proprio malessere: il suicidio, una relazione extraconiugale, la fuga. Ma niente di tutto questo può servire. Rimane il sogno, la fuga dalla realtà attraverso la fantasia (l'enigmatico racconto della spiaggia), ma neppure questo è sufficiente. Si può solo imparare a convivere con la propria sofferenza. Tutto rimane uguale a prima.
Se sul piano dei contenuti il film è profondo e ancora attuale, anche sul piano formale è un capolavoro. Spesso è indicato come uno dei migliori film a colori della storia. Il colore è utilzzato in maniera anti-naturalistica: il rosso domina molte scene, ma prevalgono colori sporchi e cupi, fino al giallo che esce dalle ciminiere. Anche l'ambiente è deformato, rappresentazione estrema della società industriale ma anche specchio dell'interiorità della protagonista. Ravenna è ridotta ad un deserto industriale, pieno di fumi e nebbia, dove dominano le fabbriche ed i loro rifiuti, mentre minacciose navi si stagliano all'orizzonte. Gli interni sono vuoti e stilizzati. Da segnalare anche la colonna sonora elettronica, elemento che insieme agli altri crea una perfetta atmosfera di desolazione e alienazione.
Leone d'oro alla mostra del cinema di Venezia.

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Ultima risposta 31/01/2015 12.42.42
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