Recensione sileni regia di Jan Svankmajer Repubblica Ceca, Slovacchia 2005
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Recensione sileni (2005)

Voto Visitatori:   8,71 / 10 (53 voti)8,71Grafico
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locandina del film SILENI

Immagine tratta dal film SILENI

Immagine tratta dal film SILENI

Immagine tratta dal film SILENI

Immagine tratta dal film SILENI

Immagine tratta dal film SILENI
 

Sileni è una parola ceca che significa delirio, pazzia.
I Sileni sono figure mitologiche della Grecia antica, divinità dei boschi lascive e selvagge, molto spesso associate ai satiri e legate al culto di Dioniso e Pan.
Non ultimo, "Sileni" è il titolo del quinto lungometraggio del regista ceco Jan Svankmajer, artista praticamente sconosciuto alle masse, nato a Praga nel lontano 1934 e totalmente snobbato dai circuiti cinematografici e home video d'Europa.

Girato nel 2005, questo film è la storia di Jean Berlot, giovane affetto da turbe psichiche, che al ritorno dal funerale della madre si imbatte in uno strambo nobiluomo francese, un Marchese che lo invita a passare la notte nel suo castello.
Lì il giovane si troverà a vivere esperienze stranianti e blasfeme, tra messe nere, orge, fino ad arrivare agli strani esperimenti del Marchese nell'esercizio del controllo della paura e alle teorie di uno psichiatra che crede nella totale libertà dei pazienti all'interno del proprio istituto. Il tutto intramezzato da scenette in stop motion, con come protagonisti pezzi di carne di animale.

"Signori e signore, quello che state per vedere è un film horror, con tutte le degenerazioni classiche del genere. Non è un'opera d'arte. Oggi tuttavia l'arte è tutt'altro che morta. Al suo posto ci sono delle sequenza in cui Narciso potrà riflettersi [...]"
Jan Svankmajer - introduzione al film

E' lo stesso Svankmajer ad introdurre la pellicola. Su sfondo bianco, il regista svela l'essenza dell'opera con estrema autoconsapevolezza sia del contenuto che del mezzo, senza per questo "snaturalizzare" la visione.
E' lui il primo ad affermarlo: "Sileni" è un film horror. E non solo perché affronta un tema come l'orrore del vivere moderno, ma perché lo sviluppa attraverso uno specifico codice che è quello "di genere", sì cinematografico, ma profondamente influenzato alla tradizione letteraria.
L'orrore di Svankmajer è l'orrore di Poe. Dallo scrittore americano il regista ha preso numerosi spunti, a partire dall'ambientazione gotica per passare al tipo di narrazione (molto attenta alla "grammatica" utilizzata), dall'atmosfera onirica alla cifra stilistica. Una sorta di tributo che però travalica il modello cui si ispira per arrivare ad ottenere risultati totalmente originali.

Il regista però ci tiene a mettere subito in chiaro una cosa: "Sileni" non è un'opera d'arte.
Al di là della forte connotazione autocritica (o autoironica) di cui è intrisa, questa affermazione mette subito in chiaro quale sia l'intento principale di Svankmajer: il suo è un cinema che non vuole aspirare all'arte ma all'uomo, che scava nelle interiora dello spettatore invece di elevarlo e che fa dell'effettistica artigianale il suo simbolo e obbiettivo.

"Cosa ci da la natura? Non è forse avida, distruttiva, crudele, capricciosa e profondamente insensibile? Non diresti che ciò che fa meglio è uccidere e smembrare? Non vedi che il male è il suo elemento naturale? Che usa la sua potenza solo per riempire il mondo di sangue, lacrime e tristezza?"
Il Marchese

Altro modello, non meno essenziale alla poetica del cineasta, è il marchese Alphonse François de Sade. Anche qui per modello si intende fonte di ispirazione, questa volta più per cifra filosofica che stilistica.
De Sade, blasfemo ed eversivo, è il protagonista stesso del film, inserito in un contesto assolutamente fuori dal tempo, anacronistico come una carrozza sulle autostrade tra le campagne francesi.
Il Marchese è il cuore del film, non l'anima. Svankmajer prende le distanze dai suoi personaggi, astraendosi con la forza di un narratore onnisciente.
Il suo tentativo è quello di rappresentare ma non esplicare, mentre i suoi characters vivono di vita propria ma restano indissolubilmente legati alla "poetica della carne" codificata dall'artista ceco.

Da questo momento in avanti la recensione contiene degli elementi di spoiler; se ne consiglia pertanto la lettura solo a chi abbia già visto il film.

Il film ha apparentemente una struttura ciclica (si chiude nello stesso modo in cui si apre) e si divincola su due piani, una narrativo (la storia in sé) e uno metanarrativo (le sequenze in stop motion).
Essenzialmente è un racconto di formazione. Il protagonista Jean Berlot (interpretato da un credibilissimo Pavel Liska) viene presentato subito nei propri tratti essenziali, mettendo in luce il cuore del problema (suo nonché del film): la pazzia.
Il film vero e proprio si apre con un sogno: il giovane Berlot è assalito nel cuore della notte da due inquietanti inservienti di un ospedale psichiatrico. La dimensione onirica della scena è subito chiara, il che la rende ancora più disturbante. Col proseguo del film viene spiegato dallo stesso Jean il motivo di tale sogno: è quella l'unica vera eredità lasciatagli dalla madre, ospite in vita di case di cura per l'igiene mentale, manifestazione della paura di un destino simile a quello della genitrice.
Il giovane protagonista non è quindi pazzo ma affetto da una pazzia riflessa.

Da un punto di vista strettamente narrativo, il film racconta del tentativo di Jean di liberarsi da questa eredità materna (o, meglio, "sociale"). L'incontro casule con lo strambo Marchese (un folle e luciferino Jan Triska) porterà la storia a tali sviluppi.
Sarà proprio lui ad introdurre il giovane ad una nuova filosofia di vita, anti illuminista e prettamente sadiana, basata su una libertà radicale che asseconda i propri istinti e si pone nei confronti della natura non come di una madre buona e amorevole ma come di una matrigna sanguinaria e crudele, mentre la presenza di Dio, incurante e sadico, diviene un accidente (in una negazione dei valori cristiani tipica di de Sade).
In fin dei conti una negazione estrema dei valori contemporanei, della ragione e della religione, punti di forza di un sistema che è quello vigente.

Nel suo percorso iniziatico Berlot si troverà ad affrontare tappe diverse, tra cui una messa nera (il cristo crocifisso cento volte – numero dal valore simbolico – che nega il cristianesimo e i suoi valori), un banchetto rituale (che ricorda quello coprofilo di pasoliniana memoria) e un orgia/stupro di tipo dionisiaco (con i partecipanti che, a mò dei Sileni, praticano una sorta di baccanale pagano).
Il Marchese, maestro di vita, si pone nei confronti del giovane in maniera intransigente ma paterna. Nel suo modo di fare distorto esprime concetti coerenti con parole sensate.
Assistito da un servo senza lingua (il regista?), metterà al corrente Jean dei propri esperimenti sul controllo della paura, non altro che l'affrontare i demoni che ci affliggono.
Per aiutare il ragazzo in questo percorso di crescita, lo presenterà ad un suo amico psichiatra, direttore di una clinica dove i malati vengono lasciati liberi e nella libertà trovano la cura alla loro pazzia.

Qui abbiamo un cambio di prospettiva. Il film si mostra finalmente per quello che è e per quali sono i suoi propositi, un confronto diretto tra due stili di vita: quello secondo cui gli impulsi personali (e sessuali) devono essere assecondati e quello che prova ad esercitare su di essi un (apparente) controllo estremo.
Il tutto in un divario che trova il suo punto di contatto nell'orrore del vivere contemporaneo, nella pazzia socialmente accettata che è quella consumistica e alienante (il corpo come merce di scambio in quel che non è altro che un supermercato sociale).
Il nostro Jean Berlot, lentamente venuto a coincidere con lo spettatore, si ritrova a dover curare la propria malattia sociale affrontandola. Si fa internare volontariamente nell'ospedale, si innamora della figlia del direttore e scopre che in realtà la clinica è stata oggetto di un'insurrezione, in cui i malati hanno preso il controllo rendendo prigionieri i medici e gli infermieri.
Il finto psichiatra e lo stesso Marchese sono quindi dei pazzi, malati e pericolosi. Il nostro protagonista si troverà così di fronte ad un bivio: assecondare il nuovo maestro, folle profeta della carne, o tornare al controllo della ragione, la sola che può sconfiggere l'azione delle aberranti teorie sadiane?

Non sempre la risposta giusta è quella più semplice e al termine di un vortice finale feroce e degenerato, in cui la violenza punitiva sulla carne viene mascherata da teoria scientifica (e quindi resa razionale e socialmente accettabile) ed espressa in 13 castighi che tanto somigliano a comandamenti, l'unica vera domanda che sorge spontanea è: chi sono i veri pazzi?

"Il mondo si divide in due categorie di diversa ampiezza... quelli che non hanno mai sentito parlare di Jan Švankmajer e quelli che hanno visto i suoi lavori e sanno di essersi trovati faccia a faccia con un genio."
Anthony Lane - The New Yorker

Svankmajer, con il suo classico appeal, partorisce un'opera inquietante, un brutto sogno da cui sembra non ci si possa più svegliare. Immerge lo spettatore in un mondo a lui estraneo, avverso, scavando nella carne e poi ponendolo di fronte a se stesso. Questa è la sua arte, priva di compromessi, originalissima nel suo essere citazionista.

Il film è diretto in modo impeccabile, con particolare preferenza di primi piani e dialoghi profondi e ipnotici. Le scenografie labirintiche funzionano soprattutto grazie ai contrasti e ai chiaroscuri, complice un'ottima fotografia sapiente nell'utilizzo delle ombre.
Il regista non rinuncia alla sua amata "animazione", in stacchi carichi di ironia e che svelano, quasi in un film nel film, la vera essenza di "Sileni", mettendoci di fronte alla più schiacciante delle verità: siamo tutti vittime dello stesso ciclo biologico, animali imbavagliati dal nostro vivere sociale.

Il film fu candidato agli oscar come miglior film straniero, ma non vinse.

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Recensione a cura di Zero00 - aggiornata al 25/05/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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