Recensione la bocca del lupo regia di Pietro Marcello Italia 2009
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Recensione la bocca del lupo (2009)

Voto Visitatori:   7,39 / 10 (9 voti)7,39Grafico
Voto Recensore:   8,00 / 10  8,00
Miglior documentario
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
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locandina del film LA BOCCA DEL LUPO

Immagine tratta dal film LA BOCCA DEL LUPO

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Immagine tratta dal film LA BOCCA DEL LUPO

Immagine tratta dal film LA BOCCA DEL LUPO
 

Miglior Film al 27-esimo Festival di Torino e scoperta della scorsa stagione cinematografica, "La bocca del lupo" è uscito in sordina durante il mese di febbraio. L'hanno visto in pochissimi e non molto più tardi è uscito in dvd. Ed è su quel supporto che va recuperato questo prezioso piccolo brillante raro, che si insinua sottopelle nella nostra anima, che ci fa ambire aria di salmastro per poi rinchiuderci in interni claustrofobici dismessi e abbandonati.

Vincenzo Motta, quasi un personaggio verista di Verga, volto scavato dalle maree del tempo e rughe lasciate dagli inganni della malavita, più che un essere umano sembra uno scoglio che rischia di essere gettato in mare. Per sempre. Dal porto dove bazzica salpano tante navi; la sua sembra essersi già allontanata, occasione di vita nuova irraggiungibile e chimerica.

Percorrendo un tragitto inverso a quello della spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi, che da Quarto sbarcò in Sicilia, Enzo si lega a Genova grazie a un'affinità amorosa imprevista quanto semplice e fraterna. Diventa un neo Cristoforo Colombo che scopre la sua piccola America sulle sponde liguri e lì, in cerca di fiducia e serenità, prova a prendere domicilio, consacrando un'affinità tutt'altro che generica con il capoluogo. Il quale è diviso dalla sciagurata Sopraelevata, appassita da un inquinamento acustico e ambientale devastante, che divide il litorale del porto antico dalle case che si inerpicano, smerlate, sui pendii. Da una parte Enzo attraversa a piedi i dintorni della grande carreggiata mentre i suoi occhi aprono verso la costa e gli interminati spazi di là da quella, dall'altra l'ingarbugliato assembramento di vicoli e viuzze che salgono verso le altre strade principali, lontane dalla luce della Lanterna, lo costringe a uno spazio ancora più angusto di quello del carcere.

Macchina fissa sui personaggi, i quali restituiscono documentazioni autentiche, Pietro Marcello offre interessanti e raffinate intuizioni grazie all'uso del controluce, del colore, del suono in presa diretta. Delinea un reportage velato ed estraneo a ogni eloquenza, testimonianze cineamatoriali, filmati fiabeschi che giungono armonici, profila interpreti drammaticamente attaccati a quel po' di vita che pare restargli. Per tre quarti della sua durata si intuisce che siamo di fronte a un film che espone un anomalo legame sentimentale, una storia d'amore fuori da ogni schema che ha nella prigione il suo luogo di nascita e crescita.
Una lotta clandestina esclusiva, tra due cuori induriti dagli sbagli commessi, da una vita che non ha mai concesso loro alcuna pietà, sorda nelle chiese così come tra la gente, nei piccoli mercati rionali come tra i clienti di Mary, la compagna di Enzo. Mary è il personaggio non completamente rivelato e fatto "uscire" solo alla fine, in una specie di intervista/confronto. In una confessione di volti e gesti buffi, timidi, riservati; di parole e sentimenti violati con pudicizia dalla macchina da presa che lascia parlare, non perdendo di vista il tono vergognoso tipico di chi non ha mai vissuto alla luce del sole, di chi si è accontentato per troppo tempo di un'ora d'aria durante la quale esprimere tutto ciò che era rimasto della propria delicata e ardente umanità.

Tra passato decaduto e presente non tutto in declino, l'operato di Marcello è emotivamente vicino alla filmografia di Pasolini e Fassbinder.
"Durante la visione ho immaginato di trasferire l'azione al porto di Brest e anelato la comparsa di 13 splendide lune. Poi ho capito che bastava restare in Liguria per incrociare un uomo tremendamente sofferente e testardo, una specie di mortaio la cui coscienza puoi lavare quante volte vuoi, ma odorerà sempre d'aglio".
Le sue vicende al bar sono racconti frammentari, avventure discontinue come quelle di Querelle nel bordello "La Feria", quasi inafferrabili e difficili da presentare. Enzo non è quasi mai in evoluzione, è un individuo che inscena un perpetuo tentativo di aggiustamento/negazione della realtà, indulgente solo quando confessa questioni riguardanti la vita o la morte.

"Non voglio aggiungere molto di più su questa storia che potrebbe essere riassunta in pochissime righe. Ho volutamente tralasciato alcune piccole "verità" perché possiate essere voi a scoprirle gradualmente".
Così come Pietro Marcello ha desiderato, vista la deferenza della messa in scena. E come avrebbe certo sognato Mary, spentasi solo un anno fa.

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Recensione a cura di pompiere - aggiornata al 06/09/2011 15.29.00

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