Recensione come dio comanda regia di Gabriele Salvatores Italia 2008
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Recensione come dio comanda (2008)

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locandina del film COME DIO COMANDA

Immagine tratta dal film COME DIO COMANDA

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Immagine tratta dal film COME DIO COMANDA

Immagine tratta dal film COME DIO COMANDA
 

Un padre border–line educa il figlio adolescente ad una scuola di rabbia, violenza e razzismo, respingendo l'aiuto dell'assistenza sociale. Con lui un ritardato mentale, cerebroleso per un incidente sul lavoro. Sui tre incombe una cupa tragedia di stupro e di morte.

Non è facile districarsi nel dedalo delle sperimentazioni del famoso regista, che spaziano a 360° nelle più svariate direzioni: di forma e di contenuti, di dimensione sociale e individuale, di taglio socio-politico o puramente filosofico, di immagini estetizzanti o di narrazioni concettose.
Agli esordi si affermava con racconti di ambito "esotico", in fuga dalla vecchia Europa (Mediterraneo, Marrakech, Puerto Escondido), ma pure, metaforicamente, da una realtà esistenziale considerata inaccettabile. Poi rivolgeva l'attenzione al sociale, gettando lo sguardo sui miseri panorami del nostro Sud, raccontando storie ordinarie di malaffare e di droga, o navigando metaforicamente nell'oceano della odierna realtà virtuale, in un viaggio senza mete precise. Continuando il suo cammino di sperimentazione il regista milanese affrontava pure il genere noir, con attori improvvisati e in aderenza strettissima alla tecnica del digitale, nel recente Quo vadis Baby?.
Due anni prima, invece, aveva portato al cinema un romanzo di Ammaniti, con Io non ho paura, celebratissimo da tutta la critica: storia tragica e commovente di un ambito sociale e morale estremamente degradato, nel profondo Sud.

In Come Dio comanda Salvatores torna al sodalizio con lo stesso romanziere, trasferendo lo scenario dall'assolato meridione alle brume e grigiori del Nord; nel contesto fluviale di una non identificata località, dove ciminiere lugubri e fumi inquietanti rappresentano la drammatica realtà di un contesto socio-culturale in degrado. Al triste stato dell'ambiente si accompagna la tragica condizione di un pugno di personaggi border-line, accomunati da un destino di sofferenza, povertà ed impotenza: l'amico uscito di senno per un incidente sul lavoro, il padre alcolista e disoccupato, e il di lui figlio adolescente, abbandonato dalla madre. L'amore "nevrotico" che lega il gruppo resta unica ricchezza consolatoria per i poveri soggetti; ma ricchezza pure essa effimera, destinata a scomparire per l'accavallarsi di tragici eventi, stupri, omicidi e suicidi.

La vicenda, però, non va letta semplicemente come una storia concreta di ordinaria emarginazione, e conseguente disagio psichico e sociale. Al contrario è proposta coi toni allegorici di una favola lugubre e terrificante, come succede nel mito tragico: con la rappresentazione emblematica di personaggi cattivi (il riccone prepotente col SUV, punito con immediata violenza), il folle schizofrenico che calpesta il mondo onirico del suo presepe, la Povera Cappuccetto Rosso da lui stuprata ed uccisa, e il papà deviante che insegna il male al bambino, peraltro amatissimo.
A completare il quadro fiabesco, proprio lui, il giovane adolescente, una specie di Cappuccetto nero che si aggira disperatamente alla ricerca del padre, nel bosco, di notte, sotto una tremenda bufera; una sorta di inferno dantesco che "al sol pensier rinnova la paura"! La citazione dantesca viene a taglio per avallare la visione del film come metafora "globale" dell'esistenza, ben al di là della vicenda; cosa peraltro confermata dall'importanza apodittica del titolo: "Come Dio comanda".
Come spiegare in altro modo la cecità e la spietatezza di un destino ineluttabile che tanta sofferenza porta agli uomini interra? Come rassegnarsi all'idea religiosa di un essere superiore, infinitamente buono e misericordioso, che consentirebbe certe cose... per amore dei suoi figli? (come dice nel film il padre sconsolato della ragazza).
Di qui un messaggio scettico e negativo sui destini dell'uomo, collegabile al pensiero disperante di Schopenhauer, con la sua filosofia del dolore universale.

In tono con questa l'eccellente fotografia del paesaggio: ciminiere, sassaie, e fiumi stagnanti; in particolare nel livido albore sul fiume, dove scompare il povero corpo martoriato, e soprattutto nella "selva selvaggia, e aspra e forte" sotto la bufera notturna nelle tenebre (un montaggio magistrale).
Ottima la presentazione "nevrastenica" degli interpreti (compreso l'assistente sociale), in aderenza con il contenuto tematico; forse sin troppo calcata ed artificiosa nel personaggio del matto "4 formaggi". Su tutti, a livello interpretativo, il protagonista giovane, di sorprendente espressività... un Jean Pier Leaud dei nostri giorni, che rivedremo a lungo!

Nel complesso, malgrado lo spessore contenutistico, non grideremmo al capolavoro! Avvertiamo nel film una certa artificiosità nella ricerca forzosa di effetti spettacolari che legittimino il senso dei temi di fondo; come succede in certi lavori saggistici, dove le ipotesi di studio sembrano scritte a posteriori, per legittimare una tesi precostituita. Il tutto potrebbe derivare dalla forte suggestione di certo cinema americano, sin troppo celebrato.
Come escludere, poi, che il divagare continuo tra generi ed ambiti diversi non ingeneri confusione anche in un autore del calibro di Salvatores, pregiudicando un maggiore rigore e migliori esiti artistici?

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Recensione a cura di GiorgioVillosio - aggiornata al 29/12/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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