Recensione l'angelo sterminatore regia di Luis Buñuel Messico 1962
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Recensione l'angelo sterminatore (1962)

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locandina del film L'ANGELO STERMINATORE

Immagine tratta dal film L'ANGELO STERMINATORE

Immagine tratta dal film L'ANGELO STERMINATORE

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Immagine tratta dal film L'ANGELO STERMINATORE

Immagine tratta dal film L'ANGELO STERMINATORE
 

Siamo sicuri di essere veramente liberi nel nostro modo di vivere? Possiamo comportarci ed esprimerci come ci pare, oppure dobbiamo ubbidire fin nei più piccoli gesti a una miriade di regole prefissate che ci danno la patente di "persona perbene"? In effetti vivere in una società vuol dire sottostare a un'infinita serie di restrizioni che alla lunga (e se sono troppo rigide) causano nevrosi, disagio e addirittura istinti di violenza e (auto)distruzione. È come se fossimo costretti nostro malgrado a vivere ammassati e prigionieri in una gigantesca stanza con tutte le conseguenze materiali e psicologiche che ha una forzata coabitazione fra gente di ogni tipo e carattere. Il bello è che sentiamo il disagio ma che non facciamo alcuno sforzo per capirlo e analizzarlo e soprattutto manca la benché minima volontà di uscire, ribellarsi o persino di fuggire. Siamo come prigionieri di sbarre invisibili costruite con il nostro cervello, con la nostra cultura.

Deve essere stata più o meno questa l'ispirazione che portò nel lontano 1962 Luis Alcoriza e Luis Bunuel a ideare "L'angelo sterminatore", un film capolavoro molto particolare. La storia abbonda sì di elementi simbolici e metaforici, ma allo stesso tempo costituisce un film di grande tensione emotiva, quasi un thriller. Si tratta insomma di uno dei rari casi in cui significati molto profondi e complessi si uniscono a una tecnica semplice ed efficace. Bunuel è riuscito qui nell'impresa di stimolare la riflessione senza annoiare.

La storia si svolge in un quartiere signorile di Città del Messico. Edmundo, il proprietario di una ricca abitazione, invita a cena venti eleganti e raffinati rappresentanti del ceto borghese (dottori, avvocati, militari, artisti). Fin dall'inizio cominciano a capitare cose strane. Intanto la servitù è presa da una specie di ansia e fa di tutto per andare via prima possibile. Comincia così a crearsi nello spettatore un senso di curiosità e suspence. Allo stesso tempo è come se Bunuel con questa scena raccomandasse al ceto popolare di tenersi alla larga dal mondo sociale borghese.
La cena è anche l'occasione per mostrare come Bunuel vede la ricca borghesia. Si tratta di persone dai differenti caratteri, tutte molto raffinate e cerimoniose, piene di belle maniere; allo stesso tempo mostrano però un animo fatto di pettegolezzo, cattiveria e tante perversioni nascoste. La festa piano piano perde tutta la sua falsa cerimoniosità e diventa qualcosa di pesante e opprimente; la gente stranamente non sembra intenzionata ad andare via e tutti finiscono per bivaccare in un grande salone. Il giorno dopo lo stupore sarà grande quando scopriranno che, benché apparentemente liberi, nessuno riesce ad uscire dal salone. È come se una forza misteriosa, un'invisibile barriera impedisse a tutti di oltrepassare la soglia della stanza.

Si tratta di una situazione paradossale, eppure viene descritta in una maniera così realistica e convincente da sembrare vera. Lo spettatore si appassiona così alla vicenda, si meraviglia e si domanda cosa possa essere la causa che impedisce la libertà alle persone e perché nessuno trovi la volontà di uscire. È un dilemma che coinvolge anche i personaggi della storia, i quali non trovano di meglio che disperarsi.
Le persone più lucide e razionali si meravigliano di questa passività e rassegnazione; sanno cosa si dovrebbe fare, cioè analizzare e capire e infine unirsi tutti in uno sforzo collettivo. Invece nel gruppo prevale lo spirito egoistico individuale sulla solidarietà e l'impegno comune.

Questo impedimento, reale e immaginario allo stesso tempo, offre a Bunuel la possibilità di mostrare come reagirebbe l'umanità se scegliesse di vivere in un ambiente ristretto e affollato (come una grande città) o in una società dalle regole rigide e opprimenti (come una dittatura o una teocrazia). Il tutto diventa in pratica una lenta e dolorosa discesa verso l'inciviltà e la barbarie. I primi problemi che si pongono sono di ordine pratico: come si fa a trovare acqua e cibo per tutti? Dove mettere tutta la sporcizia e i rifiuti prodotti?
Ci sono poi i problemi psicologici derivanti dallo stress e dalla convivenza forzata. Alla fine tutte le belle maniere e le cerimonie se ne vanno e ognuno mostra il suo vero volto, fatto spesso di cattiveria, litigiosità, opportunismo e violenza.

I giorni passano inesorabili. Alcuni stacchi sul mondo esterno rendono ancora più realistica la vicenda. Fuori ci si preoccupa, si vorrebbe intervenire e salvarli ma è come se questa strana malattia della volontà colpisse tutto il mondo. Intanto gli esseri che vivono nel salone sono diventati irriconoscibili rispetto agli eleganti e raffinati borghesi che erano all'inizio. Adesso sembrano dei primitivi. Anche gli istinti sembrano tornati alle ere primordiali della storia umana. Si fa strada la pazzia, le fantasie superstiziose, gli incubi dell'orrore. E' come se il prodotto culturale di una civiltà sotto stress non sia altro che il desiderio di morte e distruzione. In effetti la frustrazione collettiva, l'impotenza, la noia, la claustrofobia portano la maggioranza a sfogare la tensione con il desiderio del sangue, con la vista della sofferenza altrui. La situazione si fa seria e i pochi che mantengono la testa lucida devono fare grossi sforzi per non far degenerare il tutto in una carneficina: "non bisogna abbandonare la dignità umana e tramutarci in bestie".

In questa fase di deriva irrazionale della mente dei personaggi abbondano nel film anche i riferimenti simbolici. Alcuni fanno riferimento all'opera di Freud (non a caso autore di un libro chiamato "Il disagio della civiltà"). Nella casa vuota vaga un gruppo di agnelli (che rappresenta Eros, cioè l'istinto che porta a sacrificarsi per il bene di tutti) come pure un inquietante orso (cioè Thanatos, l'istinto che porta a distruggere e a uccidere). Altre situazioni rimandano alla religione cattolica, rovesciandone però il simbolismo. Ad esempio nel salone le cose più turpi vengono fatte dietro delle porte con dipinte sopra delle figure religiose. Di natura religiosa sarà anche la soluzione che permetterà al gruppo di liberarsi. Come nel cattolicesimo la salvezza viene da una donna pura e vergine, qui la salvezza viene invece da donna che decide di perdere la propria verginità. È un segno di rottura di un divieto collettivo che diventa come una specie di modello per tutti e che spinge a fare uno sforzo comune di liberazione.

Il film sembra destinato ad un lieto fine e al ristabilimento dello stato iniziale. Ci pensa però il finale, sorprendente e spiazzante, a mescolare di nuovo le carte e a far ripiombare lo spettatore nell'inquietudine e nell'incertezza. Si tratta perciò di un film che sconvolge e colpisce e che non si dimentica facilmente. Del resto come si fa a scordare questa frase quasi profetica pronunciata da Edmundo, l'intelligente e cortese padrone di casa:

"Questo ho odiato di più nella vita: la maleducazione, la violenza e la sporcizia e adesso sono nostre compagne inseparabili."

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Recensione a cura di amterme63 - aggiornata al 11/03/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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