la samaritana regia di Kim Ki-Duk Corea del Sud 2004
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la samaritana (2004)

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locandina del film LA SAMARITANA

Titolo Originale: SAMARIA

RegiaKim Ki-Duk

InterpretiUhl Lee, Ji-min Kwak, Min-jung Seo

Durata: h 1.35
NazionalitàCorea del Sud 2004
Generedrammatico
Al cinema nel Giugno 2005

•  Altri film di Kim Ki-Duk

Trama del film La samaritana

Yeo-Jin è una ragazza non ancora ventenne che vive con suo padre, un poliziotto rimasto vedovo. Insieme alla sua migliore amica, Jae-Young, organizza un giro di prostituzione via internet in cui Jae-Young intrattiene gli uomini e Yeo-Jin controlla e tiene i contatti. Quando la sua amica si innamora di uno dei clienti, Yeo-Jin si infuria e le vieta di vedere l'uomo. Un giorno, mentre Jae-Young è impegnata con un cliente in un motel, per sfuggire a una retata della polizia, si butta dalla finestra della stanza e rimane gravemente ferita. Yeo-Jin decide di realizzare quello che potrebbe essere l'ultimo desiderio della sua amica: farle rivedere l'uomo che ama.

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Voto Visitatori:   7,09 / 10 (91 voti)7,09Grafico
Voto Recensore:   8,00 / 10  8,00
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Voti e commenti su La samaritana, 91 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  10/07/2005 22:08:02
   7 / 10
Due amiche, sembrano sorelle o amanti saffiche, due morali diverse. Il fine è lo stesso, la coscienza vaga tra la curiosità neutrale e il coinvolgimento dello sfruttamento femminile. E' tutto un susseguirsi di sguardi, silenzi, etica ambientale (solitamente brulla), paradosso in tutta quella veste quotidiana che forse manca del rigore formale dell'immenso Hsiao-Hsien, con tutto il rispetto per Ki-Duk e le sue indubbie capacità. E' un cinema che riesce miracolosamente a preservare una sua interiorità, una fisionomia orientale, anche se a leggere tra le righe in certi paesaggi della provincia di Seul (antitetici ma non troppo a quelli della campagna francese)e nel disconoscimento affettivo dei personaggi farebbe pensare a Sautet, o così Lynchiano nei simbolismi, nei cabalismi di Ki-duk davanti a un epilogo con tre possibilità diverse: o la difficoltà emblematica della conversione. E' un grande equilibrio quello che spinge il regista ad affrontare un tema simile senza oltrepassare i binari oltre i quali avrei potuto avere seri problemi di digeribilità, nulla trapela o sfiora il misticismo d'accatto, o la profferta del peccato da scontare, anche nella scena del pianto straziante di Yeo-Jin troviamo soprattutto una forte amarezza, più che il disgusto per la propria vita. La bellezza del film è l' incompiuto, il frammento, il simbolo: non c'è nemmeno uno sguardo sufficientemente abbietto per accusare quei padri di famiglia che sono clienti abituali delle donne da strada, pure loro sembrano occlusi in una spirale che è l'amarezza per la vita, o semplicemente dei vili gesti del presente. Quasi quasi un'opera sul fantasma della morte, con i sopravvissuti che vagano minacciati dalla vita e dalla paura di perdersi, ancora, nell'insostenibile leggerezza della società e dei suoi squallidi riti

3 risposte al commento
Ultima risposta 11/07/2005 14.44.57
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doppiaelle  @  10/07/2005 12:42:23
   9 / 10
Kim Ki-Duk è l''autore più interessante emerso in questi ultimi 2 anni dalla distribuzione nelle sale (presente invece da più anni nei festival).
E'' autore di un tipo di cinema che tocca particolarmente le corde del mio animo di spettatore, in maniera tale da mettere a rischio la possibilità di elaborare una critica obiettiva: il cinema dei poeti anarchici, che rendono protagonisti i personaggi più emarginati della società trovando in essi delle capacità di distinguersi da un vivere conformista tramite desideri, sogni, azioni, talora anche sciocche, estreme o disperate, ma comunque originali, sincere e rivelatrici quindi di identità ancora vive e non omologate. Poeti anarchici come Fassbinder, Ferreri, Almodovar, Kaurismaki, Kitano.
Ne "La Samaritana" Kim Ki-Duk inventa nella prima parte un personaggio straordinario, fortemente lirico come quello di Jae-Young, creatura troppo pura e ingenua per questo mondo, per vedere quanto è in realtà squallido e pericoloso il suo piano di prostituirsi (solo per fare un semplice viaggio in Europa con la sua amica), che lei vive invece soltanto come un gioco. Crede e intende i rapporti con i clienti non come semplici incontri di sesso a pagamento, fino a innamorarsi di uno di essi, il quale, ovviamente, non ha percepito nulla del bisogno di amore e della dolcezza di Jae-Young , sordo e arido com''è e come sono gli altri personaggi di contorno del film rappresentativi della nostra società conformista. Anima candida dal sorriso angelico che non la lascia mai, nè quando vede la morte davanti sè prima di buttarsi dalla finestra e neanche quando questa l''ha già portata via con sè.
Interessante e ben espresso anche il tema dell''amicizia tra Jae-Young e Yeo-Jin, al di sopra di tutto: è per la sua amica (per "divertirsi" insieme a lei, per andare con lei in Europa) che Jae-Young si prostituisce, è per non deluderla che prova inutilmente a correggere la sua indole di vivere con trasporto sincero anche i rapporti più convenzionali e falsi come quelli tra prostituta e cliente; per Jae-Young d''altra parte Yeo-Jin, dopo la sua perdita, forza la sua natura prostituendosi a sua volta proprio con gli stessi clienti incontrati dall''amica (un modo per unirsi a lei) e restituendo loro i soldi guadagnati incassati da Jae-Young, con l''intento così facendo di redimere la sua anima, ma in realtà inabissandosi forse neanche tanto inconsapevolmente verso una forma di autodistruzione e suicidio (altro modo di riunirsi all''amica).
Terzo personaggio protagonista è il padre vedovo di Yeo-Jin, altro esempio di dolcezza assoluta, il terzo samaritano del film, che culla la figlia, ne scopre i problemi, la segue e protegge da lontano, le offre la possibilità di comprendere e redimersi (tema caratteristico del cinema di Kim Ki-Duk, basti pensare a "Primavera, estate, autunno, inverno...e ancora primavera" e qui sempre presente) attraverso non parole da ruolo convenzionale di padre, ma offrendole un viaggio attraverso la natura (che Kim Ki-Duk ci ricorda che è un valore, è capacità di ritrovarsi, di allontanarsi dalle distrazioni e quindi di avvicinarsi ai valori importanti, anche qui vedi "Primavera, estate, autunno, inverno...e ancora primavera")e le sue origini (la tomba della madre), guidandola nel modo più naturale e silenzioso come un papà animale col suo cucciolo, fingendo di aver bisogno di lei per indurla a trovare la forza di reagire (la scena dell''auto rimasta bloccata, il padre scende e pare - ma direi che finge appositamente - non riuscire a liberare le ruote dell''auto dai sassi, così si addormenta lasciando la necessità e la possibilità allla figlia di aiutarlo, ma in realtà di riuscire a farcela per conto proprio); fino a insegnarle a camminare una seconda volta, questa volta non con le sue gambe come quando era bambina, ma a guidare l''auto, metafora del camminare da adulti, da persone responsabili, del sapersela cavare in questa vita difficile, fino, proprio come papà orso o fenicottero, a costringerla a guidare-camminare da sè dandole inizialmente una strada da percorrere, poi costringendola a muoversi da sola per inseguirlo per non rimanere sola imparando quindi ad essere in grado ormai di vivere indipendentemente senza il rischio di perdersi.
Un grande film di un grande autore, che qui quasi raggiunge il risultato di "Ferro 3".


Delfina  @  07/07/2005 19:37:09
   9 / 10
Bello, narrativo, un film che è veramente un racconto in senso letterario. Alcuni dettagli nelle scene più violente (sempre solo suggerite) straordinari per efficacia.

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Ultima risposta 26/07/2005 08.06.22
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Gruppo STAFF, Moderatore Invia una mail all'autore del commento Lot  @  07/07/2005 10:04:18
   8 / 10
Difficile da commentare questo film...
Rispetto al lirismo e all'astrazione di molti suoi lavori precedenti (da ultimo lo splendido Ferro3, peraltro successivo) con questo film Kim Ki-Duk ritorna sulla terra, alternando sequenza lievissime ad altre in cui si sbatte violentemente la faccia per terra, ricordando in qualche modo Kitano.
Come ha già scritto qualcuno il film si divide in tre spezzoni ben distinti, dapprima l'innocente peccato, ossimorico ma azzeccato, delle due amiche, di cui solamente una in modo fisico, mondato ogni volta da una simbolica e bellissima scena di lavaggio; alla tragedia che chiude questa sezione fa seguito la seconda parte, questa sì propria del regista, in cui Yeo-Jin ripercorre, tornando sui suoi passi, quel percorso di perdizione nella speranza di espiare la colpa sua e dell'amica.
Il film cambia improvvisamente strada (a tratti la strada di Kitano, come dicevamo prima) nell'ultima parte, con il padre nel ruolo del vendicatore, che opera su un piano completamente differente da quello della figlia, i due sono apparentemente insieme ma rimangono distantissimi.
Spiazzante il finale, che non svelo, con l'alternarsi in pochi minuti di 3 possibii conclusioni.
In definitiva un film sulla morale, che lascia un po' interdetti ma fa riflettere.

8 risposte al commento
Ultima risposta 09/07/2005 15.16.26
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andreapau  @  01/07/2005 10:55:46
   7 / 10
premetto di non essere avezzo alla cinematografia orientale in genere,e ho faticato parecchio( non so nemmeno se ci sono riuscito)ad entrare nel film:il cinema che conosco e che amo,si avvale di simboli a me conosciuti,e quando non lo sono,mi lascia l'appiglio dell'intuizione,almeno quello.qui,ho dovuto ricominciare da zero,prestando attenzione ad ogni piccolo particolare nella speranza di trovare chiavi di comprensione.primo ostacolo da superare,le relazioni tra gli attori,i loro scambi talvolta incomprensibili,il loro modo di dialogare per strada,di ricevere una visita,di essere gentili...insomma,mi sono chiesto se davvero si puo' così diversi o se è il cinema e le sue forzature a creare le differenze...anche l'inverosimilità orientale è diversa da quella occidentale.allora,dove ho trovato la bussola?nella semplicità e grettezza dell'animo umano,vero e proprio stampo universale dell'umanità.ho stretto forte il filo della tragedia della vedovanza,della solitudine,della innocenza incosciente e subdola(comunque un esercizio di potere),del sogno di una vita diversa,della meschinità e della ipocrisia,della punizione e del sadismo nell'esercitarla,nella impossibilità di redenzione e di cambiare le cose,nell'ineluttabilità del destino.tuto il resto,è una simbologia affascinante e a me sconosciuta,un vero bagno di cose che non sapevo,e che ho assaporato grazie alla maestria del regista nel creare un'atmosfera da viaggio introspettivo...tutto con luci naturali,la fotografia della vita come la facciamo con i nostri occhi.le conclusioni che riuciamo a trarre.sofferenze vere e non emozioni preconfezionate dalla fabbrica dei sogni hollywoodiana

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Ultima risposta 01/07/2005 11.37.13
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Gruppo COLLABORATORI fidelio.78  @  01/07/2005 00:57:53
   7 / 10
Questo film (precedente a Ferro3 anche se girato nello stesso anno) non ha assolutamente la profondità di sguardo di Ferro3. Simile nell'impostazione poetica del racconto, "La Samaritana" tradisce proprio nel lato onirico della vicenda,dove Ferro 3 colpiva invece al cuore. Se in Ferro 3 la poesia del racconto faceva passare in secondo piano alcune sfumature surrealiste, qui invece si è ancora troppo agganciati ad una idea di realtà per lasciarsi andare completamente e così talune situazioni risultano essere paradossali anzichè poetiche. Ma comunque resta un gran bel film che dimostra ancora una volta a tutti noi come si possa fare un film con pochi soldi e una idea forte e radicata. I nostri cineasti dovrebbero imparare come il cinema può diventare poesia e rappresentazione di società senza gli eccessi di urla e sbraitamenti (anche di telecamera...)che vanno così di moda nel cinema italiano degli ultimi anni.

Gruppo COLLABORATORI gerardo  @  30/06/2005 22:16:32
   8 / 10
L'innocenza, la colpa e l'espiazione. Sono questi i tre elementi che si contrastano, intrecciano e rincorrono ne La Samaritana. Tre elementi come i capitoli che scandiscono la narrazione del film.
La prostituzione rimanda automaticamente a un'idea di peccato, di colpa. Ma l'innocenza delle due amiche, e soprattutto di Jae-Young che la pratica fisicamente, resta come preservata in una dimensione assolutamente poetica di gioco e levità. Il senso del peccato, della macchia, s'insinua probabilmente ad un livello più inconscio, se le due ragazze, in complicità saffica, si lavano vicendevolmente e amorevolmente dopo ogni contatto impuro.
La morte come trasfigurazione del peccato e definizione eterna dell'innocenza?
Yeo-Jin si sostituisce all'amica nel momento stesso del trapasso, attraverso l'assunzione del ruolo fisico della colpa, il sesso. E la perseveranza del peccato è un'espiazione dello stesso. L'azione di Yeo-Jin è situata a un livello sublime, un livello che suo padre non potrà mai comprendere. L'azione parallela dell'uomo è una reazione vendicativa, moralizzatrice, da angelo sterminatore che si accanisce contro chi attenta all'innocenza mai perduta di sua figlia Yeo-Jin. Fra loro c'è una frattura enorme, insanabile. L'uomo non conosce più innocenza, è una pedina consapevole del mondo degradato in cui vive. Non a caso la soluzione narrativa, estetica e morale del film e della frattura tra padre e figlia è offerta dalla ricomposizione nella natura, aspra selvaggia, ma pur sempre incontaminata.
Il percorso segnato dal padre prima dell'uscita di scena non è rettilineo ed è irto di ostacoli. E' facile perdersi nel pantano. Dopo Yeo-Jin non potrà più dirsi innocente.

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Ultima risposta 01/07/2005 11.55.17
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Pasagarde  @  29/06/2005 00:21:39
   9 / 10
Sono d'accordo praticamente in tutto con il commento precedente. Anche per me "FERRO 3" resta tutt'ora insuperato (e il precedente "PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO E ANCORA PRIMAVERA" se non era un capolavoro ci si avvicinava di molto). Cmq anche questo è un gran bel film. CONSIGLIATISSIMO.

Invia una mail all'autore del commento francescoardore  @  28/06/2005 13:08:21
   9 / 10
non voto il massimo perche non riesce a raggiungere la perfezione formale del precedente FERRO 3- LA CASA VUOTA tuttavia, rimane un film eccellente in cui alla vena delicata nella regia, che lo contraddistingue, sdi unisce un humus horros e quasi noir che fa da contrasto. la trovata è buona peccato che pero già ci abbia pensato kitano...eccellente la fotografia e la sceneggiatura è davvero prodigiosa da 10...il cinema orientale, grazie anche all'insuperabile worg kar wai, è davvero in prima linea.

Dandyzombie  @  27/06/2005 19:18:01
   10 / 10
il vecchio kim-ki duk non si smentisce.

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Ultima risposta 16/08/2005 21.53.18
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Invia una mail all'autore del commento vaneixa  @  19/06/2005 18:46:58
   8 / 10
è un film da non perdere, la fotografia nn è male.. e beh, ke dire dell'argomento.. è stupendo!

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