Recensione la spina del diavolo regia di Guillermo del Toro Spagna, Messico 2001
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Recensione la spina del diavolo (2001)

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locandina del film LA SPINA DEL DIAVOLO

Immagine tratta dal film LA SPINA DEL DIAVOLO

Immagine tratta dal film LA SPINA DEL DIAVOLO

Immagine tratta dal film LA SPINA DEL DIAVOLO

Immagine tratta dal film LA SPINA DEL DIAVOLO
 

Capita raramente, ma capita. A volte si assiste a film passati praticamente sotto silenzio. Proiezioni di pellicole di anni fa, che qualche anima pia decide di tirar fuori dai polverosi archivi dove gravitano le giacenze, i film in surplus, per colmare il solito (e tutto italiano) vuoto estivo. Così, procedendo a sensazioni, si fa risorgere una pellicola semisconosciuta di qualche regista che lentamente si sta costruendo un nome. Lo si doppia et voilà, il gioco è fatto.
Molto spesso questo giochetto si rivela per quel che è, ovvero una malcelata operazione di "copertura di produzione", il cui recupero pizze in stato comatoso è affidato ad esperti del ripescaggio "presunti flop" della sezione estiva.
Ma in rari casi scatta inaspettata (e insperata) la sorpresa.

"La spina del diavolo" di Del Toro è questo: un'ora e mezzo passata al cinema che non si rimpiange. Un'ora e mezza che non brilla di nulla in particolare, ma che non fa comunque rimpiangere il prezzo del biglietto.
Si esce dal cinema con la stessa sensazione di quando si incontra un vecchio amico per strada e ci si ferma a chiacchierare per una mezz'oretta; probabilmente non si sentirà mai più quella persona, ma si torna a casa contenti per il solo fatto di averla vista.
Del Toro è un noto regista della nuova guardia spagnola, che riesce sempre a cavarsela nei compiti assegnati pur non riuscendo mai a portare a casa voti eccellenti e promozioni senza se e senza ma.
Però è abbastanza intelligente da evitare paccottiglie e castronerie troppo evidenti. Quando abusa di idiozia riesce comunque a celare il misfatto dietro la sua sapiente regia. Diciamo che è dotato di un filtro antivaccate cosmiche, lo stesso filtro di cui Hollywood è momentaneamente sprovvisto.
La fedina penale di Del Toro è, diciamo, piuttosto pulita: ha all'attivo "Mimic", "Blade 2" e "Hellboy". Robetta che si lascia guardare con piacere, ma sempre robetta (con l'eccezione di "Mimic", ma lì va a gusti).

Ma attenzione, "La spina del diavolo" non delude affatto. Purtroppo rimane un semifilmetto tendente al film serio, ma ciò è dovuto principalmete all'imperizia mostrata in fase di sceneggiatura. Nessuno tocchi la regia e la recitazione; lì bisogna star zitti e chinare il capo, stringendo la mano a Del Toro.
Poi purtroppo uno scopre che la sceneggiatura è dello stesso regista, e se una mano è ancora tesa verso la sua, con l'altra andrebbe necessariamente preso a schiaffi. Ma Del Toro pare persona intelligente, sicuramente capirà e porgerà molto cristianamente l'altra guancia.
Come considerare "La spina del diavolo"? Un film horror? Un thriller paranormale? Un giallo? Un film di guerra?
Tale è l'angosciata domanda.
Pare che nella foga il regista abbia deciso di fare tutto il possibile per infilare nella pellicola quello che ci stava, un po'come quando si svuota il frigorifero dentro il polpettone per farlo più gustoso: purtroppo di notte si ripresenta, come il fantasma del film.

A parer di chi scrive, la pellicola verte sulle vicissitudini di un piccolo collegio a conduzione semifamiliare in periodo di guerra, in cui accidentalmente si aggira un fantasma.
Chiariamoci; come detto fin dall'inizio il film è assolutamente piacevole. La recitazione è qualcosa di ottimo, la regia scorre via che è un piacere e la fotografia di Navarro encomiabile; virata sull'oro, cristallizza e sottolinea con fare impressionistico un luogo in cui la speranza avvolge, nonostante tutto, la tragedia di una struttura che di tragedie non ne dovrebbe conoscere.
Il film tira via che è una bellezza, e si inceppa solo in fase di sceneggiatura, anche se in maniera goffa. Delle due l'una; o il fantasma non c'entra nulla con la storia, o non c'entra tutto il resto. Per far brevi esempi, è come se in "Titanic" all'inizio fosse comparso uno spettro, monito dell'imminente inabissamento. O come se in "C'era una volta in America" (un minuto di silenzio per commemorare il capolavoro) lo spettro del ragazzino poi ucciso perseguitasse il futuro gruppo.
Si può capire che l'occasione di piazzare un fantasmucolo nei tetri corridoi bui di un collegio posso risultare ghiotta, ma era davvero necessario?
Perchè questa storia di guerra, nella quale si intrecciano passioni, rabbia e sentimenti dei vari protagonisti è assolutamente autosufficiente.

Una bella storia castrata sin dall'inizio dallo spirito di Santi, il bambino morto.
Da qui le prime incongruenze e facilonerie, come la sospetta spavalderia del protagonista Carlos, che con insospettata superiorità si pone di fronte al rischio e all'assurdo manco fosse Dylan Dog.
Già dalla prima sera è deciso a penetrare i segreti del collegio, e non teme nemmeno il buio più profondo abbinato alla certa esistenza di uno spettro, che gli si palesa sin da subito.
Invece di farsi venire un infarto come tutti, tenta il dialogo. Manco fosse D'Alema con Berlusconi.
Ciò innesca una sorta di meccanismo perverso che poco si addice al clima che si respira da lì a poco. Che qualcosa di losco sia nascosta da Jacinto (un bravissimo Noriega, già gustato in "Apri gli occhi" e "Tesis") si capisce sin dall'ingresso al cinema. Più che aspettarsi il banale colpo di scena si cerca di capire come siano andate le cose e di ricostruire gli avvenimenti, prima di scivolare dritti dritti verso l'ovvia conclusione.

Così come è chiarissimo sin da subito che lo spettro di Santi ha ben poco di maligno, nonostante l'aspetto non troppo rassicurante. Che sia lì per avvertire gli abitanti del collegio che qualcosa di non troppo piacevole stia per acadere vien manifestato sin da subito.
Si potrebbero passar ore ed ore a disquisire sul perchè un fantasma che decide di avvertire di un'imminente tragedia non lo faccia con chiarezza sin da subito, ma capiamo che ci siano delle esigenze di sceneggiatura che vanno rispettate.
Per la fortuna di Del Toro, la parte strettamente riguardante il collegio in sè prende il sopravvento, portando in primo piano la complicità che pian piano si rende manifesta tra i vari ragazzi, che dopo le divisioni iniziali si rendono uniti più che mai; prima sotto la guida del reggente Casares (uno straordinario Luppi), poi da soli.

A proposito dei ragazzi; si rendono protagonisti, nella catartica sequenza finale, di una ferocissima vendetta a suon di bastoni infilzati nella tenera carne del "colpevole". Roba mica male, sbattuta in faccia con una certa freddezza che è solo un po'meno violenta del bastonamento finale di "Casinò", ed è tutto dire. Sequenza che da sola vale tutto il casino che Roth è riuscito ad imbastire con quella fetecchia di "Hostel".
Una sequenza che riscatta in pieno la fondamentale inutilità di Santi, che se fosse stata solo una tragedia evocata dagli altri ragazzi e non scioccamente manifesta con la sua presenza, avrebbe fatto sì che il film acquistasse la serietà e la dignità che certamente meritava.

Volendo rifletterci un momento, è possibile concepire il fantasma di Santi come in fantasma di un conflito che è in corso in una terra già lacerata dalla guerra civile; il fantasma di un'infanzia vissuta troppo presto di ragazzi che la guerra ha costretto a crescere in fretta. Il fantasma di Santi fungerebbe a questo punto da monito di un'innocenza che si riscatta automaticamente in un mondo che non è quello infestato dalla guerra. Un altro mondo, appunto, che cerca di venire a contatto con gli elementi innocenti dell'altro, corrotto e sull'orlo di una disfatta politico-morale senza precedenti.
La bomba inesplosa che come un totem rende edotti circa la sua presenza lì, nel centro del cortile, non significa forse la stessa cosa?
Un bambino ha dato la sua vita per un motivo troppo stupido, una bomba si rifiuta di esplodere per non innescare la tragedia che innescherà invece Jacinto.
Ma queste sono speculazioni, chiacchiere da sofisti.

Nonostante gli evidenti difetti, come ribadito all'inizio, ci si trova comunque dinnanzi ad una pellicola che merita pienamente la visione; Del Toro promosso, anche se con riserve.
Ad ogni modo la verità è che "La spina del diavolo" è come un coltellino svizzero: ovunque lo si apra esce qualcosa che serve.

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Recensione a cura di cash - aggiornata al 10/07/2006

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