non bussare alla mia porta regia di Wim Wenders Germania 2005
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non bussare alla mia porta (2005)

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locandina del film NON BUSSARE ALLA MIA PORTA

Titolo Originale: DON'T COME KNOCKING

RegiaWim Wenders

InterpretiSam Shepard, Jessica Lange, Tim Roth, Gabriel Mann, Sarah Polley, Fairuza Balk, Eva Marie Saint

Durata: h 2.02
NazionalitàGermania 2005
Generedrammatico
Al cinema nel Settembre 2005

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Trama del film Non bussare alla mia porta

Howard Spence una volta era una star del cinema western. Adesso la sua vita è un disastro tra alcool, droga e giovani donne. Quando gli viene in mente che potrebbe avere un figlio da qualche parte, e che quindi la sua vita non è stata vana, si lascia tutto alle spalle e va alla sua ricerca.

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Voti e commenti su Non bussare alla mia porta, 20 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  14/10/2005 00:59:32
   7 / 10
Prima o poi doveva accadere: le strade tra Wim Wenders e Sam Shepard dovevano ritrovarsi. A distanza di vent'anni e piu', con un'autore tra i piu' lucidi degli States e un regista che fatica a ritrovare lo smalto di un tempo. Shepard è ammirevole per la capacità di addattare liberamente alcuni suoi romanzi al servizio dello script: Spence è lo stesso nome del personaggio di "Da qui a Coarlinga" e il dolcissimo volto di Sarah Polley, insolitamente attaccata alle ceneri della madre, ricorda senz'altro "L'occhio", altro recente racconto dell'antologia "il grande sogno". Il grande Sogno di Wenders si ferma soltanto al servizio di un'opera sconclusionata e grottesca, che è difficile prendere sul serio e altrettanto sottovalutare, e a una serie di esilaranti iconografie, su tutti la pretesa di far ritrovare dopo trent'anni Jessica Lange al suo vecchio amore, che poi nella vita è effettivamente suo marito da - guardacaso - circa trent'anni. Tutto il film è, per inciso, bizzarro e naivete: non ho ancora capito se Wenders sopravvive al suo mito come eccellente documentarista, o teologo new age, grazie a una fotografia ora barocca ora intimista, ora volutamente kitsch (da antologia la sequenza al party delle pedicure) ora statica e suggestiva. Si direbbe che il cinema dei Padri celebra ora quello degli amanti perduti e ritrovati, ma a Ry Cooder succede T-Bone Burnette e gli occhi di Nastassia Kinski sono difficili da sostituire (pure la Polley ha degli occhi bellissimi).
Con "don't come knocking" il cinema attraversa la sua finzione piu' spudorata arrivando a diventare anche patetico quando finisce per concentrarsi sul figlio ritrovato e la sua junk-heroin (un topoi degli anni settanta, mi ricorda la Karen Black di "cinque pezzi facili"). Trovo in effetti piuttosto superficiale e facile l'identificazione del padre col figlio (sbandato).
Raramente sono uscito spiazzato da un cinema come in questi casi: sono costretto a riconoscere la forza del personaggio di Howard Spence, quel suo modo evasivo di condannarsi ("non sono morto, non posso essere già morto") ma anche qui mi resta l'amaro in bocca per cio' che avrebbe potuto essere, ovvero un film crepuscolare sulla fine della mitologia americana come esperienza epica della memoria e del mito (il western). Col senno di poi forse i cowboys gay dell'ultimo Ang Lee inaugureranno un nuovo corso. Nè mi colpisce il personaggio del figlio o l'odioso e cinico personaggio di Roth al quale viene tributata la solita licenza di denuncia sociale un pochettino qualunquista ("il mondo è brutto quindi è meglio non farlo entrare") ma si respira aria di commiato, di resa. A mano a mano Spence perde ogni difesa, si accanisce contro se stesso, e si lascia ferire, anche questo è un tema molto forte nei personaggi di Shepard e a questo punto il dubbio rimane lecito: è un film di Wenders o (soprattutto) di uno Shepard ritrovato?
Se i padri abbandonano i figli, le madri giustificano sempre ogni cosa che fanno, e qui ne troviamo due di splendide, altrettanto iconografiche: la rediviva Eve Marie Saint e la consorte (di Shepard) Lange, ancora affascinante ma già prossima a ruoli over 50 e al bisogno di "madre" che c'è in noi.
Poi tutto cio' che va fuori le righe, che gigioneggia tra il paradosso il realismo e un po' di puro surrealismo visivo coincide con Wenders e il suo cinema delle grandi proporzioni tecniche e del timore fondato di girare un po' a vuoto (diversi piani - sequenza per Spence filmato in divano, le fluorescenze dal giorno alla notte, l'insopportabile apologo di Eileen sulle patatine).
Resta soprattutto uno sguardo ancora "insolito", capace di cogliere qualcosa dove altri tenterebbero una fuga di genere, e (almeno) la penna di un buon scrittore che ancora sa come invadere la storia... Necessariamente utile come un film inutile di Wenders, ovviamente indispensabile per comprendere le ragioni per cui i legami di sangue sono fondamentali per rinascere (cfr. Cruise e il figlio nell'ultimo, controverso ma geniale film di Spielberg). Passi un generoso 7, nella speranza che Wenders ritrovi finalmente una sua coerente linearità Con le sue (e le nostre) paure

2 risposte al commento
Ultima risposta 31/01/2006 10.43.50
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