Recensione zatoichi regia di Takeshi Kitano Giappone 2003
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Recensione zatoichi (2003)

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locandina del film ZATOICHI

Immagine tratta dal film ZATOICHI

Immagine tratta dal film ZATOICHI

Immagine tratta dal film ZATOICHI

Immagine tratta dal film ZATOICHI

Immagine tratta dal film ZATOICHI
 

Vendicatore solitario, giustiziere cieco, paladino degli oppressi: tutto questo è "Zatoichi", l'eroe fatto rivivere sullo schermo da Kitano Takeshi secondo un modello collaudato che, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta del Novecento fu personaggio di successo in molteplici film e telefilm che narravano le sue imprese in lungo e in largo attraverso il Giappone feudale.

La versione di Kitano si distingue per la sottile vena di ironia che la pervade: a iniziare dall'interpretazione del regista nel ruolo principale, in cui sfodera un'improbabile capigliatura biondo ossigenata, per finire con il tratteggio in toni macchiettistici di alcune delle figure nei ruoli comprimari.
È così per la contadina che offre ospitalità al giustiziere e per le sorelle Okinu e Osei (in realtà Osei è un maschio) che, travestite da geisha vagano alla ricerca della banda che ha assassinato la loro famiglia; e non vanno dimenticati Shinkichi, il nipote della contadina, amante del gioco d'azzardo e amico fidato di Zatoichi, e il ragazzone sciocco ma innocuo, che passa tutto il giorno a correre intorno alla casa della contadina brandendo lance e spada, convinto di essere un samurai.
Intanto i cattivi continuano a imperversare impunemente nel villaggio; primo fra tutti il capo dei capi, il perfido Kuchinawa, che sotto le spoglie di anziano inserviente dell'oste ordisce qualsiasi manovra abbia per oggetto soprusi, ruberie, omicidi. A differenza degli amici però, Kuchinawa e tutta la schiera dei nemici di Zatoichi sono dei bruti veri, non vi è ironia né malizia nei loro personaggi: quando compiono delle male azioni lo fanno con genuina cattiveria. Per fortuna c'è sempre lì il giustiziere, pronto a riparare a tutti i torti con l'aiuto della sua katana rossa.
Per questo Zatoichi dovrà vedersela con Hattori, il portentoso ronin, fiero e orgoglioso, che mette la propria forza a disposizione di chi lo paga. Un cattivo su commissione, egli svolge i compiti che gli sono assegnati per pura obbedienza e senso del dovere. Per quello stesso senso del dovere e per dimostrare la sua superiorità di combattente Hattori accoglierà la sfida e si farà uccidere per mano di Zatoichi.

Rimane però ancora un nemico da eliminare prima che la missione sia completa. Sotto i panni dell'oste del villaggio si cela infatti l'informatore della banda dei Ginzo. Già luogotenente di Kuchinawa e suo alter ego, sarà lui l'ultima vittima a cadere sotto i colpi di Zatoichi. Prima di morire però fa in tempo a svelare il segreto del giustiziere, quando si accorge che questi tiene gli occhi aperti: "tu non sei cieco" lo apostrofa. "Mai stato – risponde quello – perché chi non vede sente meglio degli altri". Quale migliore risposta per un vendicatore suo pari che, nell'ultima battuta in chiusura del film, estremo motto di arguzia, mentre inciampa camminando, sbotta: "anche con gli occhi spalancati non riesco a vedere niente".

Ma il vero momento topico, quello che sigla l'avvenuta riconciliazione con la vita e il ritorno alla pace, è raggiunto nel film con il tip- tap liberatorio al ritmo incalzante dei tamburi taiko, cui tutti gli abitanti del villaggio prendono parte, che in un crescendo quasi mozartiano, come nelle battute finali dell'ultima scena del "Don Giovanni", annuncia che i malvagi sono finalmente sconfitti e annientati.

Molti nemici, molto onore.

Come potrebbe vivere e quale ragione avrebbe di esistere un samurai, senza i combattimenti e senza la rigida disciplina del bushido (la via del guerriero) che governa le sue azioni? Dandosi quale condotta etica di esercitare i principi del codice d'onore, egli passa da uno scontro all'altro con spietata ferocia. L'ostinata ricerca della perfezione, un summa di precisione e di concentrazione vissute come un rito, tanto nella forma quanto nella sostanza, nel caso di Zatoichi assume le sembianze di un'ostentata remissività, quando si finge mite e sottomesso facendosi passare per un semplice massaggiatore, salvo diventare vendetta inesorabile quando si tratta di far piazza pulita dei nemici.
Il rigoroso rispetto delle regole rimane però sempre alla base del comportamento di un vero samurai, come nel confronto con Hattori, l'unico in grado di fronteggiarlo da una posizione di parità. Con lui Zatoichi si concede il piacere di incrociare le armi anziché colpirlo subito senza dargli il tempo di rispondere – come è solito fare con tutti gli altri – e lasciandosi addirittura ferire a una spalla, sebbene siano entrambi consapevoli che Hattori è votato alla sconfitta finale.

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Recensione a cura di Severino Faccin - aggiornata al 05/06/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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