Recensione il castello nel cielo regia di Hayao Miyazaki Giappone 1986
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Recensione il castello nel cielo (1986)

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locandina del film IL CASTELLO NEL CIELO

Immagine tratta dal film IL CASTELLO NEL CIELO

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"Laputa - Il Castello nel Cielo" è il terzo film di animazione diretto da Hayao Miyazaki, ed è il primo ufficialmente lanciato dallo Studio Ghibli, fondato dallo stesso regista insieme a Isao Takahata ("Una tomba per le lucciole") e Yasuyoshi Tokuma. Tuttavia, ciò che ha permesso alla mente creativa del regista di fondare lo studio è il successo del suo film precedente "Nausicaä della Valle del Vento", tratto da un omonimo manga. Con ogni probabilità, "Laputa" è un'opera precedente in termini di concepimento; lo si può intuire sia dalla caratterizzazione dei personaggi, che per lo stile dei disegni del tutto simili ai protagonisti della serie anime TV del 1978 "Conan - Il ragazzo del futuro" dello stesso Miyazaki.

Sheeta è una giovane ragazza tenuta in ostaggio in un dirigibile dagli agenti segreti del governo. Improvvisamente, un gruppo di pirati dell'aria irrompe nell'aeronave. La giovane tenta di approfittarne per fuggire colpendo l'agente del governo con una bottiglia vuota.
Successivamente tenta di uscire dal finestrino del dirigibile, ma, inseguita da uno dei pirati intenzionato a catturarla, scivola e cade nel vuoto. Durante la caduta, dal ciondolo che indossa, scaturisce una misteriosa luce azzurra che, avvolgendola, la fa galleggiare nell'aria fino ad atterrare dolcemente tra le braccia del giovane Pazu, un ragazzo orfano che si stava recando al lavoro in miniera. Pazu, finito il turno, ancora incredulo ed emozionato per quanto accaduto, si prende premurosamente cura della ragazza priva di sensi, portandola nella sua umile capanna.
La mattina seguente, al risveglio, i due iniziano a socializzare trovando, fin da subito, una forte intesa. Sheeta, ancora stordita, sembra non ricordare granché del suo passato, ma Pazu intuisce che la stanno inseguendo a causa del ciondolo dal misterioso potere, pertanto, decide di aiutarla a fuggire, intraprendendo una lunga e appassionante avventura.

Le ambientazioni sono in stile SteamPunk, e riescono a mescolare magistralmente una misteriosa realtà dalla tecnologia avanzata in un'anacronistica ambientazione ritraente la tipica Londra vittoriana dell'Ottocento. Tra treni a vapore, miniere e lampade a petrolio, il film cattura fin da subito l'attenzione, mantenendo il ritmo sempre elevato.
Sia l'esercito del governo che i pirati inseguono la ragazza al fine di impadronirsi del suo ciondolo e il suo segreto, ovvero la misteriosa chiave di accesso a Laputa, la leggendaria città che fluttua nel cielo.
Tutti i personaggi descritti nel film ruotano intorno alla protagonista e al suo oggetto di valore, la gravipietra. Ognuno, con differenti motivazioni, converge su di lei in quanto l'unica persona in grado di risolvere l'enigma di Laputa. Pazu desidera dimostrare l'esistenza di questo leggendario castello per ridare credibilità alle imprese del padre, l'unico ad aver fotografato la misteriosa città in volo. Sia i pirati che l'esercito sono in cerca dei tesori custoditi nella città, ma Muska, l'agente segreto del governo, capo delle operazioni di ricerca, è invece a caccia dell'antica e arcana conoscenza tecnologica del popolo di Laputa.
Tutto lo svolgimento narrativo mantiene un climax dal dinamismo costante e totalmente privo di punti morti, regalando allo spettatore una vera e propria tempesta di emozioni.

A livello semiotico, in questo fantastico viaggio, è interessante notare un cambio sostanziale dei ruoli di alcuni protagonisti della vicenda: i pirati da opponenti diventano aiutanti dei due giovani ragazzi, mentre l'esercito del governo verrà combattuto dallo stesso alleato governativo, verso la fine della storia. L'unico a mantener fede al proprio ruolo è Pazu, pur cambiandone la motivazione. Da sempre desiderava trovare Laputa tra i cieli per onorare la scoperta del padre ma, nel tempo, ciò che lo spingerà maggiormente sarà l'ingenuo e folgorante amore per Sheeta. Sente che deve difenderla e proteggerla, anche a costo della sua stessa vita.
Il tutto viene incorniciato da colori pastello e accompagnato da una colonna sonora il cui tema centrale, dai sapori malinconici e nostalgici, rende un semplice racconto, apparentemente banale, un'autentica poesia.

Di certo la pellicola non è esente da difetti. Della misteriosa città non viene svelato molto. Non viene spiegata l'origine di questo popolo e il motivo per cui hanno edificato Latupa nel cielo. Perché è rimasta disabitata dall'uomo? A chi apparteneva la tomba che il Robot giardiniere indica ai due ragazzi?
I personaggi sono ben costruiti, ma non approfonditi. Ad esempio non sappiamo come il governo sia riuscito a scoprire il luogo in cui viveva Sheeta con la sua famiglia, come non sappiamo la causa della morte del padre di Pazu. Anche la famiglia di Dola, i pirati del'aria, viene a malapena descritta, ma dell'assenza di tali approfondimenti, che avrebbero con ogni probabilità appesantito la narrazione della storia, non se ne sente il bisogno in quanto il film compensa stimolando la curiosità dello spettatore, inducendolo ad evocare stupendi scenari immaginifici, e suggellandogli delicati sentimenti romantici assieme a riflessioni filosofiche sui valori per cui vale la pena lottare.

Cosa è davvero importante?
Nel nostro immaginario possiamo dedurre che Laputa fosse una città fortificata nel cielo in un tempo remoto, misterioso ed enigmatico di cui sono rimaste solo tracce che, sbiadite nel tempo, l'hanno resa leggenda. Probabilmente, l'antico popolo dalle arcane, alchimistiche e sofisticate conoscenze, decise di fortificare questa città al di sopra delle nuvole per paura di una qualche calamità naturale che potesse estinguere ogni forma di vita sulla Terra, oppure a causa di un' imminente guerra nucleare.
Sappiamo che Miyazaki è molto sensibile al tema in quanto è nato nel 1941, quindi nel pieno evolversi della guerra più atroce che il mondo, specialmente il suo popolo, abbia mai conosciuto. In ogni caso, il messaggio che molti colgono è l'importanza della tutela dell'ambiente e del contatto con la natura; tema ricorrente in quasi tutte le sue opere che risultano essere in parte autobiografiche, ma ciò che questo film denota non è la classica dicotomia Tecnologia vs Natura. Lo dimostra il fatto che Laputa è un mondo artificiale costruito ad hoc per proteggere la vita biologica.
Ciò che si evince è un messaggio più profondo che denuncia i limiti dell'attaccamento. Il senso di dover custodire un 'tesoro' è ciò che più limita l'uomo nelle sue scelte, attirando verso di sé il sospetto e la bramosia di possesso. Paradossalmente, sviluppare una tecnologia distruttiva a tutela di un valore equivale ad esporlo a maggiori pericoli piuttosto che a proteggerlo.
Custodire un tesoro è un istinto primordiale umano esattamente come lo è il controllo, pertanto, la vera dicotomia che si coglie è Conoscenza vs Consapevolezza.

Chi desidera la conoscenza sovente è per scopi di dominio o di controllo su tutto ciò che lo circonda, mentre la consapevolezza può essere raggiunta solo da chi impara ad amare in maniera incondizionata, disinteressata e gratuita. L'innocenza e l'amore di due ragazzi ancora incontaminati, in un'epoca lanciata verso il progresso, ne sono la dimostrazione in questo film, che con intrepido coraggio e dignità, salvano ciò che di più prezioso abbiamo: la libertà della vita.

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Recensione a cura di Fulvio Baldini aka peter-ray - aggiornata al 16/11/2012 15.40.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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