Recensione i cinghiali di portici regia di Diego Olivares Italia 2003
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Recensione i cinghiali di portici (2003)

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locandina del film I CINGHIALI DI PORTICI

Immagine tratta dal film I CINGHIALI DI PORTICI

Immagine tratta dal film I CINGHIALI DI PORTICI

Immagine tratta dal film I CINGHIALI DI PORTICI

Immagine tratta dal film I CINGHIALI DI PORTICI
 

Ciro è un ex sportivo che lavora come operatore sociale in una comunità di recupero di Portici, in provincia di Napoli. Qui, coinvolgendo i ragazzi ospiti della comunità, riesce a mettere su una squadra di rugby. E proprio questi ragazzi, con storie di violenza e tossicodipendenza alle spalle, sotto la sua guida diventano un vero gruppo, affrontano numerose partite e, infilando una incredibile serie di vittorie, addirittura "rischiano" la promozione nella categoria superiore.

Quel che più colpisce vedendo "I cinghiali di Portici" è la capacità, sia del regista Diego Olivares, sia degli interpreti non professionisti, di restituire un'atmosfera molto verace, prima che una storia.
Se storia c'è, essa scaturisce da un ambiente e un'atmosfera precisi, indovinati, intensamente veri. La sceneggiatura è frammentaria come l'andamento delle partite di rugby, continuamente interrotto, apparentemente sconnesso.
All'inizio, impieghiamo un quarto d'ora prima di capire dove siamo e chi sono i personaggi. Il finale, invece, lascia aperte tutte le strade proprio nel momento in cui abbiamo preso confidenza con i personaggi e le loro vite.

Chi ha concepito questo film si può pensare abbia fatto di tutto per averlo destinato a restare un'opera "nascosta", e di scarsa appetibilità, ma l'ambizione a staccarsi dai prodotti di massa sta tutta esclusivamente in una scelta stilistica di base, inevitabile.
Riconosciuta questa scelta, il film prosegue sui binari di una rigorosa coerenza. Evita, in modo preciso e deciso ogni estetismo, ogni vezzo stilistico, ogni autocompiacimento autoriale, ogni tentazione di farsi apprezzare per qualcosa di formalmente fine a se stesso, che non sia la sua forza intrinseca e la sua veracità.
E', insomma, un'opera estremamente umile nello stile, e proprio per questo di una impressionante levatura stilistica. L'etica registica del film appare molto vicina a quella sportiva dell'allenatore Bruschetta: tenacia e buon lavoro senza illusioni.
Ci sembra partecipare moltissimo dell'etica cinematografica oggi rappresentata, nel cinema mondiale, dall'esempio dei fratelli Dardenne: lavorare per sottrazione, allo scopo di far brillare nel modo più puro possibile il nocciolo duro e grezzo della materia trattata.

Il rischio di creare personaggi didascalici, fortemente caratterizzati, era notevole. Ed è stato felicemente evitato. Emergono individualità appena abbozzate: viene lasciato allo spettatore il compito di fare attenzione, ricostruirle, riconoscerle.

Se c'è un carattere tipico del cinema "d'autore", specie italiano, che questa opera di grande pregio evita, è la ruffianeria.
Ad esempio, l'uso delle voci over non serve a creare complicità con lo spettatore e ad assecondarne la pigrizia, ma a creare piuttosto una giusta distanza - come fa notare E. Morreale nel suo brillante saggio sul film ("Cineforum", n. 457).
La costruzione delle scene è mossa, ma mai sciatta. Si percepisce l'importanza accordata al lavoro preliminare con gli attori. La fotografia è ruvida e netta, senza ombra di estetismo, né dello "sporco d'autore" (ancora Morreale).
Il montaggio non si vede: si ferma prima della retorica, interrompe le sequenze prima di spiegare tutto, e lavora molto di ellissi (ma anche qui, senza mai esagerare, perché non si vuole mai esibire un'autorialità che sia fine a se stessa).

"I cinghiali di Portici" ha uno stile tutto "in levare", che produce una coerenza visiva umile e di grande efficacia, estranea al cinema italiano d'autore "dominante". Decisamente, siamo agli antipodi di Sorrentino (senza con questo esprimere preferenze tra due modi diversi di fare cinema).

I tocchi d'autore di Olivares non sono mai esibiti, ma vanno rintracciati nelle pieghe del racconto: come il passaggio improvviso dei treni che copre il sonoro, o come la ripresa di spalle di due ragazzi che guardano il mare, senza che lo spettatore possa vederlo, il mare... a suggerire, più che una "reclusione" delle esistenze, un impedimento congenito a poter aprire lo sguardo su prospettive in cui i sogni possano essere realizzati. Quei treni, molti tra i ragazzi del film decideranno di non prenderli mai; e c'è chi rifiuterà l'ingaggio di importanti squadre del nord, incapace a staccarsi dalla realtà cui appartiene.

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Recensione a cura di Stefano Santoli - aggiornata al 11/02/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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