Recensione le donne vere hanno le curve regia di Patricia Cardoso USA 2002
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Recensione le donne vere hanno le curve (2002)

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locandina del film LE DONNE VERE HANNO LE CURVE

Immagine tratta dal film LE DONNE VERE HANNO LE CURVE

Immagine tratta dal film LE DONNE VERE HANNO LE CURVE

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Immagine tratta dal film LE DONNE VERE HANNO LE CURVE
 

Tratto da una commedia teatrale di successo scritta dalla messicana Josephine Lopez, il film diretto dalla colombiana Patricia Cardoso ha vinto nel 2002 il Sundance film festival rassegna di cinematografia indipendente voluta da Robert Redford.

Lo spunto è quello classico della commedia etnica tanto di moda negli ultimi anni (da "Sognando Beckham" in Inghilterra a "Il mio grosso grasso matrimonio greco" negli Stati Uniti): la contrapposizione socio-culturale in una famiglia di emigrati con i genitori ancorati alle tradizioni del proprio paese (soprattutto a quelle più negative e retrive) e i figli desiderosi di affermarsi e di vivere una maggiore integrazione con la popolazione locale.
In questa pellicola però i temi affrontati sono vari: Ana, la protagonista (interpretata da una valida giovane attrice America Ferrera) è una diciottenne alle prese con i problemi classici dell'età, contrasto con la madre con cui vive una relazione controversa di amore-odio, prime avventure sentimentali, scelte per il futuro.
A questi problemi comuni alle sue coetanee si aggiungono il problema della sua linea non propriamente da silfide che viene vissuto in parte con gioia perché contribuisce a darle una personalità ben assestata e la sua appartenenza alla comunità ispanica di Los Angeles.

Nella primissima parte del film, lo spettatore non si rende quasi conto di essere nella elegante e caotica Los Angeles perché ovunque ci sono segni e costumi propri della comunità messicana e solo quando la ragazza approda con l'autobus al liceo che l'insegna di Beverly Hills ripresa in primo piano fa realizzare che l'ambientazione del film è negli Stati Uniti.
Così come la Toula de "Il mio grosso grasso matrimonio greco" anche Ana ha un ragazzo yankee che la accetta anche se il suo aspetto non è quello tanto esaltato dai canoni della società attuale e come la Jess di "Sognando Beckham" anche Ana ha un sogno nel cassetto osteggiato dalla sua famiglia: andare all'università e continuare gli amati studi (la smania di voler emergere e la consapevolezza di valere sono però molto accumunabili all'American dream che vede l'America la terra dove chiunque, se ha qualche "talento" è in grado di emergere a dispetto di ogni avversità).
La madre di Ana (una straordinaria Lupe Ontiveros) coprotagonista del film è l'alter-ego della ragazza, superstiziosa e attaccata fino all'inverosimile alle tradizioni della sua terra tanto quanto sua figlia è realista e aperta al nuovo. Così il contrasto generazionale madre-figlia è arricchito anche dal gap culturale tra una messicana che rifiuta l'integrazione con la nuova terra e una ragazza che invece nel nuovo paese ha radici più profonde.

Non manca nel film un momento di denuncia sociale: nell'atelier gestito dalla sorella maggiore di Ana si è costretti a sfibranti ritmi di lavoro per un compenso insulso e il confronto tra i due mondi è ancora più stridente quando Ana ed Estela (Ingrid Oliu) si recano dalla committente yankee di Estela, donna ossuta e calcolatrice.

In conclusione il film mantiene un buon ritmo dall'inizio alla fine (anche se la conclusione appare un po' scontata ed affrettata) con buoni interpreti e va visto se non altro per aver introdotto in un'epoca dove il culto del fisico perfetto raggiunge i limiti del parossismo il subliminale slogan del grassezza=sincerità.

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Recensione a cura di peucezia - aggiornata al 27/07/2004

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