funny games (1998) regia di Michael Haneke Austria 1997
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funny games (1998) (1997)

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locandina del film FUNNY GAMES (1998)

Titolo Originale: FUNNY GAMES

RegiaMichael Haneke

InterpretiSusanne Lothar, Ulrich Mühe, Arno Frisch, Frank Giering

Durata: h 1.48
NazionalitàAustria 1997
Generethriller
Al cinema nel Luglio 1998

•  Altri film di Michael Haneke

Trama del film Funny games (1998)

Una tranquilla famiglia di opulenti borghesi austriaci giungono nella loro casa sul lago per una normale vacanza, che viene presto sconvolta dall'arrivo improvviso e indesiderato di due giovani sconosciuti…

Film collegati a FUNNY GAMES (1998)

 •  FUNNY GAMES, 2008

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Voti e commenti su Funny games (1998), 169 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento LukeMC67  @  12/07/2010 13:09:07
   9½ / 10
Chi ha avuto la fortuna di vivere un'infanzia in campagna forse avrà giocato -o visto giocare, o avrà partecipato- a quelle terribili "spedizioni" nelle quali si bruciavano formicai con la lente al sole o si infliggevano le peggiori sofferenze e le peggiori morti a innocui animaletti colpevoli solo di essere passati accanto ai temibili "cuccioli d'uomo". Beninteso, in quelle occasioni spesso accadeva di essere in gruppo ma il coraggioso di turno era uno (al massimo due), gli altri assistevano spesso con smorfia di schifo ma senza la possibilità di distaccarsi dal macabro spettacolo. Solo pochi rifuggivano o andavano a chiamare i genitori perché intervenissero. Poi si cresce e quell'aggressività istintiva e crudele che ha spinto qualcuno a compiere simili gesti (o ad assistervi) finisce sotto tabù, si prova orrore per simili fatti e si incanalano le spinte sadomasochiste su altri binari, da quelli positivi della competizione sportiva a quelli più patologici delle varie nevrosi. Eppure, la voglia di guardare insistentemente "dal buco della serratura" e, se possibile, dal vero senza essere però visti rimane più o meno in tutte e tutti noi: si chiama "voyeurismo".
Ma se a quegli istinti fosse dato libero sfogo, senza sublimazioni, e se essi fossero diretti verso altri esseri umani e non solo agli animali, cosa accadrebbe?
Michael Haneke, ineffabile regista terrorizzato dall'aggressività e dalla violenza umana, da buon "chirurgo dell'anima" quale è, prova a dare qualche risposta. O a porsi qualche terribile domanda.
E lo fa con un film implacabile, di violenza "pura" ed espressa a tutti i livelli umani possibili.
Attenzione, il titolo non è affatto ironico: i "giochi divertenti" di cui si narra sono realmente tali perché l'unica motivazione che spinge i due "bravi ed educati ragazzi" a compiere le efferatezze più immonde su una famigliola in vacanza mediamente antipatica ma assolutamente pacifica (almeno all'apparenza), è il divertimento allo stato distillato puro. Proprio come i bambini terribili quando seviziano gli animaletti: giocano, esprimono l'aggressività umana che ci abita, rimossa ma sempre in agguato.
Haneke, però, non si limita a questo. Cosa disturba veramente nella visione di questo film? Qualcuno ha detto che è la violenza raramente mostrata ma sempre suggerita; altri hanno fatto notare che la rigorosissima unità di tempo e luogo dell'azione permette una facile immedesimazione nella vicenda; altri hanno ascritto il merito alle interpretazioni degli attori, soprattutto dei due ragazzi e del bambino. Tutto vero, ma secondo me c'è una motivazione ben più profonda: Haneke, infatti, non si limita a un (peraltro scontato) discorso sulla violenza umana ma va ad affondare le mani nel nostro voyeurismo immergendoci in un mefistofelico meccanismo straniante nel quale noi spettatori siamo tentati di identificarci coi carnefici, a "divertirci" in un gioco che sappiamo finto perché recitato. Di più: con la famosissima sequenza del "rewind", Haneke si permette di prendersi beffa in un colpo solo sia di noi spettatori che della sua stessa creazione che stravolge perché apparentemente "sfuggita di mano"... in realtà è tutto scritto nella sceneggiatura! Cos'altro disturba particolarmente in quella sequenza? L'incoerenza della stessa? La sua inverosimiglianza? Il suo non realismo rispetto a una storia così raccapricciante da sembrare vera? Non lasciatevi sfuggire le apparentemente sofistiche battute che i due ragazzi si scambiano sulla barca a vela, nel finale del film: sta lì la chiave del racconto. Realtà e finzione coincidono: nella vita reale la nostra esistenza non è forse torturata da sofferenze gratuite inflitte (o permesse) da un Destino o da una Divinità che si permette di elargire morte e distruzione a Sua totale discrezione? La sceneggiatura del regista-demiurgo, quindi, diventa metafora della "sceneggiatura" delle nostre povere esistenze costellate di sofferenze, di distacchi e quindi di traumi e di morte. E quel mefitico "rewind" ci ricorda, metaforicamente, tutte quelle situazioni della Storia (o delle nostre singole storie) nelle quali l'ineluttabilità del Male ha trionfato con precisione e sadismo assoluti senza che noi potessimo farci niente. Un Male che più "banale" di così è impossibile da rappresentare (e da vivere).
Ma, appunto, siamo in territorio di metafora, dunque all'interno di una creazione, di un processo di comunicazione di cui noi siamo passivi fruitori.
Sicuro che siamo così passivi? "E' ladro tanto chi ruba quanto chi tiene il sacco", ci ricorda l'antico adagio popolare: il nostro voler vedere ad ogni costo ci attanaglia, cattura la nostra attenzione di fronte al Male molto più di quanto ci possa affabulare il Bene... Ecco che Haneke si diverte (anche lui!) a frustrarci non mostrando la violenza se non quando non è funzionale alla Storia da lui creata (l'omicidio del ragazzo da parte della donna). La nostra sensazione di disturbo diventa così l'affiorare della nostra voglia di vedere l'orrore e, contemporaneamente, il sentircene a disagio. Magari perché, inconfessabilmente, avremmo voluto "divertirci" anche noi senza mai essere le vittime.
Grandissimo Haneke.

14 risposte al commento
Ultima risposta 18/07/2010 14.31.51
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