Recensione io non sono qui regia di Todd Haynes USA 2007
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Recensione io non sono qui (2007)

Voto Visitatori:   7,03 / 10 (51 voti)7,03Grafico
Miglior attrice non protagonista (Cate Blanchett)
VINCITORE DI 1 PREMIO GOLDEN GLOBE:
Miglior attrice non protagonista (Cate Blanchett)
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locandina del film IO NON SONO QUI

Immagine tratta dal film IO NON SONO QUI

Immagine tratta dal film IO NON SONO QUI

Immagine tratta dal film IO NON SONO QUI

Immagine tratta dal film IO NON SONO QUI

Immagine tratta dal film IO NON SONO QUI
 

"Ti presento Brian Jones, di quella cover band che spacca"

Siamo dietro le quinte di un teatro, la bodyguard ci fa spazio, stiamo per salire su un palco, le luci ci accecano, il pubblico applaude, ma Io non sono qui. Un incidente, l'ospedale, il corpo sulla barella viene aperto sezionato, e si tenta una decodifica. Siamo su un vagone merci, con dei barboni, una chitarra che uccide i fascisti, un pò di pane e tanta musica. Siamo davanti ad una telecamera e diamo Consigli a Geraldine per il suo compleanno. Siamo con Billy, non più The Kid, e cerchiamo gli occhiali che ci daranno una visione più chiara delle cose. Siamo una tarantola.

Se "Io non sono qui" non è un film, allora questa non può essere una recensione. Se non sono qui dove sarò allora? Negli occhi dei fan, nel loro ricordo, nelle mille canzoni e nelle contraddizioni, e sono anche nei frammenti di un racconto che dura quarant'anni e che non si può riassumere in due ore e mezza, sono di sicuro al di là delle parole vane dei critici e certamente sono nei miei silenzi, e nelle mie poesie, le prime cose realmente immortali che ho scritto.

Bob Dylan non è più solo un uomo da molto tempo, ha smesso di esserlo per divenire un icona, un mito, agli occhi non solo del fan, ma anche di chi ha letto, ascoltato e conosce la storia musicale del novecento.
Bob Dylan è molto più della somma delle sue contraddizioni, ed è sicuramente un grande poeta. Ma questo film parla più di quello che Dylan non è, piuttosto che di quello che è.
Non è l'ispiratore delle Pantere Nere, qua ridotte a pantere rosa con tanto di lavagnetta e appunti per decodificare i messaggi delle sue canzoni. Non è neanche il creatore delle sue canzoni, perchè è lui ad aver detto "non creare mai nulla, verrà frainteso, ti si rivolterà contro e non morirà mai" non è di sicuro un gran marito, nè un attore, non è una pop star, e non è il compagno di giochi nell'erba dei Beatles, e non è il seduttore di Edie, già musa di Andy e nevrotica compagna di pasticche.
Se vogliamo capire quello che invece è dovremo scavare tra il mare di stimoli fuorvianti che Todd Haynes dissemina nel suo lavoro, per il solo gusto di accrescere un mito e celebrare l'amore che involontariamente egli ha ispirato.

Tutte le parole spese all'interno di questa pellicola, fatta eccezione per i dialoghi che sono pura astrazione, vengono da Dylan, dalle sue interviste, canzoni e poesie. E quindi tutte le sue risposte irrispettose ai giornalisti e le sue incredibili arrampicate sugli specchi per non mostrare cose che riteneva di dover proteggere, sono qui inserite nella narrazione, impreziosendo il tutto con citazioni che chi c'era allora ricorderà. Ogni frammento del racconto è affidato ad un attore, il piccolo Woody è un potente folk singer, gran voce e cuore pieno di canzoni, interpretato con una passione tale da augurarsi di rivedere su un palco il giovane Marcus Carl Franklin.
Poi c'è Heath Ledger che inventa Robbie l'attore, forse meno convincente del Jude della Blanchett, che è premiata per l'interpretazione a Venezia dove da anni si premiano bene le donne e male gli uomini, si pensi solo alla grandissima Helen Mirren ed al miserrimo Ben Affleck della passata edizione. Se pure è vero che lei interpreta la parte pop del mito, quella più intrigante e famosa, non si può mancare di apprezzare lo studio che la Blanchett ha sicuramente fatto, ha senz'altro memorizzato le foto ed i filmati di Dylan, molti fan ricorderanno l'espressione tormentata che lei ripropone a più non posso, di profilo con un dito a metà del labbro inferiore, messo così tanto per mascherare il broncio. Chi ha letto le sue poesie riconoscerà in Arthur (Rimbaud?) il poeta, quello dei versi immortali che declama come sotto interrogatorio, per una platea/pubblico che non sempre capirà, un enigmatico Ben Winshaw dall'espressione imbronciata e che guarda dritto in faccia la telecamera per dire pane al pane, come sempre ha fatto lui. Christian Bale mostra con onestà il periodo della conversione, che molti ricordano e tanti cercano di dimenticare, come la deriva sciovinista anche questo aspetto non è tra i più popolari del grande Dylan, ma i suoi fedelissimi lo hanno mandato giù da tempo, ed archiviato come pare abbia fatto pure lui.

Sparsi all'interno del racconto abbiamo anche piccoli camei come la Baez interpretata con passione da Julianne Moore, la Edie di Wahrol, qui Coco, una Michelle Williams che fa sparire in due sole inquadrature le ultime factory girl, ed una Charlotte Gainsbourg Claire/Sara, moglie paziente e compagna dei cambiamenti importanti di Dylan. Fulminanti gli incontri con i Beatles, dipinti come macchiette infantili, con gli Stones, "cover band che spacca" e con Allen Ginsberg poeta e mito di tutta una generazione. Richard Gere tratteggia con affetto Billy non più The kid, che resiste al passaggio di un'autostrada e fugge su un vagone dove trova la chitarra di Woody, nella chiusura circolare di un racconto multiforme e mai scontato che il buon Todd ci regala senza lesinare in visioni ed immagini simboliche, come la meravigliosa inquadratura del palco da cui Jude/Giuda spara con le mitragliette sulla folla che si aspettava chitarre acustiche e viene assordata da quelle elettriche nel periodo dei primi cambiamenti/tradimenti.

La scelta delle canzoni non è mai scontata, niente "Blowin' in the wind" o "Hurricane", meno che mai "Knocking on heaven's door", solo "The Times they are a changin'" e "I Want you", e soltanto alla fine "Like a Rolling Stone".

Il montaggio è perfetto come un videoclip, e penso al momento magico in cui "Ballad of a thin man" diviene insulto al Mr. Jones giornalista interpretato con grande ambiguità da Bruce Greenwood. La parola chiave per capire questo film è amore, non interpretazione, né definizione, meno che mai racconto, Dylan qua è oggetto di amore, semplicemente questo, niente a che vedere con lo scandaglio dei critici che hanno sempre capito poco dei silenzi di chi non voleva etichette, e neanche con il tentativo di definizione che da anni affligge chi non si vuole omologare. Dylan è ancora qua, uno dei pochi che ha attraversato quarant'anni di musica e ne è uscito restando se stesso, quanti altri possono dire di esserci riusciti?

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Recensione a cura di Anna Maria Pelella - aggiornata al 20/03/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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