Recensione candyman - terrore dietro lo specchio regia di Bernard Rose USA 1992
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Recensione candyman - terrore dietro lo specchio (1992)

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locandina del film CANDYMAN - TERRORE DIETRO LO SPECCHIO

Immagine tratta dal film CANDYMAN - TERRORE DIETRO LO SPECCHIO

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Leggende urbane, storie metropolitane insolite e curiose, che nel passar di bocca in bocca guadagnano sempre più credibilità. Un turbinio inarrestabile di "conosco qualcuno che conosce qualcuno", storie sorprendenti di ambientazione popolare, spesso successe a qualcuno non meglio identificato, che sia l'amico di un amico o un fantomatico cugino. Giusto il tempo di diventar credibili o, per lo meno, plausibili. C'è la leggenda dei coccodrilli nelle fogne, dei ladri di reni nei locali notturni, delle gang motorizzate che corrono a fari spenti nella notte. E poi c'è la leggenda di CandyMan.
Quest'ultima è la storia di un pittore nero, figlio di uno schiavo arricchito, che nell'epoca degli scontri razziali venne brutalmente torturato, fatto dilaniare dalle api e poi messo al rogo solo per essersi innamorato della donna sbagliata: una ragazza bianca. La leggenda racconta che, se una persona di fronte allo specchio ripete il nome di Candyman cinque volte, lo evocherà a costo della propria vita.

È su questa leggenda che Helen Lyle, studentessa di folklore moderno, decide di impostare la propria tesi di laurea.
Tra interviste e ricerche bibliografiche Helen scoprirà sempre più informazioni su questo bogeyman di ultima generazione, ad esempio che gli vengono attribuiti alcuni omicidi documentati, avvenuti nella parte più malfamata della città di Chicago, il Cabrini-Green. Tutto questo curiosare e investigare però non farà altro che attirare l'attenzione del vero Candyman, spirito ipnotico e sanguinario che con un uncino al posto della mano squarta chi non crede alla sua leggenda.
Da quel momento per la donna non sarà altro che un precipitare in un vortice di sangue e pazzia, da cui non riuscirà a risalire se non affrontando il demone che la incalza e accettandone l'esistenza.

Primo film horror ad affrontare l'affascinante tema delle leggende metropolitane (molto prima del mediocre "Urban Legend" o del pessimo "Campfire Tales"), il "CandyMan" di Bernard Rose (distribuito in Italia con il titolo "CandyMan – Terrore dietro lo specchio"), datato luglio 1992, s'inserisce come una pecora nera nel gregge del filone horror anni 90 fino a diventarne una mosca bianca, quasi uno spartiacque.
Sarà perché anche questo lungometraggio è tratto da un racconto del visionario Clive Barker, "The Forbidden", contenuto nella famosa raccolta "Books of Blood"; o perché mai prima d'ora un mostro cinematografico era stato un personaggio (e un attore) afro-americano.
Sarà anche per una sottotrama come quella del razzismo, che può segnare in negativo la riuscita commerciale di un film di genere, da cui il pubblico si aspetta solo divertimento e tanti spaventi.
Per "Candyman" è stato diverso: distribuito dalla PolyGram Filmed Entertainment, è stato il più grande successo fino ad allora ottenuto da quella scuderia. La polemica antirazzista, infatti, abbandona ogni intento morale e pedagogico, rimanendo sullo sfondo come chiaro monito generale: la paura genera odio e l'odio genera violenza; il razzismo non è altro che paura del diverso. Non a caso gran parte della pellicola è ambientata nel Cabrini-Green, il ghetto, il quartiere degli emarginati neri, teatro di paura, violenza e crimine.

Idealmente "Candyman" è divisibile in due parti. Nella prima lo spettatore si troverà di fronte ad un film che con l'horror sembra non avere niente a che fare.
Dopo i titoli di apertura, ecco una panoramica di Chicago lunga pochi minuti. Le riprese sono state effettuate da un elicottero e la videocamera perlustra il paesaggio tipico delle grandi città, tra strade e grattacieli. Niente di strano, se non fosse per un immenso sciame di api che in pochi secondi si staglia all'orizzonte e invade la scena. L'incipit, abbastanza figurativo, mette in luce i due elementi caratteristici della pellicola e si conclude con una dissolvenza sul volto della bellissima Virginia Madsen, l'interprete di Helen. Da quel punto in poi tutto si svilupperà sulla falsa riga di un thriller, anche se non mancheranno alcune scene gore e qualche imput soprannaturale.
Helen Lyle conduce assieme alla sua amica/compagna di corso Bernie Walsh (l'attrice Kasi Lemmons) studi sulle leggende metropolitane. Il loro obiettivo è scrivere una tesi di laurea che possa dirsi in qualche modo nuova sull'argomento, soprattutto rispetto a quanto scritto fino a quel momento dai vari accademici, tra cui Jake (DeJuan Guy), il marito di Helen. In realtà la tesi non è che una scusa per la donna, repressa nella vita come nel lavoro. Il suo vero intento è di portare la propria condizione a un livello superiore rispetto a quella del compagno, con cui ha un infelice rapporto sentimentale e di cui teme l'infedeltà. Vuole realizzare un ribaltamento del suo rapporto come dei comuni ruoli uomo/donna in generale.
La leggenda di Candyman sembra essere proprio quello di cui la donna aveva bisogno: prima di tutto è a sfondo razziale, il che non può che aumentarne la risonanza; secondo, è una storia d'amore, quasi romantica nella sua efferatezza, in cui Helen inizia a proiettare la propria situazione personale.
La leggenda è molto radicata all'interno del Cabrini - Green. "Non si tratta di una storia", affermano gli abitanti del posto, "è tutto vero". "Lui esiste davvero". Helen, investigando sul caso, scopre che alcuni omicidi attribuiti a Candyman sono in realtà opera del capo di una banda locale, che aveva assunto l'identità di Candyman per ottenere l'omertà altrui. Grazie alla sua testimonianza lo fa arrestare.

È con lo smascheramento che termina questa prima parte del film. Il soprannaturale viene smascherato, i canoni horror vengono capovolti.
Non è il trascendente la fonte dell'orrore ma il reale. Candyman non spaventa come leggenda e storia maledetta: terrorizza in quanto cosa vera, documentata dalle cronache, legata a un disagio sociale che si manifesta e si conclude con l'omicidio. Ovviamente la contrapposizione razziale è al centro di tale dicotomia. La paura non ha fonte ancestrale ma è pratica e attuale. Il ghetto, il diverso, il fatiscente spaventa più del misterioso, dell'oscuro, dello stregato.
Cabrini - Green è l'angolo buio della società come lo è della mente umana. È il posto in cui si può rinchiudere cioè che è scomodo e doloroso. In fondo non è dei morti che ci si deve preoccupare, ma dei vivi.

Con questo ribaltamento abbiamo il cambio di rotta che stravolgerà il resto film. La virata è verso l'horror melò. Come in "Dracula", forse il più celebre capostipite del genere. Nonostante i cliché che portano un passo indietro il genere rispetto alle evoluzioni degli ultimi decenni (primo fra tutti "The Fly" di David Cronenberg), una certa dose di gore riequilibra la situazione.
Helen non crede. Per lei Candyman ormai è solo una storia, come tante. Il ribaltamento che cercava non ha ottenuto gli effetti sperati. I rapporti con il marito peggiorano. La sua carriera rimane sullo sfondo e la spinta vitale che le donava la ricerca si è esaurita con la fine dell'inchiesta. È a questo punto che Candyman (Tony Todd) arriva.
Lei l'ha chiamato. Il mostro (per la prima volta sullo schermo dopo 45') si manifesta per sancire la propria esistenza, minacciata dall'incredulità della donna. Egli può esistere solo se gli altri credono in lui. La sua storia ha senso solo se gli altri possono ascoltarla. Solo se non è dimenticata. Candyman è un uomo che per continuare a esistere si fa prima mostro, poi leggenda. Daniel Robitaille (è questo il suo vero nome), ucciso violentemente per amore, ricorre all'omicidio per non essere dimenticato. Helen, dal canto suo, proietta su questo essere romantico ed evanescente la propria speranza in una felicità sentimentale che non le è concessa.
Si fa complice inconsapevole dell'uomo nero per condividerne la storia e il destino. Si lascia sopraffare, ipnotizzare dallo sguardo ammaliatore del mostro, moderno Dracula. Tra i due inizia una storia d'amore e d'orrore, di odio e necessità, coronata dal sangue. Le vittime di Candyman sono anche le vittime di Helen. Gli omicidi sono quasi un rito sessuale: perché la leggenda riacquisti forza, deve perpetuarsi attraverso la donna. Le colpe di nuovi massacri ricadranno su di lei, ormai sola, abbandonata dal marito e sull'orlo della pazzia. Lei diventerà il nuovo bogeyman, fino alla consacrazione ottenuta, ancora una volta, per morte violenta. Partoriente e partorita allo stesso tempo, mentre l'uncino di Daniel diviene simbolo dell'organo sessuale maschile.

È subito evidente che questa seconda parte si piega a un gusto per il sangue e per la violenza che nella prima è appena abbozzato, mentre l'originalità che caratterizzava la prima parte pian piano si esaurisce, come le varie tematiche in essa portate avanti. La storia diviene più classica, banale, purtroppo fortemente improntata al melodramma, ma continua inesorabile nel suo corso fino al finale. Non c'è comunque posto per il lieto fine.

Se è vero che la regia di Rose appare senza infamia e senza lode, si può dire che la riuscita del film è merito di Barker, qui nelle vesti di produttore. La sceneggiatura (ad opera del regista) sviluppa il racconto dello scrittore, ne cambia qualche elemento (inserendo la tematica razziale: in origine Candyman era bianco) e lo amplia, ma è la poetica dello scrittore a dare forza al tutto.
I picchi di tensione sono notevoli, le ambientazioni riuscite, soprattutto quando non sono costruite in un set. Le riprese nel Cabrini - Green (che ormai non esiste più) crearono non pochi problemi al gruppo di lavoro.

Gli effetti gore sono resi benissimo, disturbanti quanto basta.
Interessante invece l'uso che viene fatto delle api (l'animale simbolo di Candyman), quasi sempre utilizzare sul set grazie all'aiuto di un apicoltore (il digitale ancora non esisteva). Ottimo il make up, nonostante il basso budget.
Le musiche di Philip Glass avvolgono in maniera dolce e inquietante il film, senza sussulti e accompagnando le scene emotivamente più impegnative (e non necessariamente quelle più efferate). Il compositore non seppe che si trattava di un horror fino all'uscita del film.
La fotografia è di Anthony M. Richmond.

Ottima la prova degli attori, dalla bellissima Madsen (che fu realmente mandata in trance per ottenere da lei prestazione al limite del realismo) a Tony Todd, dal portamento regale e dalla voce profonda (proprio come si voleva fosse Candyman).

Molti i riferimenti che nel racconto (di ambientazione inglese) avevano un senso ma nel film no, tra tutti quello del rogo.

Sostanzialmente diverso dalle altre opere anni 90', nel film non c'è traccia di una sacralità che non sia quella umana: del corpo e del sangue. Il teen movie non si era ancora palesato, per fortuna.
Il finale aperto (quello contenuto nel montaggio finale) ha reso possibili due sequel. Per fortuna però la figura di Candyman non ne è rimasta inflazionata, com'è capitato con altri mostri del decennio precedente. Anche per questo il fascino romantico e la perversione che emana non hanno subito tracolli.

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Recensione a cura di Zero00 - aggiornata al 02/04/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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