Recensione milano calibro 9 regia di Fernando Di Leo Italia 1972
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Recensione milano calibro 9 (1972)

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locandina del film MILANO CALIBRO 9

Immagine tratta dal film MILANO CALIBRO 9

Immagine tratta dal film MILANO CALIBRO 9

Immagine tratta dal film MILANO CALIBRO 9

Immagine tratta dal film MILANO CALIBRO 9

Immagine tratta dal film MILANO CALIBRO 9
 

Ugo Piazza, alias Gastone Moschin, esce dopo 3 anni dalla prigione di San Vittore grazie a un'amnistia e l'accoglienza che riceve non è tra le più simpatiche.
Alcuni scagnozzi inviati da un tipo chiamato l'Americano lo seguono, lo sequestrano e lo picchiano, cercando di farlo parlare in merito alla sparizione di 300.000 dollari americani avvenuta poco prima del suo arresto.
Nella colluttazione gli vengono sottratti anche la carta d'identità e il permesso rilasciato dal carcere.
A Piazza non rimane altro che rivolgersi al commissario di polizia che lo conosce benissimo per i suoi trascorsi, il quale gli chiede una collaborazione per capire come si svolge il passaggio tra corrieri nello smistamento di soldi riciclati dall'organizzazione dell'Americano...

Buonissimo film di genere, il cosiddetto "poliziottesco", ma con evidenti venature noir, "Milano calibro 9" è diretto da Fernando Di Leo, un artigiano nel senso più stretto del termine.
Si vede che l'approccio verso lo strumento cinema è spesso arrangiato e un po' approssimativo, tuttavia il film si presenta come un valido prodotto indipendente girato con un budget risicato.

Ispirato al romanzo postumo di Giorgio Scerbanenco "Stazione Centrale, ammazzare subito", si avvale di una scrittura spesso ingenua e di bassa lega ma di sicuro impatto emotivo e a suo modo carismatica e ruffiana la quale, nonostante dimostri un po' i suoi anni, centra perfettamente il bersaglio che intende colpire.
I caratteri rissosi, sbruffoni e suscettibili del commissario di polizia e di Rocco, il capo esecutivo del gruppo dei malavitosi, rischiano la caricatura; non ci si appella a sottigliezze psicologiche. Nonostante ciò i personaggi restano, nella loro brutale definizione, verosimili e consistenti.

Il lavoro di Di Leo sull'utilizzo della cinepresa è ammirevole: passiamo da soggettive cariche di tensione a riprese dal basso che puntano sui volti, sulle oscillazioni istintive dei corpi, catalogandone le incomunicabilità, segnalandoli come preminenti rispetto a una cerchia comune e paradossale di personaggi perimetrali.
La macchina da presa scorre anche attraverso sequenze filmate a bordo di un'automobile fino alle panoramiche notturne, a mitizzare lo skyline della città meneghina.
C'è, tra le maglie della sceneggiatura e nella messa in scena, un'evoluzione di analisi e di accusa sociale: scopriamo che nel giro di soldi riciclati ci sono banchieri, industriali e ricchi possidenti che mandano i loro capitali all'estero. L'essere ammanicati con commissari, finanzieri e magistrati sembra essere la premessa per la riuscita di queste operazioni.
Diventa così interessante vedere come il regista approfondisca il tema della trasformazione della Mafia, da "semplice" cancro di periferia a spirale metropolitana riscontrabile in una banda di criminali italo-americani e approdante a un disfattismo che non lascia spazio alle suppliche o ai revisionismi, dove tutti sono destinati a rimetterci.

Le scene degli scontri verbali tra il commissario capo conservatore e il suo vice riformista sono un po' banali e troppo tese a sottolineare l'inclinazione politica del regista. E' vero che quelli erano gli anni di Lotta Continua, di manifestazioni e dissapori sociali, ma una mano più leggera sarebbe stata gradita e avrebbe reso meno sbilanciato il messaggio del film.

Da invidiare la bella schiera di attori di questo balletto criminale: Moschin, di solito inappuntabile commediante, si presenta con un volto granitico e provato. Troppe volte inquadrato con la sigaretta in bocca, è impossibile cancellare l'aspetto di infida canaglia innocente che riesce ad assumere.
Mario Adorf è incantevole nei panni di Rocco, il tirapiedi dal temperamento rude e mordace.
Philippe Leroy è Chino, uno dei personaggi più sofferti e apparentemente ai margini della vicenda; l'attore francese lo porta sullo schermo con tutta la generosità di cui è capace.

Ricca oltre ogni modo è l'orchestrazione che accompagna le immagini della pellicola. Attraverso l'uso di archi e violini conferisce al film un senso continuo di dinamicità e di imminente instabilità dei fatti mostrati; si ha la sensazione che stia per accadere qualcosa di improvviso, pericoloso, violento e definitivo.
Riproponendo slanci psichedelici e romantici, ora a sottolineare gli atti feroci ora quelli apparentemente mansueti, la colonna sonora di Bacalov sostenuto dal gruppo napoletano rock-progressive degli Osanna rende la pellicola malinconica, sferzante e amara.

Le tante scene girate in esterni ci fanno riscoprire una Milano triste e nichilista: l'ambiente affascinante e un po' decadente dei Navigli, quello degli alberghi di terza categoria, quello lussuoso e moderno del Pirellone e dei grandi palazzi grigi del potere.
La metropolitana e la stazione centrale, con il loro background opprimente, bisunto, sono quasi un manto di ineluttabilità e sofferenza che schiaccia tutto e tutti.

Barbara Bouchet, la signora dalla casa arredata in bianco e nero, entra in scena dopo oltre mezz'ora di film e ciononostante è affascinante e sensuale come non mai.
Il suo appartamento, così come l'habitat circostante, è lo specchio perfetto di quello che accade nel film: si ha la sensazione di due opposte fazioni che si scontrano (il bianco e nero, per l'appunto) le quali non si accorgono del rosso "rivoluzionario" pronto a destabilizzarle entrambe.
E' il rosso imprevedibile del tradimento e della conseguente ferocia delle ultime, sanguinolente e censuratissime scene.

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Recensione a cura di pompiere - aggiornata al 04/12/2009

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