Recensione fratelli in erba regia di Tim Blake Nelson USA 2009
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Recensione fratelli in erba (2009)

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locandina del film FRATELLI IN ERBA

Immagine tratta dal film FRATELLI IN ERBA

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Immagine tratta dal film FRATELLI IN ERBA
 

Bill Kincaid (Edward Norton) è un professore universitario di filosofia, stimato e corteggiato dagli studenti e rispettato dal mondo accademico. È un uomo, che si è fatto da solo, lasciandosi alle spalle la famiglia ed il piccolo villaggio natale, è dedito al lavoro e rispettoso delle leggi e delle regole sociali. Egli però ha un fratello gemello di nome Brady (sempre Edward Norton), che è il suo opposto. Non ha mai abbandonato Little Dixie, dove vive ai margini della legalità e della socialità, coltivando marijuana e destreggiandosi nel mondo della criminalità locale legata alla droga. I fratelli hanno in comune due cose: una madre (Susan Sarandon) ex hippie che si è voluta chiudere in una casa di riposo prima del tempo e la medesima scrupolosa, quasi maniacale, dedizione ai loro reciproci interessi, per quanto questi siano enormemente distanti. La compagna di Brady attende un figlio e questo lo spinge a cercare di uscire dal giro della criminalità locale. Per riuscirci Brady deve prima saldare il debito che ha contratto con Rothbaum (Richard Dreyfuss) un rispettato personaggio della comunità ebraica locale, noto per le proprie opere di beneficienza, che in realtà è un potente boss della criminalità organizzata legata allo spaccio di stupefacenti. Per risolvere i propri problemi.
Brady attira con l'inganno Bill a Little Dixie, sfruttando il fatto che nessuno si ricorda che egli aveva un fratello gemello.

"Fratelli in Erba" è il mediocre titolo italiano del nuovo film di Tim Blake Nelson, artista versatile e autore eccentrico, che in questa pellicola ricopre i ruoli di produttore, regista, sceneggiatore ed attore. Il titolo originale dell'opera, "Leaves of Grass" ("Foglie d'Erba"), parafrasa il titolo della celeberrima raccolta di poesie di Walt Whitman di cui non si riduce ad essere semplice parodia giocando sull'equivoco linguistico inerente l'accezione della parola "erba", bensì mutuandone in larga misura lo spirito poetico e bucolico che è espresso magnificamente dal personaggio di Janet (Keri Russell), che in certa misura è la sintesi delle divergenze che separano Bill e Brady.
La collaborazione con i fratelli Coen avvenuta nel 2000 sul set di "Fratello dove Sei?", in cui interpretava il ruolo di Delmar, ha indubbiamente segnato Tim Blake Nelson ed ha influenzato con prepotenza la sceneggiatura di questo suo nuovo film.

La campagna pubblicitaria italiana, come spesso accade, si è dimostrata fuorviante e capziosa, inducendo il pubblico a credere che "Leaves of Grass" fosse una commedia o, al più, una Black Comedy, come oggi è ormai in voga dire.
È bene chiarire fin da subito che questa pellicola non è inquadrabile in nessun genere preciso. Non si tratta né di una commedia, neppure nera, né di un thriller, né di un dramma. Spesso, quando un film non appartiene a nessun genere, sta a significare che l'opera in questione ha un carattere magniloquente ed elevatamente artistico che la esula dai vincoli e dai limiti dei generi cinematografici. Non è questo il caso. L'impressione che si ha assistendo a "Fratelli in Erba" è che l'autore avesse molto chiara la storia che voleva raccontare, ma che non sia stato capace di scegliere il registro con cui raccontarla.
Durante la scena della pesca, Bill Kincaid contesta a Janet, che anche la poesia ha delle regole da rispettare per poter essere definita poesia, mentre Janet replica che questo non è affatto vero. Quello che è certo è che l'evoluzione narrativa di "Leaves of Grass" viola tutto un insieme di regole di scrittura, il risultato si nota e non è positivo. Si tratta di una commedia che non fa mai ridere, ma al massimo sorridere, di un dramma che non commuove, di un thriller che non crea tensione, di una storia familiare che non appassiona, di una satira che non graffia.
L'iperbole narrativa è caricata ai massimi livelli e gli ingredienti, ma meglio sarebbe dire i referenti narrativi e cinematografici, sembrano essere gli stessi così cari al cinema dei fratelli Coen: la stupidità e la leggerezza dei comportamenti umani che diviene scaturigine di violenza e di tragedia; l'equivoco e lo scambio di persona da intendersi anche come l'inganno dell'apparenza; la rispettabilità sociale quale simulacro dietro cui si nascondono anime malvagie; il conflitto fra culture differenti come quella del mondo accademico e il mondo proletario, la grande città e la provincia bucolica, i retaggi delle tendenze degli hippie e la tradizione ebraica; il gusto per la rappresentazione caricaturale dei personaggi e l'estremizzazione esasperata delle situazioni; la ricerca infruttuosa ed inutile di un equilibrio che si dimostra sempre essere così labile e precario da assurgere a chimera. Il tutto condito con una, neppure troppo sottile, misantropia di fondo.
È evidente che una tale eterogeneità di elementi, se non è gestita con destrezza professionale e con una sapiente compiutezza narrativa, può facilmente sfuggire di mano. Spesso risulta davvero difficile capire quale registro sia quello scelto da Tim Blake Nelson. E questo, più che frutto di un'accurata ricerca artistica, sembra essere frutto di indecisione e d'incapacità narrativa.
Inoltre, si deve constatare che l'idea alla base della script non è certo fra le più innovative, poiché la cinematografia americana pullula di storie basate sullo scambio di identità fra gemelli. Si ricordino almeno "L'Anima e il Volto" ("A Stolen Life", 1946) per quanto riguarda il dramma tragico, "Inseparabili" ("Dead Ringers", 1988), "La Metà Oscura" ("The Dark Half", 1993) e "The Prestige" (2006), per quel che concerno il thriller e l'horror, le numerose versioni de "La Maschera di Ferro" e "Il Tulipano Nero" ("La Tulipe Noire", 1964) per quel che riguarda le avventure di cappa e spada tratte dalle opere di Dumas, passando attraverso capolavori quali "Il Prigioniero di Zenda" nelle sue due più celebri versioni. Per quel che riguarda la commedia si può partire dal celeberrimo "Allegri Gemelli" ("Our Relatives", 1936) fino al recente "Ladro di Orchidee", senza dimenticarci della nostre commedie quali "Totò Diabolicus" (1962) e "Non c'è due senza quattro" (1984).
Nelson quindi non solo ricorre ad un cliché abusato, ma non introduce nessun vero nuovo elemento narrativo poiché, come accennato, attinge a piene mani dalla filmografia dei fratelli Coen, passando anche da quel piccolo gioiellino che è "L'Erba di Grace" ("Saving Grace", 2000).
Da questa indecisione stilistica scaturisce anche una manifesta goffaggine narrativa che appesantisce il ritmo del film, sconfinando di tanto in tanto nel torpore.

Malgrado questi macroscopici difetti, "Leaves of Grass" presenta anche vari pregi.
Fra tutti si deve esaltare la qualità della regia che riesce a dare forza e vitalità ad una sceneggiatura dai ritmi altalenanti.
I dialoghi a loro volta sono efficaci ed intelligenti così come lo è la costruzione del personaggio di Bill. Gli altri personaggi, invece, troppo caricaturali, poco approfonditi e mal sviluppati, fungono da contorno non sempre convincente della vicenda.
La regia, inoltre, anche grazie al buon uso delle soggettive e dei controcampi, risulta particolarmente efficace arrivando quasi a convincere lo spettatore che ci siano davvero due gemelli nel ruolo dei protagonisti.

L'intera pellicola è permeata di pessimismo e di misantropia, ma non senza un barlume di speranza.
In tale ottica è assai interessante rilevare come l'autore dimostri che ogni essere umano ha bisogno del proprio "viaggio" per riuscire ad accettare la condizione umana e la realtà quotidiana. Non si distingue fra l'evasione prodotta dalla marijuana o quella prodotta dalla filosofia, fra il nascondersi in città piuttosto che in campagna o fra le mura di una casa di riposo. Il tutto è sempre finalizzato ad evitare d'essere travolti dalle tempeste della vita ed è dettato dalla necessità di proteggersi. È eccellente quindi la metafora del lasciarsi bagnare dalla pioggia di un temporale estivo, la paura infantile da cui Bill ha sempre cercato di proteggersi, quale parafrasi dell'accettare la vita nella sua pienezza senza cercare di sfuggirle.
Tanto la cultura classica, quanto la marijuana sono accessori non necessari alla vita quotidiana, eppure entrambe donano ai protagonisti i mezzi per vivere e gli strumenti per affrontare le avversità dell'esistenza. Entrambe sono un valido riparo dalle intemperie della vita. Chi non è in grado di proteggersi attraverso nessun genere d'evasione scivola nella follia autodistruttiva che è perfettamente rappresentata dal personaggio, fortemente caricaturale, dell'ortodontista ebreo (Josh Pais) disoccupato, schiacciato dai debiti e dalle pressioni familiari e sociali.
Ed è così che si manifesta in tutta la propria pienezza quel contrasto fra chi ha bisogno di regole da seguire e chi invece necessita l'esistenza delle medesime regole, ma per violarle. In entrambi i casi la necessarietà della regola è imprescindibile ed è essa stessa la ragione d'essere di chi la rispetta e di chi la viola. A questa dicotomia si contrappone chi, invece, delle regole non ha bisogno, perché queste sono solo un artificio creato da una collettività umana per circoscrivere i proprio simili all'interno di uno schema protetto. È in questa ottica che si deve inquadrare il personaggio di Janet, capace di pescare i pesci a mani nude, senza ricorrere agli strumenti artificiali che l'ingegno umano ha creato per piegare la natura al proprio fabbisogno, mentre recita un a poesia di Whitman o mentre ne recita una propria che non segue nessuna regola della poetica classica. È quello stesso conflitto che si instaura fra il desiderio e la paura di essere liberi. Muoversi all'interno di uno schema fatto di regole precostituite equivale a una protezione ed offre all'individuo la scelta fra il rispetto e l'infrazione della regola. Vivere invece al di fuori di uno schema fatto di regole rende l'individuo assolutamente, ma lo lascia in balia di correnti e di eventi imprevedibili che sfuggono totalmente al controllo della ragione. Ed è qui che ancora una volta l'autore ci ricorda che l'essere umano è soltanto una bestia dotata di ragione, ma quest'ultima non sarà mai capace di salvaguardare l'uomo da tutti quegli istinti e da tutte quelle passioni proprie del suo lato animale. La ragione può affannarsi fino all'estremo dell'illusione del delirio dell'autocontrollo alla ricerca di un equilibrio artificiale, ma si tratta di un controllo effimero. Il solo equilibrio è quello che può essere raggiunto dall'uomo che vive nella più completa armonia, discendente anche da un inevitabile stato di abbandono, con tutte le sfaccettature dell'esistenza, anche con quelle che si preferirebbe ignorare o sconfiggere.
Condivisibile o meno che sia, questo è il messaggio di fondo su cui ruota l'intero film e Tim Blake Nelson lo espone con lucida chiarezza.
Paradossalmente, però, l'autore si macchia del difetto che imputa ai propri personaggi. Egli crede di essere capace di controllare tutti gli elementi e le innumerevoli tematiche che ha gettato nel calderone e di giustificare i continui contrasti, i detournement, le citazioni (soprattutto dalla filmografia dei Coen), la retorica, i cliché, le esitazioni. Il risultato è un film disomogeneo e disarmonico, che si rimangia in continuazione le promesse che formula e che si perde nel labirinto delle sue stesse tematiche.

Le interpretazioni sono di alto livello, ma probabilmente il lavoro degli attori risente della mancanza di una mano forte alla regia. Edward Norton, se è perfetto nel ruolo di Bill, spesso appare come una macchietta nel ruolo di Brady. Il difetto, appunto, sembrerebbe da imputarsi alla regia, che dimostra quella spiccata attitudine per la caricatura già citata, piuttosto che alla recitazione, tenuto conto anche del modo in cui è sviluppato il personaggio interpretato da Richard Dreyfuss e quello ancora più estremo di Josh Pais. Susan Sarandon è sempre brava e misurata, malgrado la sua presenza sia ridotta al minimo.
Molto brava e perfettamente in parte Keri Russell, ma anche il suo personaggio si limita a poche rapide figurazioni.

Il pessimo lavoro svolto dalla campagna pubblicitaria italiana ha indubbiamente indirizzato su questa pellicola un tipo di pubblico alla ricerca di film di altro genere. E questo è già molto penalizzante.
Al di là di questa evidenza, "Leaves of Grass" si rivela un prodotto ibrido, inutilmente citazioni sta, privo di originalità, disarmonico e disomogeneo, ricco di spunti interessanti e di potenzialità sprecate, un coacervo di promesse non mantenute permeate da una costante indecisione autoriale e da ambizioni non supportate dal coraggio necessario. Malgrado ciò resta un film apprezzabile, sotto il profilo artistico della regia e delle interpretazioni, con alcune situazioni interessanti, con dialoghi abbastanza ben scritti, e con vari spunti di riflessione.
Complessivamente è un'opera ambiziosa e non riuscita, ma da non disprezzare, specie per quelli che erano i suoi intenti. La visione al cinema è sempre consigliata a tutti colori che amano la Settima Arte, ma questa pellicola forse si digerisce meglio limitandosi ad una visione domestica.

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Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli - aggiornata al 27/09/2010 17.26.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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