Di Gregorio è un baby-pensionato, una sorta di nullafacente-massaio che vive in un appartamento insieme a moglie e figlia. La madre, sempre difficile da gestire, invece vive sola in una ricca villa alla passeggiata archeologica di Roma.
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Delizioso e leggero, di quell'insostenibile leggerezza che caratterizza chi sta entrando nella vecchiaia e sta prendendo consapevolezza del suo inevitabile (e, grazie alla modernità, pure indefinitamente lungo) declino anzitutto esteriore. Il film ha tanti meriti, a cominciare da quello di aver finalmente sdoganato un tema tabù: la sessualità degli anziani. E' incredibile come nel Paese più vecchio del mondo i vecchi siano i meno rappresentati, in una sorta di rimozione collettiva che corrisponde a quella sociale quando ci si congeda dal lavoro per entrare in quel limbo infinito che è la pensione. Ed è proprio la vicenda di un pensionato "giovane" (una volta si sarebbe detto "baby") alla spasmodica ricerca di una "botta di vita" che inonda lo schermo riempiendolo di sguardi attoniti, di considerazioni quasi infantili (o fiabesche), di sogni erotici che sembrano adolescenziali, di sogni da ecstasy in una Roma "upper class" che più realistica di così si muore. Dall'ossessione di riempire la giornata che inizia fatalmente all'ora in cui iniziava quando c'era il lavoro fino al duro rapporto con lo specchio ogni giorno, per non parlare degli altri simili -il peggior specchio che ci sia in una Roma, o Italia, affollata di anziani in cui la rara gioventù sembra venire solo dall'estero-, Gianni Di Gregorio tratteggia i suoi personaggi con una profonda umanità velata di disincanto e tanta autoironia. Si sorride o si ride apertamente di fronte alle manie di questi anziani che somigliano tanto ai nostri genitori o ai nostri vicini di casa; si ride un po' meno quando si vedono giovani con manie e comportamenti se possibile peggiori dei loro padri/nonni. Ma la cinepresa di Di Gregorio non giudica: ritrae e basta senza infierire ma senza neanche risparmiare nessun dettaglio a noi spettatori. Messa in scena limpida e lineare, grandissimo gioco di attori (tutti perfetti!), buon ritmo, splendida colonna sonora in cui campeggiano orchestrazioni che privilegiano i pizzicati d'archi o la conduzione di clarini e oboe, sonoro di grandissima pulizia che permette la perfetta intelleggibilità dei frizzanti dialoghi. Al disincanto di chi può solo accettare la propria parabola discendente godendone fino alla fine (la madre, splendido personaggio magnificamente rappresentato) o tormentandosi (Gianni), si associa il disincanto dei nostri giovani che sembrano essere condannati a non avere un futuro qualsiasi. Ne esce fuori una strana nemesi che unisce nonni e nipoti in una rassegnata disperazione leggera. Il sogno finale, che mi ha richiamato alla mente quello dell'Alex kubrickiano, rimane l'ultima chimera cui aggrapparsi per trovare la forza di svegliarsi affrontando le lunghe giornate calde della Capitale e di tutte le città e i paesi di questo Paese.