Recensione rush regia di Ron Howard USA 2013
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Recensione rush (2013)

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locandina del film RUSH

Immagine tratta dal film RUSH

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Immagine tratta dal film RUSH
 

1 agosto 1976. Niki Lauda, campione del mondo in carica e  in testa al mondiale di Formula 1, esce di pista sul circuito del Nurburgring. Le gravi ustioni riportate nell'incidente non lo fermano: dopo soli 42 giorni, torna in pista per difendere il titolo, mentre James Hunt, che aveva faticato con la McLaren fino a quel momento, approfitta dell'assenza di Lauda per recuperare terreno in classifica. L'ultimo gran premio in Giappone, in condizioni meteorologiche proibitive, si rivela decisivo per le sorti del Mondiale...

Ron Howard non è nuovo a film tratti da sensazionali episodi di cronaca della storia contemporanea: "Apollo 13", A Beautiful Mind", " Frost/Nixon": la scelta di raccontare episodi ampiamente documentati anche con materiale audiovisivo - l'incidente di Lauda viene ricostruito e mostrato esattamente come nel filmato del vero incidente - fa di Ron Howard un curioso storico moderno, capace di scegliere gli eventi da ricordare e tramandare nella forma che meglio rispecchia la sua visione della natura umana.

Come ogni film del regista de "Il Codice Da Vinci", anche "Rush" è splendidamente realizzato, ma manca di pathos. La cronaca degli eventi (anche quelli inventati di sana pianta) procede piatta come in un telegiornale e forse solo nel finale, al momento di servire la morale della storia, "Rush" regala qualche emozione. Il cinema di Ron Howard è didascalico e retorico, una forma che sicuramente piace all'America sempre affamata di nuovi miti e leggende, ma che sembra sempre un po' ingenua da questa parte dell'Atlantico.
La rivalità tra Hunt e Lauda (amici sin da giovani nella realtà) è trasformata in dicotomia esistenziale, esasperata efficacemente a fini drammatici. Funziona: da un lato l'istinto, il coraggio e la sfrontatezza di Hunt, dall'altro la precisione e l'approccio tecnico di Lauda. Due forme di talento complementari e la necessità di confrontarsi e imparare l'uno dall'altro per raggiungere i propri obiettivi. Non c'è nulla da scoprire o interpretare, tutto è detto, mostrato, raccontato: i dialoghi sembrano rivolti agli spettatori, le voci fuori campo tolgono qualunque spazio all'interpretazione. E' come se Howard avesse paura che il suo pubblico di riferimento (chiaramente quello americano) non possa cogliere la morale della favola sintetizzandola in autonomia. L'Homo Sapiens Howardianus è un pilota di Formula 1, un astronauta, un genio matematico: un individuo capace di ispirare gli altri attraverso il superamento dei propri limiti, dimostrando che la giusta combinazione di passione, talento, abnegazione e fortuna può scrivere le pagine della storia, o ispirare film, almeno.

I mezzi tecnici a disposizione del regista sono tali che il lavoro sia cinematograficamente impeccabile, e -  come deve essere in questi casi - il casting risulta la mossa vincente: Chris Hemsworth si cala nel personaggio di Hunt, rivelando doti che i vari ruoli fantastici avevano tenuto nascoste, mentre Daniel Bruhl è semplicemente perfetto nel ruolo di Lauda.
Le scene forti del decorso ospedaliero di Lauda sono molto intense e Bruhl riesce a trasmettere l'autentico dolore fisico e psicologico di un uomo che lotta con la vita e che trova nella rivalità con Hunt la forza di sopravvivere. Le scene di confronto dialettico tra i due (per quanto inventate possano essere) sono la chiave per capire il senso del film: non è questione di sposare l'una o l'altra visione della vita e dello sport, quanto percepire che solo una costruttiva, magari inconciliabile, tensione dialettica può generare una grande vicenda umana, che trascenda anche i meri risultati sportivi (d'altra parte, c'è un vincitore del mondiale ogni anno).

Ciò che delude è l'assoluta mancanza di pathos delle scene di corsa. Se non fosse per la fotografia, sembrerebbe di assistere a un vero Gran Premio in televisione. Non è un complimento: l'artificio del cinema dovrebbe superare la realtà, non semplicemente replicarla perfettamente. Howard posiziona le macchine da presa più o meno ovunque, ma non riesce ad aggiungere la magia del cinema a un evento - la F1 - di per sé già estremamente spettacolare.
E' sempre difficile un film sullo sport, ancor più se racconta fatti realmente accaduti. La Formula 1 però è forse lo sport maggiormente trasformato dall'invasività e l'evoluzione della tecnologia e rivedere macchine, corse e soprattutto i rischi che correvano i piloti negli anni settanta è certamente l'aspetto migliore di un film che necessita di essere visto in una sala cinematografica, perché non perda gran parte della sua forza.
La scelta del montaggio veloce sulla sequenza dei gran premi che conducono a quello dell'incidente lascia un po' l'amaro in bocca: si vedono le partenze, a volte l'arrivo, ed il resto è affidato a qualche cartello in sovraimpressione che descrive l'esito della corsa. Il montaggio che salta da una corsa all'altra toglie di fatto pathos a tutte le singole sequenze: non a caso il gran premio finale in Giappone, l'unico seguito per intero, è il momento migliore del film. Difficile fare altrimenti senza essere noiosamente ripetitivi, ma a conti fatti la scelta fatta non risulta efficacissima.

"Rush" è un film discreto, che rivela ancora una volta tutti i limiti di un regista tecnicamente capace ma privo di talento artistico. Forse Ron Howard racconta le storie degli uomini che avrebbe voluto essere e forse, un giorno, qualcuno racconterà l'incredibile storia di un attore normale che, con abnegazione e passione riesce a diventare uno dei registi più importanti della sua epoca. Non la storia vera, s'intende: la storia giusta.

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Recensione a cura di JackR - aggiornata al 19/09/2013 16.43.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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