Recensione la donna di gilles regia di Frédéric Fonteyne Belgio, Francia, Lussemburgo 2004
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Recensione la donna di gilles (2004)

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locandina del film LA DONNA DI GILLES

Immagine tratta dal film LA DONNA DI GILLES

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Immagine tratta dal film LA DONNA DI GILLES

Immagine tratta dal film LA DONNA DI GILLES
 

Chissà se nel recensire il film del francese Fonteyne non si dovrebbe partire da una disquisizione semantica proprio sul titolo: in francese "Femme de Gilles", qui da noi "La donna di Gilles". Forse la traduzione potrebbe ingannarci, perché la parola "Femme", al di là delle Alpi, ha un duplice significato: in senso generico "donna", ma più specificamente "moglie"!

Che non è la stessa cosa, soprattutto agli effetti del film! Questo infatti racconta avvenimenti drammatici e scabrosi visti con l'ottica sofferente di chi è la moglie, per di più madre di figli, e non semplicemente la donna di un uomo. Le nostre signore, con tutto il loro romanticismo, sanno essere molto pragmatiche: come donne non mettono in gioco il concetto di appartenenza, e se la giocano un po' più alla pari con l'uomo: danno, ma vogliono avere; ci sono, a certe condizioni, ma sono pronte ad andarsene ove i loro conti non tornano. Solo quando un sacro vincolo, morale e legale, come quello del matrimonio, suggella una unione, la donna cambia status, divenendo a tutti gli effetti moglie. Che vuol dire una serie di cose molto precise: come donna non accetti tradimenti,e, semmai, li restituisci; oppure ti liberi del fedifrago cui nulla devi. Come moglie, invece, ci pensi mille volte, fai giusti calcoli di opportunità, soprattutto se la famiglia è al completo, con tanti figli. La sofferenza conseguente, poi, non trova grande comprensione presso gli altri, e gli stessi familiari consigliano prudenza e perdono, per la salvezza del nucleo familiare. Vero questo, il senso più profondo del film si rivela quando la giovane madre tradita va a cercare conforto in confessione, e viene liquidata tout court dal sacerdote con preghiere di penitenza, e colpevolizzandola con un perentorio: "Tu devi accettare senza ribellioni quello che Dio ti manda (cioè le corna!) ". D'altronde, tale modo di pensare non costituisce una novità, ed è valso all'incirca fino ai tempi del '68 e del femminismo imperante, coinvolgendo il destino di tutte le nostre madri e delle coetanee.

Mutismo e rassegnazione, termini popolari del gergo militare, venivano imposti abitualmente a tutte le mogli, col loro mutuo consenso, fino a che, con l'avvento dell'emancipazione femminile la storia doveva cambiare. Dunque il film sembrerebbe avere solamente un significato come affresco storico del passato; ed è infatti girato in tempi di anteguerra, all'interno di una modesta famiglia operaia ancorata alle più vetuste tradizioni.
Se non fosse che, invece, certi drammi psicologici ed emotivi sono sempre di attualità, e in tutti i contesti: dal mondo islamico che impone a donne consenzienti chador e burqa, al nostro occidentale, dove gelosia, senso del possesso e morbosità erotiche continuano ad imperare.
Come nel caso della sorella giovane, che innamora scaltramente il marito della povera Elise, in virtù della sua fresca giovinezza. L'altra ad accudire la casa e i figli coi più umili lavori, e lei, fresca e profumata, con una incontrollabile forza seduttiva. Dunque, la sposa tradita cade nella più nera disperazione, ma cerca cristianamente di perdonare; addirittura aiutando il marito fedifrago nelle situazioni più scabrose; sempre nella speranza di recuperarlo. E non conta che, forse, anche la natura inviterebbe alla prudenza; e suggerirebbe alle madri che in fin dei conti la loro realizzazione è avvenuta, ...e che i maschi se la potrebbero allegramente filare. Ma è un discorso troppo impopolare per le donne mogli, che mirano in quanto tali ad una vera simbiosi con l'uomo/marito, perdendo il senso della loro autonomia.

Per questo, a conclusione della vicenda, la povera Elisa sceglie di passare a miglior vita, gettandosi dalla finestra come in un sogno, per riscattare il senso di abbandono, il tradimento subito e la dignità perduta con l'umiliante e faticosa ripetitività della conduzione domestica. Ed è questa la bellezza del film, che fissa in tempi lunghissimi, e in grandi silenzi, l'immagine di lei sofferente e speranzosa, con una fotografia capace di esprimere per metafore il passare delle stagioni che ritornano con la noia e la reiterazione gestuale della vita di coppia: in una chiave penosa di grande poeticità.

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Recensione a cura di GiorgioVillosio - aggiornata al 12/05/2005

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