Recensione nemico pubblico n.1 - l'istinto di morte (parte 1) regia di Jean-François Richet Francia, Canada, Italia 2008
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Recensione nemico pubblico n.1 - l'istinto di morte (parte 1) (2008)

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locandina del film NEMICO PUBBLICO N.1 - L'ISTINTO DI MORTE (PARTE 1)

Immagine tratta dal film NEMICO PUBBLICO N.1 - L'ISTINTO DI MORTE (PARTE 1)

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Raccontare in un film le imprese criminali di un bandito che ha tenuto in scacco una intera nazione può essere un progetto ambizioso e temerario; raccontarle in due capitoli separati può diventare addirittura pericoloso, perché si corre il rischio di elevare al rango di eroe un efferato fuorilegge, che ha segnato una pagina buia nella storia giudiziaria del proprio Paese e ha caratterizzato un'epoca, influendo negativamente sull'immaginario collettivo delle nuove generazioni e assurgendo a idolo e modello comportamentale del contropotere e della ribellione giovanile.
Se Jean François Richet dirigendo questo primo capitolo del film sulle gesta del famigerato bandito francese, Jacques Mesrine (il secondo capitolo, "Nemico Pubblico n° 1 - L'ora della fuga", uscirà ad aprile) non cade nell'errore è perché, nonostante non faccia mistero delle sue velate simpatie verso il criminale, incrocia le sue vicende personali e le sue peculiarità umane nelle sue più svariate sfaccettature con le vicende politiche della Francia dell'epoca, ed anche perché le racconta senza occultare gli aspetti più sanguinari e inaccettabili delle sue innumerevoli imprese: la violenza, la temerarietà, il fascino ipnotico che sapeva eserciate sugli altri, l'amoralità, l'avidità assoluta per il denaro, la volontà di sottrarsi al perbenismo della sua famiglia, l'efferatezza delle sue azioni, che ne fanno un modello da non imitare e da non portare ad esempio nel proprio stile di vita.

Rifacendosi al classico filone del noir poliziesco francese (una variante, non in tono minore, del poliziesco hollywoodiano), Richet, con questo "Nemico pubblico n° 1 - L'istinto di morte" realizza un neopolar che è la prima parte di un dittico che ha al centro la figura di uno dei più spietati criminali della storia e il più grande fuorilegge cui la Francia ha dato i natali e con cui ha dovuto fare i conti.
Entrambi i capitoli del film sono tratti dalle memorie autobiografiche ("L'instinct de mort") che Mesrine, forse per autocelebrarsi, scrisse durante uno dei suoi soggiorni nel carcere La Santé di Parigi prima della sua leggendaria e rocambolesca evasione, che ha soddisfatto il suo narcisismo e lo ha consegnato alla storia della cronaca nera.
Richet resta fedele allo spirito dello scritto, e anche se alcuni punti sono apertamente romanzati ne risulta il biopic di una vita spericolata e folle; talmente folle da sembrare surreale e di pura invenzione.
Una vita che, pur nel rispetto di un suo personalissimo codice d'onore, si muoveva tra malavita organizzata ed esercizio personale della violenza.
Un fenomeno mediatico e un eroe popolare, le cui vicende private assunsero una risonanza vastissima e ambigua, e in cui tanti giovani sbandati delle banlieues finirono per riconoscersi e immedesimarsi, in un crescendo emulativo che mise in grossa difficoltà la gendarmeria parigina.

Il film, come quasi tutti i biopic che si rispettino, prende l'avvio dalla fine, quando Mesrine, nel 1979, viene ucciso a sangue freddo in un agguato, nel pieno centro di Parigi, dalla polizia del Commissario Broussard.
Una morte, la sua, che sapeva di inevitabile e che lui, quasi sicuramente, non avrebbe disprezzato.
Quindi un lungo flashback ci riporta indietro nel tempo, fino al 1959, quando Mesrine ritorna a Parigi completamente trasformato nello spirito dopo aver prestato servizio militare in Algeria, dove ha vissuto esperienze terribili ed è stato costretto ad assistere e a compiere atti gratuiti di violenza contro la popolazione locale (era tra quelli che alla fine dell'interrogatorio uccidevano i prigionieri).
Figlio di una tipica famiglia perbene e piccolo borghese che non sopportava, Mesrine inizia a lavorare onestamente come operaio in una fabbrica di merletti; ben presto ritrova però il suo vecchio amico, Paul, che lo introduce nella malavita e lo presenta a un italo-francese, Guido, un ciccione impomatato, colluso con l'OAS, (Organisation Armée Secrète, un gruppo paramilitare fascista che cercherà di uccidere De Gaulle).
Affascinato dalla vita malavitosa e per sfuggire al perbenismo borghese della sua famiglia, lascia il lavoro e si mette al servizio del boss che diventa prima il suo mentore e poi una sorta di padre putativo, finendo nella spirale oscura della violenza e del delitto.

È l'inizio di una carriera criminale che lo porterà a scalare i vertici dell'organizzazione malavitosa e segnerà negativamente la sua esistenza di uomo senza scrupoli.

Poi viene l'amore e il matrimonio con una bella ragazza spagnola, Sofia, conosciuta durante una vacanza.
La nascita dei suoi tre figli sembra placare la sua ansia di violenza, ma il ritorno di Guido, l'amore fatale, scoccato improvvisamente in un tabarin, per la bella prostituta Jeanne, che tenta di affrancare dal violento pappone, e la fame di denaro facile, forse neppure per se stesso, lo riportano sulla strada del crimine.
Finito in una prigione di massima sicurezza dopo una rapina finita male, Mesrine evade e si rifugia insieme alla sua amante, altrettanto spietata e violenta, nel Quebéc, in Canada, dove inizia una nuova carriera criminosa fatta di rapine a mano armata, omicidi e fughe, che lo porterà a diventare il bandito più ricercato dalle polizie di Francia, Canada e Stati Uniti; cosa che probabilmente non gli dispiaceva affatto, in quanto Jacques Mesrine amava i gesti eclatanti e la notorietà.

Poi ci sono l'arresto e il carcere duro. Poi ancora la fuga. Mesrine ha un complice, un politico, l'indipendentista québécois Jean-Paul Mercier, che diventa suo braccio destro e con cui compie il colpo più spettacolare della sua vita: in pochi minuti svaligia una banca e subito dopo l'altro istituto posto dall'altra parte della strada.
La fa franca e torna in Francia dove trova ad attenderlo l'integerrimo commmissario Broussard, che da tempo si occupa del suo caso.
Mesrine fa lo sbruffone, gli offre champagne e... Il seguito alla prossima puntata.

La prima parte della storia di Mesrine è un monumento alla vita spericolata e sopra le righe, vissuta in fretta e ingurgitata con ritmo adrenalinico, dell'uomo che divenne una voce scomoda nel raccontare quel territorio, dove criminalità e potere spesso colludono.
Accusato dal vero Broussard di aver glorificato un "bastardo", il film, come qualunque gangster movie che si rispetti, corre veramente il rischio di esaltare il fascino mitologico del criminale di turno. E non c'è alcun dubbio che il fascino del bandito sia una metafora narrativa vecchia quanto il mondo.
Ma non è celebrativo il lavoro di Richet e non c'è alcun momento, nel film, in cui si possano trovare giustificazioni di alcun tipo alle sue azioni; al contrario la visione spietata e disumana della violenza messa in scena (si pensi alla sequenza dell'omicidio a coltellate o all'ultima litigata con la moglie) fa sì che il Mesrine di Richet appaia un individuo borderline, ripreso al culmine delle sue peculiarità negative (anche se non si può non parteggiare per lui nel momento della rocambolesca evasione), che non sa controllare la sua irruenza verbale e fisica.

Richet cerca di capire e di spiegare chi era veramente Jacques Masrine e le motivazioni del suo cambiamento psicologico: era veramente un delinquente o un eroe? Un donnaiolo o un padre affettuoso? Un rapinatore per caso o uno spietato assassino? Un millantatore o una vittima del sistema? Un ribelle per indole o un rivoluzionario senza causa?
A Richet interessa soprattutto documentare lo spirito del tempo, la ribellione anarchica, gli anni di piombo francesi, quando la stessa criminalità trovava giustificazioni ideologiche proprio in quelle tensioni. Ma probabilmente l'ideologia c'entra poco nel caso di Mesrine, anche se in carcere conobbe e divenne molto amico di Charlie Bauer, uno dei capi di "Action Directe" (le brigate rosse francesi), divenuto poi suo braccio destro.
Piuttosto egli era interessato alla fama, alle copertine, agli articoli dei giornali, che lo coccolavano e che lui teneva in scacco, al successo con le donne, alla necessità di scaricare l'adrenalina che gli scorreva in corpo.

Affascinante nelle atmosfere e curatissimo nella dettagliata ricostruzione storica dell'epoca, con una favolosa Parigi fotografata in tutto il suo splendore ma lontana dalle immagini da cartolina turistica (non sono però da meno le atmosfere canadesi e ancora di più quelle del deserto americano), il film è perfetto nel dosare luci e ombre di un personaggio che ancora oggi molti ragazzi delle banlieu fanno stampare sulle loro t-shirt e ispira i testi delle ballate di tanti rapper.

Supportato da un'ottima colonna sonora, composta da famosissimi pezzi d'epoca, "Nemico pubblico n° 1 - L'istino di morte" offre a Vincent Cassel (meritatissimo premio Cesar come miglior attore) l'opportunità di dar vita ad una strepitosa performance recitativa, forse la migliore e la più faticosa della sua carriera (è dovuto ingrassare di 20 Kg).
Volto intenso e spigoloso, capace di passare con estrema facilità dal ruolo di carogna a quello di padre tenero e affettuoso, Cassel mette il suo fascino ambiguo al servizio di un personaggio capace di sfidare il potere e sedurre il pubblico, un personaggio scomodo ma dal carisma straordinario.
Un attore camaleontico e poliedrico, perfetto nel ruolo del cattivo, in cui è capace di immedesimarsi (anche fisicamente) al punto da essere un tutt'uno con il personaggio che rappresenta; a suo agio nei panni dell'antieroe, e seducente nella sua ambiguità, Cassel si pone come l'erede naturale dei Delon e dei Belmondo, ma soprattutto del Jean Gabin di "Grisbi" e di "Il più grande colpo del secolo".
Accanto a lui è da ricordare tutto il cast dei comprimari, a cominciare dal grande Mathieu Almaric che dà volto all'integerrimo Commissario Broussard. Ottimo anche Roy Dupuis (visto nel serial "Nikita") con basettoni, che interpreta l'indipendentista québécois, Jean-Paul Mercier.
Ma soprattutto è da omaggiare quel monumento vivente che è Gerard Depardieu, il quale fa del suo piccolo ruolo del laido boss che avvia Mesrine alla carriera un manuale perfetto dell'arte della recitazione.
Molto brave anche le donne di Mesrine: la fascinosa Cécile De France, nel ruolo della prostituta amante che affianca Mesrine in alcuni dei suoi colpi più spettacolari, e la bella Elena Anaya in quello della moglie amata ma anche tradita e umiliata.

Emerge così la vera storia che si cela dietro l'icona creata da egli stesso ed esaltata ed ampliata dall'interesse morboso dei mass media.
C'è un intenso profumo di quelle atmosfere che i film neri di Marcel Carnè e Jean Pierre Melville hanno fatto respirare a tutto il mondo.
Probabilmente in molti non vedono l'ora di sapere come andrà a finire.

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 24/03/2009

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