Recensione un'anima divisa in due regia di Silvio Soldini Italia, Francia 1993
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Recensione un'anima divisa in due (1993)

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locandina del film UN'ANIMA DIVISA IN DUE

Immagine tratta dal film UN'ANIMA DIVISA IN DUE

Immagine tratta dal film UN'ANIMA DIVISA IN DUE
 

Pietro Di Leo ha 37 anni, è milanese, separato, padre d'un bambino che vede solo nei fine settimana. Lavora in un grande magazzino della città come addetto alla sicurezza interna. Sopravvive: va avanti per inerzia, in solitudine, apparentemente apatico. Un giorno s'imbatte in Pabe, una giovane zingara che disturba le clienti nel reparto cosmetici; pochi giorni dopo la ritrova in flagranza di reato, ma invece di portarla al commissariato la lascia scappare. La diffidenza iniziale si trasforma pian piano nel tentativo di conoscere una realtà diversa dalla sua. I due universi sembrano inconciliabili, però alla fine d'un goffo pedinamento è Pabe che sale sull'auto di Pietro; i due fuggono insieme. Viaggiano verso sud, a zig-zag lungo l'Italia.
Finiscono per fermarsi ad Ancona, e lì cercano d'inventarsi una nuova vita. Pietro e Pabe provano a insegnarsi reciprocamente l'integrazione, tentano d'assimilarsi vicendevolmente adattandosi l'uno all'altra. Entrambi vengono aiutati da Savino, l'ex-suocero di Pietro. Tra molte difficoltà, il loro esperimento prosegue fino a quando, dopo la morte di Savino e l'ennesima umiliazione ricevuta sul luogo di lavoro, Pabe non ce la fa più e fugge per tornare a Milano.
Pietro resta ancora solo. Pabe, raggiunta la città, scopre che al posto del campo nomadi in cui prima abitava c'è ora lo scavo d'un enorme cantiere.

L'opera seconda del milanese Silvio Soldini è un film diviso in due. Come gli animi che racconta, come le soggettività che mette in scena. Scisso, lacerato, franto. Una prima parte nevrotica e sofferta, una seconda parte più distesa e pacata. Poi, bruscamente, un finale non riconciliante e non riconciliato. In sintonia col Pozzessere di "Verso Sud", anche Soldini cerca nella forma del "road movie", la struttura che, come metafora narrativa, sia capace d'indagare il disorientamento esistenziale e affettivo. Più che una love story fra un impiegato milanese e una zingara rom, "Un'anima divisa in due" è a tutti gli effetti un "mélo": la trama d'un amore impossibile, il racconto d'un'infruttuosa fatica di comprendersi, la storia d'una mancata unificazione, e non tanto fra due culture ed etnie, quanto fra un uomo d'ordine e una donna del disordine, in un rapporto contrastato dove ciascuno dei protagonisti perde il proprio mondo senza trovarne uno alternativo. Nello sforzo di conoscersi e amarsi, entrambi mollano gli ormeggi e scelgono di vivere una fuga da sé verso l'altro e l'alterità, alla ricerca d'una condivisione sentimentale di coppia, una fuga che si materializza anche nel percorso a tappe d'un viaggio della speranza. Ma l'estraneità e la diversità sono anzitutto interiori, intrinseci alla propria disgregazione psichica. Prigionieri del mondo ma ancor prima di sé stessi, con un desiderio inappagato che s'avventura nei meandri delle personali fratture e conflittualità, vengono sedotti dal miraggio d'una pacificazione mentale e possono pure temporaneamente quietarsi, per poi però reimpattare contro il crudo realismo.
Soldini racconta insomma la favola di Pigmalione, ma a più livelli: domare il selvaggio femminile, essere attratti dalla sistematicità maschile, e ciò sia fuori che dentro di noi. E la racconta con uno stile asciutto, ellittico, raffinato, che comunica con i fatti e le immagini più che con i dialoghi e le parole.

La prima parte del film è raggelata, costruita per flash e schegge d'angoscia. Pietro, addetto alla vigilanza d'un grande magazzino, via via s'innamora della zingara Pabe. Il personaggio di Bentivoglio ha traumi corporali e crolli di pressione che spariscono con la presenza amorosa della ragazza, ma, una volta persa lei, si riaffacciano. Nella sequenza iniziale nel metrò, il malessere dell'alienazione viene trasmesso solo con l'uso del montaggio frammentario e ansiogeno.
Pietro ha un figlio che incontra un giorno alla settimana. Gioca con lui su una vecchia auto abbandonata fantasticando il mare.

La seconda parte è invece più morbida, addolcita dal cielo grigio e dai fumi del porto di Ancona, dove approdano il cammino di formazione e l'esperimento di coppia, il tentativo di realizzare la fantasia di mare di lui e la fantasia d'integrazione di lei. Non è alcun pregiudizio progressista a muovere i due. Si limitano ad andare l'uno verso l'altra anche fisicamente: e mentre il piccolo-borghese di città comincia a indossare camicie sgargianti e si lascia crescere un paio di baffoni zingari, la nomade abituata a rubare e a elemosinare per strada acconsente a chiudersi in un appartamento, fra le pareti d'una fabbrica, camuffata nel lusso a poco prezzo degli abiti degli occidentali poveri. Per scoprire, proprio nel momento in cui corrono con più convinzione il rischio della disponibilità, il muro insormontabile delle abitudini sia proprie che altrui. A questo chiaroscuro di estremi opposti, Soldini si mantiene coraggiosamente fedele sino al termine, con l'immagine fulminea che chiude il film sugli occhiali da sole di Pabe in cui si riflette il grande spiazzo vuoto alla periferia di Milano, il luogo dove in precedenza era accampata la sua gente: l'immagine di chi non appartiene più a nessuno, con un amore chimerico alle spalle e davanti solo la coscienza della disfatta.

Durante il primo periodo della sua produzione cinematografica, il regista milanese è stato spesso considerato l'epigono nostrano del Rohmer penultima maniera, anni '80: minimalista in quanto fenomenologo della quotidianità. Invece è ben più verosimile che, con questo suo secondo lungometraggio, Soldini abbia saputo interpretare il minimalismo nell'accezione migliore e mai utilizzata a sufficienza. Il film si serve d'una forma espressiva e d'una aneddotica nell'intreccio davvero ridotte ai termini "minimi". Eppure il tema affrontato, quello dell'insuccesso pigmalionesco sia individuale che relazionale, è di profilo elevato, alto sino al rango dell'antropologia universale.

Mauro Lanari

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Recensione a cura di Hal Dullea - aggiornata al 10/09/2008

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