Recensione rashomon regia di Akira Kurosawa Giappone 1950
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Recensione rashomon (1950)

Voto Visitatori:   8,92 / 10 (97 voti)8,92Grafico
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Miglior film straniero
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locandina del film RASHOMON

Immagine tratta dal film RASHOMON

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Immagine tratta dal film RASHOMON
 

L'inizio della conoscenza e della fortuna del cinema giapponese in Europa ha una data e un luogo ben preciso: Venezia, settembre 1951.
Quell'anno il Festival del Cinema fu vinto a sorpresa da un film fatto venire di soppiatto dal Giappone, addirittura all'insaputa del regista. Si trattava di "Rashomon", diretto dal quarantenne Akira Kurosawa.
L'evento fece sensazione. Fino ad allora si pensava al cinema giapponese come a qualcosa di esotico e di caratteristico, ostico e indigeribile per i raffinati palati occidentali. "Rashomon" dimostrò invece che in Giappone si faceva un cinema stilisticamente di grande livello e che trattava temi comprensibili e attuali in ogni parte del mondo.
Rovesciando un po' gli stereotipi storici, "Rashomon" riuscì a forzare l'orgoglioso blocco occidentale alle opere d'arte cinematografica provenienti dall'Oriente. Nel varco prodotto ci s'infilarono dapprima i film storici in costume (fra cui alcuni film di Mizoguchi), poi i capolavori di vita vissuta contemporanea di Ozu e Naruse, per arrivare al grande numero di film, di tutti i generi, che compongono oggi una rilevante fetta del mercato cinematografico mondiale.

"Rashomon" vale solo per i suoi meriti storici? Assolutamente no. A distanza di sessant'anni è ancora attualissimo e conserva intatto tutto il suo impatto emotivo e artistico sullo spettatore. Ciò che lo ha consegnato all'universalità dell'arte è lo scottante tema trattato: la triste consapevolezza che l'essere umano è portato generalmente a mentire, a distorcere i fatti sempre e solo a proprio egoistico comodo. Si tratta di un tema filosofico apparentemente astratto, ma che in realtà condiziona la nostra vita di tutti i giorni (si pensi all'informazione e alla politica).
Il merito di Kurosawa è quello di avere tradotto questo concetto importantissimo in vita vissuta, avergli dato emozione, passione, fisicità; il tutto con una evidenza, una nettezza e una forza che fanno tuttora grande impressione.

Kurosawa al tempo di "Rashomon" era già un artista conosciuto e affermato nel suo paese e quindi disponeva di una discreta libertà nello scegliere i temi dei propri film. Fu molto impressionato da una sceneggiatura tratta dal racconto "Il bosco" di Akutagawa, un introverso scrittore degli inizi del '900, morto suicida all'età di 35 anni. Dato che la sceneggiatura era troppo breve, pensò di integrarla con un altro racconto dello stesso autore: "Rashomon", che significa "la porta di Rasho". La difficoltà di fondere due storie diverse fu risolta da Kurosawa adottando una tecnica particolare di montaggio a testimonianza-incastro, che è una delle caratteristiche più originali del film. Non a caso il montaggio di "Rashomon" ha fatto scuola nella storia del cinema.

La scena di apertura ci conduce in pieno medioevo, nei pressi di una porta monumentale di stile antico ormai in rovina, mentre sta infuriando un forte temporale estivo. Sotto il portico si stanno riparando un povero contadino e un monaco, entrambi sconsolati e sconvolti da qualcosa che li ha profondamente turbati. A loro si aggiunge un rozzo passante il quale, incuriosito dall'atteggiamento dei due, si fa raccontare la causa di tale sconcerto. A turno, il monaco e il contadino raccontano del ritrovamento di un samurai ucciso e di come abbiano assistito al relativo processo con la testimonianza di un bandito (accusato dell'assassinio), della moglie del morto (stuprata dal bandito) e addirittura del morto stesso, grazie ai sortilegi di una maga.
Ciò che li ha meravigliati è il fatto che tutte le testimonianze sono in contraddizione fra di loro pur essendo tutte plausibili; inoltre ogni testimone nella propria deposizione ha cercato di fare bella figura e uscirne onorato ed esaltato, non esitando ad addossarsi la colpa del misfatto (con il morto che si attribuisce un nobile suicidio- harakiri). A questo punto il contadino aggiunge la sua testimonianza che non ha avuto di coraggio di rendere al tribunale. Questa versione ci fa apparire i fatti in maniera molto più disonorevole e meschina per i tre coinvolti. Anche su questa testimonianza si allunga però l'ombra della menzogna, visto che viene taciuto il furto di un prezioso pugnale, di cui il contadino è probabilmente il responsabile.
La conclusione del film è decisamente disperante e nichilista: non esistono nobili idealità e ogni atto umano pratico è dettato dal puro interesse egoistico. Senonché l'inserimento nel finale dell'episodio del ritrovamento di un neonato abbandonato, e della sua adozione da parte del contadino, permette a Kurosawa di smorzare il pessimismo e di offrire una ragione di speranza.

La struttura narrativa del film assomiglia ad un thriller di cui non sapremo mai chi è l'assassino. L'evento in sé ha però un'importanza relativa nell'economia del film; quello che conta è osservare l'atteggiamento e il comportamento dei tre personaggi coinvolti. A questo ci pensa in maniera egregia la mdp, la quale traduce in immagini efficacissime le testimonianze orali. Si comporta in pratica come un occhio virtuale che segue e avvolge i personaggi con una grande varietà di inquadrature e punti di vista (da antologia la scena iniziale del contadino che si reca a fare legna). Anche la disposizione dei personaggi nelle inquadrature e la divisione su più piani della scena è molto studiata e di grande suggestione. Il resto lo fa l'intensa recitazione degli attori.

Toshiro Mifune fornisce un'interpretazione del bandito Tajomaru indimenticabile. Digrignante, spavaldo, sprizzante vitalità e forza, si rappresenta come abile seduttore e capace spadaccino. Kurosawa ce lo inquadra a volte come un personaggio caravaggesco o come un felino in riposo. Vale senz'altro la pena di ascoltare l'audio originale, giusto per godere della forte e tonante voce di Mifune.
Machiko Kyo ci regala invece una bella, disperata e poetica moglie, la quale, in maniera molto partecipata e drammatica, ci racconta del suo raccapriccio nel vedersi disprezzata dal marito, la sua reazione sconvolta e il fallito tentativo di suicidio. Se stava "recitando", allora bisogna dire che recitava veramente bene.
La sua "testimonianza" è contrappuntata dalla colonna sonora composta su delle variazioni molto coinvolgenti del Bolero di Ravel.
La testimonianza della maga è senz'altro quella più suggestiva e spettacolare. Con la voce che sembra davvero provenire dagli inferi, il vento che la tormenta, illustra il punto di vista del samurai morto. Per lui la colpa è tutta della moglie, dipinta come voluttuosa e sanguinaria. Masayuki Mori (il grande interprete dell'Idiota nel film omonimo di Kurosawa) riesce a far esprimere al personaggio un dolore molto sincero. Per il resto il samurai si attribuisce troppo coraggio e troppi onori, il che fa pensare che pure nell'aldilà ci si porti dietro l'inveterato vizio umano della menzogna.
Che le cose non siano andate proprio così ce lo fa capire la testimonianza "aggiunta" da parte del contadino (il grande Takashi Shimura). Ai suoi occhi appaiono persone meschine, opportuniste, paurose, tutt'altro che nobili e coraggiose. Kurosawa poi accentua l'aspetto fisico e materiale della scena. I personaggi sudano vistosamente, si rotolano sguaiatamente per terra, si imbrattano e si comportano in maniera molto maldestra. È una tecnica realistica, molto "fisica" ed espressiva, tipica del cinema di Kurosawa e che deriva dal cinema muto; una tecnica che si situa agli antipodi della tecnica "pulita" e moderata del cinema hollywoodiano dell'epoca e che ha fatto colpo sui giurati di Venezia (e lo fa ancora oggi).

Il cinema di Kurosawa è un cinema di spettacolo ma soprattutto un cinema etico, un cinema di riflessione. A questo proposito in "Rashomon" il grande regista ha escogitato due trovate geniali per stimolarci a prendere posizione.
La prima è quella di creare un tribunale virtuale che non vediamo né sentiamo. In pratica i personaggi testimoniano davanti alla mdp, cioè davanti a noi spettatori, chiamati in causa per fare da giudici.
L'altra trovata è quella della cornice dei tre personaggi al riparo della porta in rovina (chiaro simbolo di decadenza civile e morale).
Ognuno di loro dà corpo e animo umano ad atteggiamenti ben precisi: il passante rappresenta l'opportunismo e il menefreghismo, il monaco invece è l'idealista sfiduciato che si ostina non arrendersi allo sfacelo generale, mentre il contadino è la persona semplice, imperfetta ma di buon cuore.
Sono loro che ci forniscono i temi di riflessione con frasi semplici ma molto penetranti. Sarà proprio il contadino con la sua spontaneità e semplicità a indicare nella cura per la vita altrui la cosa che conta di più nell'esistenza umana. È un finale probabilmente affrettato e un po' posticcio ma che riflette bene la mentalità esistenzialista diffusa all'epoca, quando si pensava che in un mondo totalmente negativo e privo di certezze contasse soprattutto aiutarsi a vicenda. Allora poi c'era molta fiducia nelle giovani generazioni, per le quali si desiderava preparare un mondo migliore.

L'altra preziosa certezza che vuole trasmettere il film è che l'arte è forse il mezzo più efficace per rappresentare e conoscere l'animo umano. "Rashomon" ha una struttura complessa, con dei soggetti che riportano il racconto di altri soggetti; eppure tutto scorre in maniera estremamente naturale e convincente, con impressionante verità e realismo. Sta proprio qui la grandezza dell'arte di Kurosawa: averci fatto toccare con mano (anzi con occhio), la palpitante e problematica vita di quel curioso animale che si chiama uomo.

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Recensione a cura di amterme63 - aggiornata al 09/04/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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