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C’è una cosa che ho sempre rimproverato al cinema di Leone, ovvero una certa tendenza al sontuoso, che spesso mi ha reso l’impressione di un qualcosa di troppo costruito, manierato, e di un’opera che vorrebbe, soprattutto mediante l’abbondanza, dichiararsi a tutti i costi un capolavoro. Tale aspetto già lo s’intravedeva ne “Il buono, il brutto e il cattivo”: la scena del ponte, ad esempio, corale e solenne, e carica di pathos, sarebbe di sicuro apprezzabile se isolata o se contenuta in un diverso contesto, ma inserita all’interno di un capitolo “del dollaro”, m’è parsa una forzatura e un’impropria divagazione. E infine un preannuncio. Più ancora, questa sontuosità, s’è manifestata in “Giù la testa”, dove la figura del pistolero solitario s’é andata dissipando, anche politicamente, nell’affresco di una collettività e di un’intera nazione.
Ma trova il suo culmine e la sua conclusione in “C’era una volta in America”. Ecco, non vorrei soffermarmi a elogiarne i pregi, che senza dubbio ci sono e che bene sono stati evidenziati da altri; piuttosto ho preferito indicare cosa non mi ha convinto: il trasbordante, il dispersivo, il ridondante, il troppo ambizioso, il vasto ma non profondo racconto di una e di tante memorie; e quel ritmo lento e incantatorio che, specie nel prologo e nel finale, riprendendo certe cadenze che s’erano trovate in “C’era una volta il West”, viene decisamente ostentato.
Ho sempre prediletto un cinema essenziale, che sapesse, con poco, raccontare molto - e non intendo in quantità - anche d’un solo aspetto o d’un piccolo particolare.