Recensione giorno maledetto regia di John Sturges USA 1955
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Recensione giorno maledetto (1955)

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locandina del film GIORNO MALEDETTO

Immagine tratta dal film GIORNO MALEDETTO

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"Giorno maledetto", di John Sturges, è un film USA a colori di grande impatto scandalistico uscito nel 1955, quando alcuni episodi di razzismo nei confronti dei Nisei, americani di origine giapponese, avvenuti durante la seconda guerra mondiale, cominciavano ad affiorare pubblicamente sconvolgendo la coscienza degli americani.
La pellicola si può considerare, da un certo punto di vista, l'ultimo western americano di impronta etico-giustizialista.

Il film è ambientato nel 1945 in una regione praticamente desertica degli Stati Uniti, due mesi dopo la fine della seconda guerra mondiale, in un'atmosfera quotidiana seriosa e a volte triste, segnata dalle numerose tragedie rilasciate dalla guerra, che con lutti e disagi di ogni genere aveva profondamente inciso, per lungo tempo, sulla psiche e gli atteggiamenti di gran parte della popolazione americana.
Il disorientamento del vivere quotidiano, nonostante la pace e la vittoria appena ottenute, era in quel periodo ancora molto forte e dovuto principalmente allo sfilacciamento di molti tessuti sociali operato dalla guerra, inoltre la mancanza di notizie più dettagliate sullo stato reale della nazione accresceva nei cittadini il senso di insicurezza e di paura.
La popolazione maggiormente coinvolta dalla guerra cercava di ricostruire ogni giorno le vecchie relazioni sociali in parte perdute, al fine di risolvere qualche problema di ordine pratico e affettivo, ritornando a una vita regolare, ma in alcuni casi si accorgeva che era diventato molto difficile riprendere i rapporti, perché erano cambiate molte cose, e una banale ricerca di contatti poteva riservare sorprese di ogni tipo tra cui la morte del ricercato.

Il racconto inizia con un'indimenticabile ripresa aerea che vede protagonista la macchina da presa in alcune sue audaci e quasi del tutto inedite incursioni; essa riesce a calarsi arditamente in un ampio territorio desertico, tipicamente americano, roccioso e soleggiato, seguendo a pari velocità, un treno express dal sibilo facile e assordante.
La macchina da presa segue i convogli uno a uno riprendendoli in tutta la loro estensione, alternando ad efficaci riprese parallele, controcampi zoomati di grande effetto visivo, come quando l'obiettivo va incontro al treno e ne mostra il passaggio veloce sulla lente.

L'express, dopo un lungo e solitario scorazzare tra distese illimitate, martellate dal sole, dal panorama incantevole, giunge in vista di un piccolo ed eccentrico caseggiato, con case sparse un po' dovunque, prive di un centro, e dall'aspetto economicamente depresso.
A un certo punto, quasi inaspettatamente, il treno comincia a rallentare, fino a fermarsi davanti alla stazione del villaggio, denominato Black Rock (Pietra nera), un luogo sinistro, con poca acqua, situato nella parte del far west più dura, quella dominata da roccia e terra sabbiosa, una zona arida e desolante famosa soltanto per le ricerche dell'oro che un tempo appassionavano gli abitanti più vicini del paese.
Un uomo anziano, ben vestito, con un abito blu fatto su misura, scende da una lussuosa carrozza e conversa per un attimo con il controllore del treno, al quale, stupito della sua permanenza in quel luogo funereo, dichiara di voler rimanere nel paese solo 24 ore. L'individuo in blu ha un'aria accreditata: è un ex combattente, un soldato americano che era stato impegnato in Italia, nella liberazione dal fascismo, ha il braccio sinistro monco o forse solo atrofizzato, si chiama Mcgreedy, risiede a Los Angeles; egli sarà il vero protagonista del film.

L'uomo è accolto con diffidenza e ostilità dal personale della stazione, il telegrafista Hastings, una persona addetta anche al controllo dell'arrivo dei treni, dopo avergli chiesto inutilmente cosa intendeva fare a Black Rock, telefona a un certo Pete, centralinista e gestore dell'unico albergo del paese, allarmandolo dell'arrivo.
Mcgreedy ha intrapreso il lungo viaggio da Los Angeles a Black Rock per scoprire il segreto racchiuso nella scomparsa di una persona cara. Egli vuol capire perché Komoko, il padre di un suo compagno d'armi, Joe Komoko, non ha più dato da tempo notizie, e se ancora vivo, consegnarli una medaglia al valor militare, riconosciuta dall'esercito al figlio Joe.

Joe combatteva accanto a Mcgreedy, ed è rimasto ucciso in guerra per salvargli la vita. Padre e figlio sono di origini giapponesi (i cosiddetti Nisei) ma cittadini americani ormai da anni.
Komoko viveva in una località del paese di Black Rock denominata "la steppaia", dove coltivava la terra affittatagli a sovrapprezzo da un certo Smith, usuraio razzista del paese; Komoko dopo essere riuscito a trovare l'acqua, scavando da solo per più di venti metri, in un terreno compatto e secco, era riuscito ad avviare una normale attività contadina giungendo ad ottenere dal terreno coltivato una soddisfacente remunerazione. Il risultato ottenuto da Komoko, giunto ai più del tutto inaspettato, aveva suscitato gelosie tra gli abitanti del piccolo paese, rendendo, l'affittuario del terreno, Smith, addirittura furioso.

Smith, dopo l'attacco a tradimento dei giapponesi a Pearl Harbor, era stato colto da pulsioni compulsive omicide, di chiara matrice razzista, arrivando al punto di odiare Komoko solo perché di origine giapponese. Preso da una furia incontrollabile, accresciuta dal rifiuto dell'esercito americano ad arruolarlo per la guerra, un giorno Smith decide di sfruttare la sua influenza su alcune persone del paese per organizzare, in gruppo, l'omicidio di Komoko.
Smith, insieme a Hector David, Coley Trimble, Pete Wirth e con la complicità dello sceriffo alcolizzato Tim Horn, della sorella di Pete Liz, garagista della zona, del telegrafista Mr Hastings, addetto alla stazione, organizza una spedizione punitiva nei confronti di Komoko, reo solo di essere americano-giapponese. La banda brucia l'abitazione dell'uomo e mentre fugge in fiamme dalla sua abitazione Smith gli spara un colpo alla schiena uccidendolo sul colpo.

Mcgreedy, ignaro di quanto successo a Komoko, ma consapevole, dopo la cattiva accoglienza ricevuta dagli abitanti, che qualcosa di serio doveva essergli accaduto, si reca con una Jeep nella steppaia alla ricerca di eventuali tracce lasciate dall'uomo, qualcosa che potesse suggerire la presenza nel luogo di un'attività passata; egli è più che mai deciso ad andare a fondo nella questione, scoprire tutta la verità, fare giustizia favorendo la cattura dei colpevoli.
Giunto sul posto Mcgreedy trova i resti di una casa bruciata, forse appartenente a Komoko, e sul terreno i tipici fiori, simili alle margherite, che crescono sulla superficie del terreno in cui è sepolto qualcuno senza bara; Mcgreedy conosceva bene quei fiori, perché in guerra ne aveva visti molti, tra le tombe provvisorie dei cimiteri da campo.

Ormai sicuro della morte di Komoko, probabilmente da lui stesso attribuita alla mano di Smith, Mcgreedy decide di ritornare in paese e avvisare la polizia per un indagine, ma qualcuno lungo la strada cerca di ucciderlo, è una macchina che urta ripetutamente il paraurti posteriore della Jeep; al volante dell'automobile assassina c'è Coley Trimble (Borgnine), amico di Smith. Gli uomini di Smith dopo essersi accertati, tramite un amico detective a Los Angeles, che Mcgreedy era un illustre sconosciuto, avevano infatti deciso di farlo fuori.

Mcgreedy scampa all'agguato, ma provato da quanto accaduto comunica al gestore dell'albergo l'intenzione di volersene andare. L'assenza di mezzi di trasporto lo fa desistere, nel frattempo cerca di avvisare per telegrafo la polizia. Il telegrafo però controllato dagli uomini di Smith non viene quasi mai usato e a Mcgreedy viene riportato il suo messaggio originale, privo di ogni riscontro, mai spedito.
Accortosi della debolezza e incertezza di alcuni nel difendere coerentemente il segreto sulla scomparsa di Komoko, Mcgreedy decide di agire fermamente sul senso di colpa di taluni del gruppo, aggredisce quindi verbalmente Pete, il gestore dell'albergo, e con l'aiuto del medico del villaggio, chiaramente ormai a suo favore, strappa la confessione su quanto accaduto a Komoko.

Ormai destinato ad essere ucciso, Mcgreedy viene aiutato a fuggire dallo stesso Pete, ormai preso dai rimorsi per aver partecipato al fatto di sangue, e da sua sorella Liz. I due inoltre sono sostenuti dal medico, che è passato dalla parte di Mcgreedy.
Liz di sera cerca di portare Mcgreedy con la sua Jeep verso il paese più vicino, dove avrebbe trovato una corriera in grado di riavvicinarlo a una linea ferroviaria importante, ma i due cadono in un trabocchetto preparato da Smith che nel frattempo era stato avvisato da qualcuno della banda della decisione di Pete di far fuggire Mcgreedy. Smith aspettava la macchina con Mcgreedy in un luogo sinistro dove avveniva il rifornimento d'acqua.
La scena in cui Mcgreedy, disarmato, riesce a sventare l'omicidio da parte di Smith appartiene indubbiamente all'antologia del cinema, sia per suspense che per tensione risolutiva del finale.

Smith fa avvicinare Liz con l'inganno, e quando lei accortasi dell'intenzione omicida dell'uomo cerca di fuggire, viene uccisa con un colpo di fucile alla schiena; Liz ormai era una potenziale testimone a favore di Mcgreedy, poi Smith si avvicina lentamente all'automobile per eliminare anche Mcgreedy, ma quest'ultimo prepara nel frattempo un esplosivo.
Mcgreedy riempie velocemente una bottiglia vuota con della benzina della macchina, utilizzando l'accensione dell'automobile che all'avviamento mette in movimento la pompa del liquido, infila poi la cravatta nel collo della bottiglia e dà fuoco alla miccia, all'avvicinarsi armato di Smith gli lancia l'ordigno addosso facendolo esplodere su una roccia a lui vicina, i vestiti di Smith prendono fuoco e l'uomo si accascia la suolo moribondo.
Mcgreedy ritorna con i due cadaveri in paese, sorprendendo tutti per il suo coraggio e l'acume avuto nello scontro. Prima di ripartire lascia la medaglia al valor militare di Joe al medico suo alleato che gli assicura servirà a riabilitare l'immagine del Paese dopo i tragici fatti.

"Giorno maledetto", tratto da "Bad Day at Hondo" di Howard Breslin, è da considerare senza ombra di dubbio il capolavoro di John Sturges (noto per "I Magnifici sette, "Il vecchio e il mare", "La notte dell'aquila", "La grande fuga", etc.).
Il film impressiona sia per la sua perfezione stilistica sia per le innumerevoli tensioni narrative costruite con gli ingredienti giusti, sempre ben dosati. Il grande ritmo narrativo anziché andare incontro durante la narrazione a qualche pausa o sfilacciatura del significato, è tale da riuscire ad elevare la drammatizzazione quasi in un crescendo esponenziale. Sturges sigla poi un finale superlativo, altamente tragico, commovente, dai toni insuperabili.

La pellicola eccelle in tutto, dalla sceneggiatura, realizzata con una scrittura sciolta, essenziale, ben centrata sui dialoghi diretti che contribuiscono a dare alle scene un'alta comunicatività e scorrevolezza narrativa, alla sua splendida fotografia che lascia sbalorditi per lo studio dell'inquadratura e il montaggio delle scene in velocità; senza dimenticare nella narrazione il sincronismo ben realizzato tra dialoghi, aspettative dello spettatore, e i colori dei luoghi e degli ambienti chiusi sfumati in veri e propri linguaggi.

L'atmosfera psicologica di ogni scena è estremamente coerente, essa fa da cerniera tra linguaggio verbale e linguaggio visuale creando tra loro una sintonia quasi perfetta, a volte addirittura insuperabile, tale da lasciar sbalorditi.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 10/06/2009

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