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Altro complesso lavoro surrealista della Deren, opera coerente con la sua poetica fino a quel momento, presentando sempre una struttura circolare ed un montaggio abbastanza difficile da classificare, con sbalzi spaziali e temporali fuori da ogni logica di linearità, inizialmente si fa difficile da seguire proprio per questo sdoppiamento della protagonista, una sorta di entità venuta dal mare che si fa un giro sulla terra e vive più situazioni, dall'avventura tra la campagna a quel tavolo borghese pieno di gente in giacca e cravatta, fino ad arrivare a quella criptica casa rurale con un uomo in apparente stato di sonno profondo, credo, è un film che come le altre opere della Deren presenta parecchi simbolismi, da quello degli scacchi, al mare stesso, sembra vivere di dualismi, come quello tra la vita più selvaggia e quella civilizzata, così come quello tra il mare e la terra o ancora il dualismo rappresentativo tra uomo e donna, con dei personaggi maschili messi in scena sotto una luce non ideale, dallo stile onirico e con una regia abbastanza anticonvenzionale che privilegia i dettagli e i campi lunghi, lasciando poche volte le vie di mezzo.
Meno potente di MESHES OF THE AFTERNOON però sempre un corto interessante interpretato dalla stessa Daren. La sequenza finale però è davvero di impatto.
Lontano dai livelli di Meshes of the afternoon, un corto molto meno affascinante e suggestivo e non del tutto riuscito dal punto di vista dei simboli e dei significati. Corto dalla struttura circolare, che elogia la femminilità e la sensualità della donna, che esce dal mare come una Venere e vi ritorna correndo, osservata dalle diverse se stesse in cui è scomposta la sua identità, in un ultimo ed esaltante atto di libertà.
Molto meno interessante rispetto a 'Meshes of the afternoon'. Purtroppo la Deren, a mio avviso, non è più riuscita ad esprimersi a quei livelli. Questo lavoro è comunque molto interessante e degno di nota.
A differenza di Meshes questo corto della Deren non mi ha detto granchè.la prima e l'ultima sequenza sono forse quelle più interessanti.il resto è troppo criptico per i miei gusti.
Rispetto a Meshes of the afternoon ha una maggiore linearità del racconto pur mantenendo quel carattere di circolarità rispetto al corto precedente. Questa viaggio onirico "sulla terra" della protagonista (la stessa Deren) è una messa alla prova della propria personalità in ambienti e situazioni stranianti e sottilmente ostili.
Secondo dei 3 capolavori sottoforma di cortometraggio realizzati da quella grandissima artista della Deren.
In questo caso, a differenza del primo Meshes of the afternoon, si fà spazio e si rende più palese una certa critica sociale.
Qui inoltre la sessualità si scontra ancora con la morte ma stavolta è la morte sospesa dei morti viventi in società: uscendo dal grande grembo oceanico (nel quale si poteva esser caduti morendo al termine di Meshes of the afternoon, la morte che va all'acqua-sesso, che apre, e vedremo chiude, il trittico...) la Deren (sì, è ancora lei la protagonista) si ritrova tra spinosi tronchi e rocce acuminate che sono allo stesso tempo l'ordine sociale, il salotto borghese, il terra-terra di chi ha i piedi per terra e non sa più cosa sia la libertà erotica oceanica...
In una sorta di femminismo o meglio rivendicazione lesbica, Maya Deren attraversa questi scenari imponendo sensualità, la sua sensualità: le passeggiate con l'uomo nel bosco sono ambigue (lui cambia identità ad ogni inquadratura, anche se è simile è un altro) e conducono a una casa diroccata e desolata con un laido baffuto malato anche lui indubbiamente morto vivente, mentre presso il mare, più in vicinanza al grembo e alla luce, ci sono donne che giocano e appunto confondono le "acque" ma senza torbidume, con solari carezzevoli scambi di pedine, un raccogliere pietre per trasformare i nostri pesi in pezzi di scacchi e così riscattarcene attraverso il gioco...
Si tratta di un lavoro ovviamente e palesemente più lineare di Meshes of the afternoon; i sottintesi poi sono meno psicologici ma sociologicamente più ampi, ma anche qui la regia fa miracoli, rendendo ancora una volta un'incredibile vertigine durante le arrampicate o le discese, o infilando quasi impercettibili giochi di prestigio, come appunto le identità che si scambiano, i passaggi tra un'impossibile porta e l'altra nel chiuso soffocante ambiente della casa diroccata che diventa labirinto, o la bellissima corsa finale sulla sabbia del litorale che con un gioco di camera mostra la Deren prima vicina agli spettatori e poi subito dopo in fondo alla spiaggia con un lungo sentiero di impronte lasciate dietro di sé; si tratta di sicuro del più commovente inno alla libertà che mai si potrebbe ingabbiare.
La potenza e la poetica dei pochi mezzi a disposizone... Non vedrete mai più, purtroppo, 3 lavori di questa qualità...
Ringrazio sempre Filippo System Shocko e rinnovo l'invito avedere queste 3 magnifiche opere!