Recensione incubo sulla citta' contaminata regia di Umberto Lenzi Italia, Spagna 1980
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Recensione incubo sulla citta' contaminata (1980)

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locandina del film INCUBO SULLA CITTA' CONTAMINATA

Immagine tratta dal film INCUBO SULLA CITTA' CONTAMINATA

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Dean Miller (Hugo Stiglitz), giornalista televisivo, è incaricato di intervistare un famoso scienziato che si è occupato delle cause di un incidente avvenuto in una centrale nucleare della zona. L'impianto di produzione di energia elettrica, da lui progettato, ha avuto grosse perdite di radioattività.
Miller arriva all'aeroporto di una città che per gli spettatori del film non è di facile identificazione, forse potrebbe essere Londra, e attende nervosamente lo sbarco dello scienziato dall'aereo. Nel frattempo però un velivolo non ben identificato intende atterrare su una pista vuota, disponibile, senza comunicare nulla ai controllori di volo. I tecnici radar escludono possano esserci problemi radio nell'aereo perché quando ciò accade i piloti hanno l'obbligo di accendere i lampeggiatori di emergenza.
L'aereo atterra e dopo qualche interminabile minuto, un po' a sorpresa, insieme allo scienziato scendono dal velivolo numerosi energumeni; il loro volto è semi deformato, gli sguardi sono inferociti, uccidono senza pietà le persone più vicine morsicando e accoltellando tutti all'impazzata, dirigendosi anche verso gli agenti di polizia intervenuti per l'emergenza creatasi nell'aeroporto. Dopo uno scempio di sangue spaventoso i mostri, che prima erano normali passeggeri dell'aereo, si dirigono verso la città.

La causa dell'orribile mutazione del volto degli energumeni e dell'insorgere di uno spirito criminogeno che li rende mostruosi, è dovuta al contatto diretto avuto da alcuni di essi con le radiazioni provenienti dalla centrale atomica e dall'espandersi delle stesse, per contagio, a tutti i passeggeri a bordo.
Le radiazioni impoveriscono i globuli rossi presenti nel sangue, trasformando i colpiti in vampiri dediti a una disperata ricerca di plasma; inoltre l'autocapacità riproduttiva, rapidissima, delle cellule colpite dalle radiazioni consente la loro moltiplicazione nei contagiati e in chiunque viene a sua volta infettato per morsicatura.
Le vittime che rimangono in vita diventano dunque anch'esse belve assetate di sangue e per sopravvivere si alleano con i mostri che li hanno aggrediti. Tutti questi esseri mostruosi possono essere eliminati solo se colpiti al cervello con un'arma da fuoco. Per evitare il caos organizzativo le autorità militari e governative, pur dichiarando lo stato di emergenza, tengono allo scuro di ogni cosa la popolazione, la quale viene solo allertata. Ciascuno deve rimanere chiuso in casa, sbarrando porte e finestre, pronto ad affrontare un pericolo ignoto.

I mostri invadono la sede televisiva in cui lavora Miller uccidendo le ballerine di uno spettacolo in allestimento, altri si dirigono contemporaneamente verso ville isolate e gruppi di case di periferia, dove con i loro morsi si rivitalizzano e moltiplicano a dismisura gli aderenti al gruppo di morte. In caso di vittoria questa orda, capace di espandersi a macchia d'olio, vivrà allo stato brado, come animali, lasciando deperire i resti della civiltà nel rovinoso caos da loro creato. Riusciranno gli energumeni-vampiri ad imporsi su tutto il territorio, distruggendo il mondo civile, o interverranno in tempo le potenti nazioni esterne capaci di bloccare con l'intelligenza e la tecnologia la corsa regressiva dei mostri verso un sociale primitivo, atavico?

Umberto Lenzi con "Incubo sulla città contaminata" costruisce un film praticamente privo di trucchi elaborati ed effetti speciali eclatanti. Il film farà molto discutere nell'ambito della critica cinematografica internazionale lasciando i critici divisi o incerti nella classificazione dell'opera. Per alcuni la pellicola è da considerare da serie A, per altri da serie B; per i rimanenti critici non è possibile sul film un pronunciamento.
Le idee del regista, oggi ottantenne, sono buone, originali; il successo un po' a posteriori del film si spiega per il suo distacco netto nel modo di raccontare e di dipingere i personaggi da quanto espresso dalla fantascienza horror fino alla fine degli anni '70, e per il mantenimento di una invidiabile originalità rispetto anche a film più recenti.
Questa unicità di stile rispetto a ciò che si è prodotto nella storia della fantascienza, ha colpito alcuni studiosi, in particolare quelli sensibili ai modi con cui viene rappresentata una vicenda filmica più che ai suoi contenuti, portandoli a un maggior interesse per il film di Lenzi.

Ciò ha fatto giustizia di quanto detto di male sul film, in precedenza, dai critici più legati all'ortodossia del film inteso come comunicazione di contenuti precisi in una forma ben collaudata, i quali hanno accusato Lenzi di regia approssimativa, intrecci scontati, poca cura della verosimiglianza scenica rispetto alla realtà, recitazione stucchevole, effetti speciali poveri, insufficienti, e annullati da uno spontaneismo dilettantesco nella recitazione degli attori, che mostra tutte le crepe della finzione non riuscita, approssimata, aggravata dall'operare di lunghi piani sequenza, impietosi nell'evidenziare questo difetto recitativo.
Un diverso montaggio secondo questi critici avrebbe potuto coprire gran parte dei difetti nei recitativi, ridando sia credibilità al film che una maggiore speditezza all'azione. Tutto ciò in parte è vero, a volte ampiamente condivisibile, ma è mancata una critica più semiologica, l'analisi cioè di come questo film può essere stato inteso dagli spettatori; perché sta di fatto che a un certo punto la pellicola è piaciuta lo stesso. Perché?

Un film col passare del tempo è diventato un cult non solo per le perfezioni tecniche e le sue più o meno geniali, coinvolgenti, forme narrative, magari sapientemente messe in opera fotograficamente, ma perché tocca qualcosa di misterioso nello spettatore, forse tutto da decifrare, aspetti non legati strettamente al gusto, ma al diletto più banale; corde psichiche probabilmente anche nevrotiche, intese come complessità inconsce che si eccitano per un visivo strano, inusuale, che pur sembrando a volte una parodia della qualità rimescola i codici in una forma trasgressiva, con la quale lo spettatore si identifica suo malgrado, perché posseduto dal fascino del media cinematografico, traendo piacere da una sorta di spettacolo che va parallelo al convenzionale, ma che rimane libero, svincolato dal tradizionale, irrispettoso delle regole, quindi altamente seduttivo.

Ecco allora che nel film quando i bastoni di legno colpiscono le vittime e inspiegabilmente si piegano, la scena non si può considerare in assoluto un difetto, perché in un certo senso essa conferma allo spettatore che il film è finto seppur sempre ben intenzionato a recitare il vero e che tale rimane a dispetto di ogni difetto di verosimiglianza.

Un eccesso di verosimiglianza nella fantascienza horror può infatti generare nello spettatore pensieri della serie: questo film è perfetto, coerente, mi seduce e manipola nello stesso tempo con qualcosa che anziché funzionare da metafora, quindi aperta al doppio senso e alla critica, si impone nella mia mente come vero, già scritto, dicendo già tutto, togliendomi quindi ogni capacità riflessiva. I difetti del film invece, che mostrano crepe nella finzione, mi obbligano a pensare, mi indignano, portandomi alla critica.

Il coinvolgimento a cui può portare dunque il film inverosimile può essere tale da lasciare per bizzarria un sapore estetico dopo la visione, indefinibile, generando una sorta di paradosso nevrotico, dal senso contorto, per cui le crepe del film sono equiparabili a quelle dell'ossessione di cui si è preda e con cui si giunge a vedere il film, con una conseguente benefica distrazione, deconcentrazione da ciò che occupa insistentemente l'Io dello spettatore.

Lenzi gioca molto sui paradossi, tant'è che tutto il sangue che sparge nel film, un po' alla Dario Argento, finisce a un certo punto per non dare più fastidio al pubblico, perché non impressiona più; al disagio per il copioso sangue versato subentrano sensazioni disparate che vanno da un'esultanza per una sorta di autopunizione di sensi di colpa di antica origine, ancora ben presenti negli strati psichici più profondi legati all'ossessione, e un piacere anch'esso oscuro per il fatto di essere spettatori di uno scenario costruito appositamente per chi osserva, per chi guarda in poltrona, come se fosse un autorità, un imperatore sanguinoso.

Non a caso questo film è piaciuto a Quentin Tarantino, noto per il suo amore per le trasgressioni dei codici visivi, le invenzioni audaci e la truculenza delle scene molto ben studiate, assai in sintonia con l'inconscio più irreprimibile dello spettatore, quello capace di aggirare la legge edipica e i suoi effetti psichici più devastanti, divertendosi come non mai.

Da un punto di vista un po' più filosofico si potrebbe dire che questo film evoca la questione del fantasma del nucleare, dei suoi pericoli oscuri. Già negli anni '70, inizi anni '80, le centrali nucleari facevano paura, non tanto per la possibile fuga radioattiva in sé, capace di creare modifiche genetiche a una serie di persone circoscritte, quanto per l'effetto metafora, simbolico, dell'energia racchiusa nell'atomo che obbligava sempre a pensare a un possibile danno su vasta scala, apocalittico, dovuto all'uso generale dell'atomo dato in mano all'uomo, che nella storia ha già dimostrato di saper far rabbrividire con il nucleare il mondo, più di una volta.

L'emozione legata alla paura è ben presente nel film, anche se logicamente in forme non direttamente in relazione con i problemi dell'epoca, bensì combinate con le immagini di quanto di inconscio si stava allora formando in ciascuno come riflesso-prova di problematiche sociali reali.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 21/06/2011 14.58.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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