Recensione alexandra regia di Aleksandr Sokurov Russia 2006
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Recensione alexandra (2006)

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locandina del film ALEXANDRA

Immagine tratta dal film ALEXANDRA

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Immagine tratta dal film ALEXANDRA
 

Una anziana nonna russa ottiene il permesso di visitare il nipote, ufficiale in Cecenia, in zona di guerra. La sua presenza riscalderà l'animo non solo dei giovani soldati invasori, ma pure della popolazione locale: un vero messaggio di pace.

Ci sarebbero due modi per commentare il film Alexandra, del russo Alexander Sokurov, giustamente premiato al Festival di Cannes di quest'anno: uno rifacendosi esclusivamente alle grandi tematiche del film in chiave umanistica, pacifista, familiaristica, sentimentale ed emozionale; aspetti che basterebbero da soli a decretarne il sicuro successo ed i favori del pubblico. si agirebbe però così in modo riduttivo rispetto alla grande tradizione del cinema d'autore russo, da cui "Alexandra" deriva indubbiamente la linfa artistica ed intellettuale.
Per non dilungarci in eccesso e per comprendere compiutamente la genesi di questo film, fisseremmo alcuni punti cardine del genere, a partire dal cinema muto.

Negli anni '20 la chimera della Rivoluzione permanente dominava l'Unione Sovietica coinvolgendo anche autori di cinema come Dovzhenko, che con opere epico-liriche come "La Terra" divenivano, in buona fede, gli agiografi del comunismo reale. Lo stesso potrebbe dirsi per un altro autore del muto, Pudovkin con opere più intimistiche come "La Madre", in cui sono già rinvenibili precise liaison con "Alexandra".
Solo successivamente, nel 1934, si definirono i canoni del Realismo socialista, che codificava i temi della produzione artistica: alleanza tra operai e contadini, storia del movimento operaio e lotta di classe, necessari al regime per fidelizzare il popolo (meglio ancora con l'avvento del sonoro).
Quando il sistema sovietico cominciò a vacillare, intorno agli anni '60, il cinema russo divenne premonitore della fine del blocco, con opere di stampo pacifista, ad opera di registi come Chukhrai e Tarkovskij, che proprio per le loro tematiche entusiasmarono l'Occidente: con "La Ballata di un soldato" e "L'infanzia di Ivan" preludevano al declino dei Soviet con racconti di taglio intimistico sulla guerra, oramai senza afflati patriottici e ideali di sorta, in cui prevaleva la pietà per una generazione di giovani chiamati a convivere loro malgrado con la guerra e con la morte, creandosi un disagio destinato a protrarsi anche in epoca di pace.

Nel film "Alexandra" si racconta una storia del tutto simile a quelle di cui sopra, con una curiosa variante: la storia di un'anziana nonna che ottiene un permesso speciale per raggiungere il nipote ufficiale in un avamposto bellico della Cecenia.
E' questa una storia in cui la guerra, deprivata di istanze patriottiche o antinaziste, diventa ancora più inutile e immotivata delle precedenti, ed in cui lo sconcerto dei giovani soldati, intruppati in squallidi campi nel deserto (altro che i marines americani) raggiunge un'acmé totale.
In questo panorama di follia arriva inopinatamente l'anziana nonna in visita, che finisce per diventare idealmente la nonna di tutti: la grande Madre Russa lontana. Emblematica di una funzione catartica della donna, portatrice di compassione ed amore nel mondo degli uomini in guerra, l'anziana signora sa pure stringere i rapporti con la popolazione locale oppressa, aprendo uno squarcio di speranza nel contesto di odio etnico-nazionalistico, e finirà per ospitare a casa sua una nuova amica cecena.

La grandezza del film risiede nei modi sfumati e preteritivi del racconto.
La violenza della guerra non si vede (altro che massacri all'americana), ma si odora nell'aria; i sentimenti emergono con massimo pudore, seppure assai dolorosi, come nei rimproveri del nipote alla freddezza passata della nonna, che risponde onestamente dichiarando la sua fragilità, sopravvenuta con gli anni.
Un insieme in cui l'"umano" tocca vertici di alto lirismo, collegandosi al cinema russo delle origini; merito assoluto del regista, uno dei pochi sopravvissuti alla devastazione del cinema commerciale in arrivo dall'occidente, dopo la caduta del muro.

Resta da dire delle qualità puramente filmiche, elevatissime.
Eccezionale l'impiego del colore unitonale, quasi una seppia d'antàn, di taglio squisitamente "letterario". Stringe il cuore l'ambientazione in una tetra piana stepposa, al fianco di città diroccate, ansiogena come certe vedute de "Il deserto dei tartari".
Modernissimo, drammatico ed espressivo l'uso del primissimo piano tagliato, che si aggiunge alla recitazione dell'anziana donna, del nipote e degli altri interpreti.
Un capolavoro, questo "Alexandra", da consigliare assolutamente ai veri cinefili; un po' meno al pubblico del cinema di evasione, che accuserà lentezza di ritmo e lungaggini varie.
Ma alcuni elementi arriveranno a tutti: come il senso di solidarietà tra le donne, anche di diversa etnia, e la loro capacità di predicatrici di pace, contro la bellicosità del maschile. Quasi a recuperare il bimillennario messaggio delle donne pacifiste della greca "Lisistrata".

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Recensione a cura di GiorgioVillosio - aggiornata al 16/06/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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