Recensione principessa mononoke regia di Hayao Miyazaki Giappone 1997
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Recensione principessa mononoke (1997)

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locandina del film PRINCIPESSA MONONOKE

Immagine tratta dal film PRINCIPESSA MONONOKE

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"La filosofia di Miyazaki unisce romanticismo e umanesimo a un piglio di epico, una cifra di fantastico visionario che lascia sbalorditi. Il senso di meraviglia che i suoi film trasmettono risveglia il fanciullo che c'è in noi." (Marco Müller)

"Talvolta lo paragonano a me; mi dispiace per lui perché lo abbassano di livello."(Akira Kurosawa)

Fatidica domanda: "L'animazione è cinema?". Risposta: se il cinema è espressione artistica, mimica dell'uomo; non sarebbe più opportuno chiedersi: "Perché non dovrebbe esserlo?"
E', infatti, tipico della mentalità occidentale considerare il genere animato come un surrogato del cinema stesso, quel concetto di "intrattenimento puerile senza pretese" ormai entrato a far parte dell'immaginario collettivo. In effetti, come affermava a ragione il grande commediografo Jean-Baptiste Poquelin, tutelandosi da coloro i quali lo accusavano di non rispettare le unità aristoteliche, "la grande règle de toutes les règles est de plaire au public". Parole sante, per carità, ma che espongono un concetto incompleto, poiché, al contrario di quanto alcuni potrebbero credere, il cinema è ben lungi dall'essere esclusivamente componente commerciale e quindi intrattenimento.
Lo sa bene il Giappone, che da anni riversa in occidente solo il peggio della propria produzione, mentre i suoi gioielli più raffinati e preziosi sono inspiegabilmente misconosciuti nel panorama internazionale. La Disney, regina incontrastata dell'animazione mondiale, ha furbescamente acquisito i diritti di distribuzione in occidente dei film firmati Studio Ghibli, celebre laboratorio cinematografico giapponese fondato da Miyazaki e Takahata nel 1985, facendosi però sospettosamente promotrice di deboli campagne di marketing: si potrebbe maliziosamente pensare che voglia subordinare i prodotti dello Studio Ghibli ai propri. E', questo, il caso di "Principessa Mononoke", edito sotto "silenzio stampa" in Italia il 19 maggio 2000, e miracolosamente scampato alla nobile campagna del "taglio Disney style", che avrebbe senza ombra di dubbio trasfigurato - "come d'incanto" – un prodotto di tale magnificenza in una scialba fiabetta hollywoodiana, corredata di lieto fine e appestata dal solito campionario di retorica e buoni sentimenti. Sottrattasi alle magiche sforbiciate Disney, l'opera ha però patito un inappropriato adattamento in lingua italiana, con l'utilizzazione di uno stile riconducibile allo stucchevole doppiaggio di "Nausicaa della valle del vento", responsabile dell'esaurimento nervoso di alcuni accaniti fan dell'incolpevole maestro giapponese.

Per la realizzazione di "Mononoke Hime", lo Studio Ghibli ha impiegato tre anni di duro lavoro e si è avvalso di un budget di 2,4 miliardi di yen. Il numero totale delle immagini è di circa 144.000, tutte rigorosamente disegnate a mano, delle quali solo il 10% è stato ritoccato con l'utilizzo della computer graphic. La qualità delle animazioni, la regia del maestro e l'attenzione quasi maniacale verso ogni minimo particolare sullo sfondo sono stupefacenti. Il risultato ottenuto è il concretizzarsi della bellezza nella sua espressione più alta e perfetta: un mistico fluire d'immagini e musiche (Joe Hisaishi) quanto mai evocative, un realismo che lascia interdetti. Il vasto consenso di pubblico e critica riscosso in patria, spinse Miyazaki a continuare la sua carriera, e a cimentarsi in due nuovi progetti: "La città incantata", giustamente trionfatrice nella notte degli oscar del 2003, e "Il castello errante di Howl".

"Principessa Mononoke" è la dimostrazione tangibile della diversa concezione di cartone animato in oriente; nel paese del Sol Levante questo è semplicemente un modo come un altro di fare cinema con un pubblico prevalentemente adulto. Miyazaki è stato più volte definito il "Disney d'oriente", sebbene una tale descrizione risulti assolutamente non conforme alla realtà. "Mononoke Hime" stupisce per originalità e profondità nei contenuti; è un fiume in piena che trasporta e stordisce lo spettatore per poi ricondurlo nuovamente a una realtà ora stranamente diversa.
La vicenda è ambientata nel periodo Muromachi (dal nome del quartiere di Kyoto dove risiedeva, 1336/1573, lo shogun), un'epoca storica confusa di grandi sconvolgimenti politici, economici e sociali; un'era che vede il tramonto del medioevo giapponese, con il conseguente crollo dei pilastri di una società prettamente agricola e di stampo feudale.
Ashitaka, giovane principe Emishi, antico popolo sterminato dall'imperatore, nel tentativo di salvaguardare il proprio villaggio da una misteriosa creatura, è colpito da una maledizione; dovrà recarsi verso occidente e "andare in contro il proprio destino". Qui s'imbatterà negli abitanti della "Città del Ferro", capitanati dall'ambigua personalità di Eboshi, in perenne lotta contro i custodi millenari della foresta, alla cui causa si è unita San, umana allevata da una tribù di lupi. Ashitaka finirà per innamorarsi di Mononoke (San), ma l'arrivo di Jiko-Bou, emissario dell'imperatore giunto per reclamare la testa del Dio della foresta, destabilizzerà un equilibrio già precario.

La firma del maestro è perfettamente individuabile in tre punti cardine: il personaggio tipico, l'impavida e bellissima ragazza dal carattere forte e volitivo; l'impossibilità di compiere una netta distinzione fra buoni e cattivi, caratteristica ricorrente in svariate altre opere dell'autore giapponese; l'indefinibile tocco di magia e poesia in perfetta simbiosi con l'inesauribile amore nei confronti dell'ambiente, che si traduce in quelle splendide liriche sequenze raffiguranti il paesaggio incontaminato e "illimitato" del Giappone, in un'epoca in cui la tecnologia muoveva solo i primi passi.
"Principessa Mononoke" è un dramma atipico, che abbraccia alcuni stilemi caratterizzanti il romanzo cortese-cavalleresco, per poi discostarsene bruscamente.
Il termine romanzo deriva da "romanz", che in origine acquisiva il significato di "parlare in lingua romanza" (loqui romanice); in seguito venne a identificare una particolare tipologia di discorso in volgare, la narrazione di amori e argomenti avventurosi.
Le fondamenta di "Mononoke Hime" sono ricercabili in questa particolare tipologia letteraria in relazione a quattro delle caratteristiche portanti del suddetto romanzo cortese- cavalleresco: il ruolo preponderante dell'amore, l'avventura, la materia leggendaria (con particolare riferimento all'assenza di veri e propri "personaggi storici"), l'elemento sovrannaturale e fiabesco. La fusione di queste componenti con lo "Studio Ghibli's style" è un'opera unica in relazione alle precedenti creazioni di stampo più "classico" ("Laputa: il castello nel cielo"), lontana da ogni sorta di stereotipo o cliché.

Ciò che Miyazaki ci propone è una rilettura in chiave "psicoanalitica" dell'epoca Muromachi, che vede una profonda caratterizzazione di ogni singolo personaggio al fine di evidenziarne le contraddizioni, i desideri, le aspirazioni, le motivazioni, i sentimenti. Una sorta di ritratto dell'uomo, delle sue mille sfaccettature con l'obiettivo di individuarne quell'essenza immutabile che ancora oggi lo caratterizza.
Un sovrapporsi, dunque, di due periodi (età contemporanea avviata verso il ventunesimo secolo, ed età Muromachi, che spazia il "viale del tramonto medioevale ") distanti anni luce sul piano temporale, ciò nonostante incredibilmente adiacenti su quello sociale e spaziale. Due ere differenti che attraversano un medesimo intervallo dominato dal mutamento, dal divenire eracliteo (tutto scorre); lasso di tempo destinato a ristabilire un nuovo equilibrio in relazione ai suddetti cambiamenti. Miyazaki non ci presenta "le Imprese de Prencipi e Potentati", quei personaggi tipo dei classici drammi storici, signori e grandi samurai, ma focalizza l'attenzione sulla natura e sui veri protagonisti, quella "gente meccanica e di piccol affare" che vive in prima persona i cambiamenti della società e il conseguente mutamento del rapporto con l'ambiente stesso.

Tematica di centrale importanza è, infatti, il rapporto uomo-natura, la sua evoluzione riguardo agli sconvolgimenti "dell'età del ferro". "Principessa Mononoke" è stato definito un anime ambientalista, sebbene una tale definizione rischi di racchiuderlo in schemi impropri. Nelle sue opere precedenti, Miyazaki ha sempre ricercato la poesia nella bellezza del creato, in liriche inquadrature alle mirabolanti evoluzioni degli aerei nell'aria (ne sono esempi "Luputa: il castello nel cielo", "Porco Rosso" e "Kiki, consegne a domicilio"), come a voler porre l'accento sull'incantevole fascino dell'incontaminato.
Quello fra uomo e natura è, ora, una sorta di "pseudo - conflitto", in quanto, e se ne ha la consapevolezza, non ci potranno essere né vincitori né vinti. Una posizione di campo simile ma più matura rispetto ad opere quali "Nausicaa della valle del vento", perché racchiude in sé quell'irrisolvibile contrasto fra natura e progresso, vecchio e nuovo. Non a caso l'autore stempera un tocco di antropomorfismo nella raffigurazione degli animali-custodi, ponendo in tal maniera una netta diversificazione tra la rappresentazione dei primi e il ritratto del dio della foresta. E' proprio questa la chiave di volta che permette allo spettatore di parafrasare il vero significato dell'opera, identificando nei "guardiani dell'ecosistema" quegli uomini che sempre si batteranno a difesa di esso e nella divinità il respiro stesso del pianeta, della natura: arcano, imperscrutabile, poi inaspettatamente ingenuo, capace di distruggere tutto e tutti, ciò nonostante sempre predisposto ad una nuova rinascita; "vita stessa". La dimensione leggendaria-fiabesca, caratterizzante il romanzo cortese-cavalleresco, è, dunque, una sorta di "non – cosmo" che cela lo straordinario realismo dell'opera, rendendola accessibile ad un vasto spettro di pubblico. Non esiste, come vedremo, una vera e propria polemica ambientalista, perché fuori luogo e totalmente inutile ai fini della reale contemplazione filosofica. Quella di Hayao Miyazaki non è una denuncia, ma una profonda e dettagliata descrizione: egli dipinge l'odio, la guerra, la stupidità e la cupidigia dell'essere umano, per dare risalto a ciò che è veramente importante, a ciò che ci spinge "a voltare pagina, ad andare avanti".

Fulcro della speculazione miyazakiana è, appunto, il concetto di vita, sia questa realtà positiva o negativa. La vita accomuna tutte le creature viventi e l'ecosistema stesso, racchiude in sé la classica dicotomia bene-male; essa è emozioni, sentimenti, quotidianità.
Liricità e poesia non vengono ricercate esclusivamente nell'estatica e silenziosa contemplazione della genuinità della natura (cfr. "Il mio vicino Totoro"), ma anche e soprattutto nella semplicità di un gesto, un'espressione, una parola. Premesse, queste, che ci portano inevitabilmente ad una sola e unica conclusione: "Principessa Mononoke" è una tragedia senza un lieto fine, ciò nonostante sprovvista di un cattivo vero e proprio; una danza di situazioni all'apparenza confuse, un imponente mosaico di personaggi indimenticabili. Ognuno di essi è mosso da propri interessi e convinzioni, in altre parole ogni personaggio vive. Tale multiformità di soggetti e personalità si traduce in un livello di realismo che ha dell'incredibile: Miyazaki non si arena sulle candide spiagge della superficialità, ma fornisce allo spettatore una visione d'insieme libera da ogni tipo di veduta parziale. Sono proprio lo spessore di ogni singolo protagonista e la filosofia di vita intesa come elemento catalizzatore di bene e male, che provocano inevitabilmente la caduta della classica e impropria schematizzazione "buono-cattivo", tipica dell'animazione occidentale. Nessuna cappa plumbea, occhio guercio o ghigno satanico, nessun "il bene alla fine trionferà, perché così deve essere", ma più semplicemente un inno alla vita, sia questa guerra, dolore o distruzione. Vita che, nonostante la "kieslowskiana" catarsi finale, deve essere sempre e comunque vissuta, in quanto "chi prima, chi dopo la morte ci prenderà tutti".

La fine non è, quindi, bella o brutta, bianca o nera, è una fine. Essa è anche l'unico epilogo che sarebbe potuto essere raggiunto: la ricomposizione di un mosaico, il ristabilimento di un nuovo seppur precario equilibrio, il trionfo della vita, è inesorabilmente guidato dall'invisibile mano del destino. Non vi sono giudizi morali, non vi sono vincitori né vinti perché morte, bene e male sono parte del vivere stesso. "Mononoke Hime" racconta, filtrando il tutto attraverso gli occhi "non velati dall'odio" di Ashitaka, uno spaccato di un'era confusa e dominata dal cambiamento della morale e dall'avvento delle nuove tecnologie; "Mononoke Hime" descrive, osserva. Non c'è pessimismo ma solo realismo, la consapevolezza dell'impossibilità di trovare una soluzione all'eterno conflitto natura-uomo, vecchio-nuovo, perché esso è vita stessa, contrasto ed eterno divenire. Una presa di coscienza da parte dell'autore di quella che è l'essenza immutabile dell'essere umano, destinato, in quanto egli stesso "impotente", a ripetersi. Un realismo, una quotidianità, un'universalità onnipresenti; un pragmatismo che raramente ritroviamo in un'opera cinematografica, meno che mai in un film d'animazione.
Che fare, dunque? Continuare a vivere, ancora; e non pensare, "da stupidi", di poter cambiare il mondo. Questa la filosofia.

"Ti amo, ma non posso perdonare agli umani le cose orribili che hanno fatto."
"Lo so…"

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Recensione a cura di Enzo001 - aggiornata al 22/08/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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