Recensione l'industriale regia di Giuliano Montaldo Italia 2011
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Recensione l'industriale (2011)

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locandina del film L'INDUSTRIALE

Immagine tratta dal film L'INDUSTRIALE

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Nicola, proprietario di una fabbrica che produce pannelli solari, è con l'acqua alla gola: le banche gli rifiutano ulteriori finanziamenti e se non trova investitori in fretta, dovrà dichiarare bancarotta.
Mentre cerca una soluzione che sembra impossibile, scopre che anche l'ultima cosa che gli resta, l'amore della moglie Laura (Carolina Crescentini) gli sta sfuggendo: il sospetto che Laura abbia una relazione extraconiugale spinge Nicola a seguirla di nascosto...

"L'Industriale" di Giuliano Montaldo conferma, se ce ne fosse bisogno, due cose: che Pierfrancesco Favino è l'attore piú dotato della sua generazione e che il cinema italiano non è oggi all'altezza dei suoi migliori interpreti. Nei primi minuti, l'attacco al sistema bancario e al governo promette ben altro coraggio e spessore, lasciando sperare in un film che documenti la drammatica situazione del paese raccontandola attraverso la vicenda di una sola persona e che abbia il coraggio di accusare apertamente i responsabili della crisi e della mancanza di soluzioni.
Ci sono due storie sovrapposte: quella del tentativo di Nicola di salvare la fabbrica e quella del tentativo di Nicola di salvare il proprio matrimonio. L'equilibrio tra le due non funziona a dovere e quando nella seconda parte la sottotrama del presunto tradimento di Laura prende il sopravvento, il film si spegne in una specie di noir.
La Torino svuotata, bloccata dai cortei e desaturata fino ai limiti del bianco e nero è l'unico graffio di un film che al momento decisivo sceglie il melodramma e tralascia il tema economico e sociale, che viene risolto in una boutade.

Non convince del tutto il personaggio di Laura. A parte un casting rischioso (la Crescentini non sfigura, ma non sembra esattamente a suo agio), non si capisce bene la psicologia di un personaggio che cerca di aiutare il marito ma allo stesso tempo cerca tra le braccia di un parcheggiatore extracomunitario (altra banale forzatura) il calore che sta svanendo nel suo matrimonio.
La confusione e l'isolamento sono certamente per Montaldo gli stati d'animo prevalenti dell'Italia contemporanea, effetto devastante della disgregazione dei due cardini su cui la società è fondata (famiglia e lavoro). L'opera di sintesi in una storia personale di entrambi tali aspetti è la scommessa che il film perde: primo perchè le due cose non sono ben equilibrate dal punto di vista narrativo, secondo perchè il punto di vista è quello di un industriale benestante con una moglie ricchissima e bellissima. Non esattamente la situazione più comune in Italia oggi.
E' ovvio che Montaldo non divida gli italiani in ricchi e poveri, ma in persone oneste e persone disoneste e scelga un protagonista ricco con un solido codice morale (siamo dalle parti del Panda, in quanto a rarità) per mettere ulteriormente in risalto la difficoltà delle persone oneste di cavarsela, a qualunque ceto sociale esse appartengano. Dare risalto, nella seconda metà del film, alla vicenda coniugale fa svanire però la sensazione che il film tratti un tema universale e che sia un manifesto dell'incapacità delle istituzioni di rimettere in sesto l'Italia puntando sul lavoro e sull'etica.
Che l'industriale riesca a scongiurare corna che tutto sommato gli frutterebbero anche bei soldi, sinceramente, ci interessa molto meno delle sorti degli operai della fabbrica e non per l'influenza di qualche ideologia socialista nel giudizio del film, ma perchè per metà film sembra che la cosa più importante sia quella.

"Il mondo ci sta crollando addosso": l'operaio piú anziano della fabbrica che consola Nicola invitandolo ad accettare la realtà ed arrendersi è la voce di Montaldo. I tempi che corrono travolgono soprattutto le brave persone, non c'è speranza. Peggio ancora: la disperazione fa uscire il peggio di noi, l'incomunicabilità distrugge i rapporti umani e il sospetto prevale sempre sulla fiducia, spesso con effetti disastrosi.
Difficile dar torto a tale tesi ed un finale non conciliante in cui Favino dà il meglio di sè conferma che Montaldo voleva realizzare un film scomodo e puntare il dito verso qualcuno. Peccato che, a conti fatti, finisca per far di tutto per farci guardare il dito invece della luna.

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Recensione a cura di JackR - aggiornata al 28/12/2011 11.41.00

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