diario di un ladro regia di Robert Bresson Francia 1959
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diario di un ladro (1959)

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locandina del film DIARIO DI UN LADRO

Titolo Originale: PICKPOCKET

RegiaRobert Bresson

InterpretiMartin LaSalle, Marika Green, Jean Pélégri, Dolly Scal, Pierre Leymarie, Pierre Étaix

Durata: h 1.15
NazionalitàFrancia 1959
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 1959

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Trama del film Diario di un ladro

Sorpreso in un tentativo di scippo, dopo una lunga "carriera" di furtarelli vissuti come trasgressione, Michel finisce in carcere. Quando esce diventa ladro professionista. Un nuovo arresto e la relazione con una ragazza-madre saranno veicolo di una ritrovata pace con se stesso. Al centro della parabola dostoevskiana, asciutta e anti-narrativa, un personaggio intrappolato tra gli opposti automatismi dell'integrazione sociale e della rivolta.

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Voto Visitatori:   8,40 / 10 (20 voti)8,40Grafico
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Voti e commenti su Diario di un ladro, 20 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

kafka62  @  10/02/2018 19:02:10
   9½ / 10
"Il cinema è l'arte di non mostrare niente"

Fedele alla sua personalissima concezione del cinema, Bresson realizza con Pickpocket un film rigoroso, spoglio, essenziale, quasi stilizzato nel suo rifiuto di orpelli naturalistici e di spiegazioni psicologiche; un film fatto di vuoti, di sottrazioni, di rifiuti (dell'intreccio narrativo, dell'attore professionista, della nozione classica del personaggio), tramite i quali il regista non si propone tanto di costruire una nuova estetica cinematografica, quanto "di imprigionare, di captare nella vita cose assolute, allo stato puro": ancora una volta, la forma è al servizio della sostanza drammatica dell'opera. Così le frequenti dissolvenze sono importanti non tanto per la loro funzione ellittica, di eliminazione del materiale superfluo o di passaggio temporale, quanto per la ricerca di un diverso equilibrio strutturale in grado di assegnare a singole scene e momenti narrativi significati aggiuntivi o suggestioni poetiche. Basti pensare a quelle dissolvenze che iterano ossessivamente l'atto di salire e scendere le scale di casa e che conferiscono a queste ultime un significato simbolico, di separazione della stanza di Michel dal resto del mondo, o ancora quelle di Michel al capezzale della madre morente, che sintetizzano il loro ultimo incontro, tanto più straziante quanto più privo di pathos.
L'eliminazione della tensione narrativa, della suspense che ci si aspetterebbe dalla storia di un ladro, è una costante del film. Bresson smorza a sorpresa ogni potenziale occasione di coinvolgimento emotivo, tanto è vero che i furti di Michel e dei suoi compagni non ingenerano nello spettatore la naturale paura dell'insuccesso, e inoltre non veniamo mai a sapere se Michel è sorvegliato dalla polizia (cosa che, se fosse avvenuta, avrebbe creato delle aspettative sull'esito della storia). Pickpocket si riduce così a una fenomenologia di fatti e accadimenti separati, legati tra loro dal labile filo della rievocazione memorialistica, che fa oscillare il film tra soggettivismo e oggettività da cinéma-vérité.

"Quante cose si possono esprimere con la mano, con la testa, con le spalle!… Quante parole inutili e ingombranti spariscono allora!"

Pickpocket non è un film psicologico, ma al contrario si ostina a nascondere le motivazioni che spingono i personaggi ad agire. Non è neanche un film naturalistico, perché l'ambiente che circonda Michel è mostrato solo per piccoli, inattendibili squarci. Diversamente da quanto si potrebbe supporre non siamo neppure di fronte a un vero e proprio processo di astrazione della scrittura filmica. L'attenzione quasi documentaristica dedicata ai gesti e agli sguardi (le virtuosistiche evoluzioni delle mani mentre sfilano portafogli e orologi da tasche e polsi di malcapitati passanti, i trasalimenti di Michel durante i suoi primi tentativi) è indicativa invece di come Bresson abbia a cuore la realtà fisica, ma sappia originalmente filtrarla attraverso un'ottica marcatamente spirituale e una concezione dialettica della regia cinematografica. Così, da una parte, le mani di Michel diventano lo specchio della sua anima, dando ai suoi furti il valore di un'esperienza morale; dall'altra, suoni e rumori (i passi soprattutto) vengono rigorosamente registrati in presa diretta, ma sono poi riorganizzati dal regista secondo un montaggio contrappuntistico, mentre l'improvviso comparire di sequenze dilatate e di campi vuoti in alternanza a inquadrature brevi e rapide di primi piani, piani americani e figure intere fornisce al film un ritmo complesso, che contraddice l'apparente assenza dell'autore.

"Oh, Jeanne, che strano cammino ho dovuto percorrere per arrivare fino a te."

La frase del diario di Michel che, simmetricamente, apre e chiude il film è emblematica del fatto che a Bresson, più che il momento della redenzione conclusiva, interessa il tragitto intermedio che Michel compie per raggiungerla. Non c'è dubbio che il furto sia per lui un'esperienza in qualche modo morale. Bresson non spiega i motivi per cui Michel diventa un ladro, ma è chiaro che egli non ruba né per arricchirsi (tra l'altro, non fa quasi mai uso dei soldi e degli oggetti rubati), né per cleptomania, né per gusto del "gesto gratuito", e neppure per il piacere del rischio. Michel in realtà ruba perché questo è l'unico modo di esprimere la propria alterità nei confronti di un mondo e di una società che disprezza. Il prezzo da pagare per questa scelta anarcoide e antisociale è una sempre maggiore estraniazione dalla realtà ("Lei non vive nella realtà – gli dice Jeanne – non si interessa di ciò che interessa agli altri") e, soprattutto, la solitudine, simboleggiata dalla squallida camera in cui Michel è costretto ad alloggiare. Quanto più si inoltra sulla strada del crimine, tanto più Michel si isola, si autoesclude dalla vita, e a sua volta l'orgoglio, sofferto e disperato, per questa sordida esistenza esalta la sua vocazione alla trasgressione, in una spirale perversa senza apparenti vie d'uscita. Michel finisce per allontanarsi dalle stesse persone che ama (la vecchia madre, Jeanne, l'amico Jacques) e per rinchiudersi in un solipsismo autodistruttivo, che esclude ogni rapporto con il prossimo (è significativo che, pochi secondi dopo il brusco commiato da Jacques, Michel non possa fare a meno di commentare, riferendosi all'oggetto appena rubato: "E' proprio un bell'orologio"). Bresson considera però l'esperienza di Michel come un lungo, doloroso e forse necessario itinerario di espiazione, in fondo alla quale c'è sì la prigione ma anche la grazia. Questa palingenesi è più laica di quello che si potrebbe credere, perché a guarire Michel dalla sua malattia non è tanto la fede in Dio quanto l'amore terreno di Jeanne.
Sono evidenti gli elementi che Pickpocket ha in comune con Delitto e castigo: dal discorso al commissario con il quale Michel esprime la teoria (simile a quella che ispira il delitto di Raskolnikov) secondo cui ad alcuni esseri superiori dovrebbe essere dato il diritto di vivere al di là delle leggi, alle figure di Jeanne e del commissario (modellate su quelle di Sonja e di Porfirij), dalla stanza di Michel (che ricorda quella dell'eroe dostojevskijano) alla quasi identica redenzione finale dei due protagonisti. Ma quanto Delitto e castigo è appassionato, sanguigno e percorso da titanici scontri di idee, tanto Pickpocket è freddo, ascetico e disadorno. Il pericolo che il film corre in continuazione è quello di una eccessiva rarefazione del discorso, la quale rischia di compromettere l'equilibrio formale della composizione. Ad una visione successiva alla prima, la minaccia sembra però scongiurata. I dialoghi, ad esempio, sono scarsi ma capaci ugualmente di lasciare il segno ("Ma lei non crede a niente?" "Ho creduto in Dio… per tre minuti"); e le immagini, dal canto loro, pur costruite "sul bianco, sul silenzio e sulla immobilità", sono di una icastica bellezza (l'abbraccio finale tra Michel e Jeanne divisi dalle sbarre della prigione).

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