Recensione quo vadis, baby? regia di Gabriele Salvatores Italia 2005
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Recensione quo vadis, baby? (2005)

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locandina del film QUO VADIS, BABY?

Immagine tratta dal film QUO VADIS, BABY?

Immagine tratta dal film QUO VADIS, BABY?

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Immagine tratta dal film QUO VADIS, BABY?

Immagine tratta dal film QUO VADIS, BABY?
 

Il titolo, indubbiamente curioso, sembrerebbe idoneo al prossimo ciclo di "Vacanze di Natale"; si rifà, invece, ad un caposaldo del cinema di tutti i tempi: il celebratissimo "Ultimo Tango a Parigi" del grande Bertolucci.
Aprire con una espressa citazione cinematografica, chiarisce da subito i modi e gli intenti del regista con questo film: estendere la sua eclettica ricerca in nuovi ambiti, e provarci con un genere per lui inusitato, allacciandosi, per doverosa modestia, a precedenti illustri.
Limitato a questo, "Quo vadis, baby?" potrebbe risultare un semplice divertissement intellettuale, un esperimento fine a se stesso, e l'ennesima prova di bravura di un regista estremamente vario e mutevole; cui il forte impegno sociale delle origini, non impedisce di muoversi sul cammino estetizzante di frontiere sempre inesplorate.
Cinema per il cinema, dunque, ma non solo: in realtà "Quo vadis" propone in aggiunta una ricca serie di problematiche molto profonde dell'umano, della memoria, e degli abissi della nostra psiche.

Tratteremo dunque la materia del film sui due piani diversi, in successione, a partire dalla matrice puramente cinematografica. Qui è d'obbligo rifarsi al cinema espressionista in genere, in particolare tedesco; ricordando innanzitutto che il cinema, tra le varie arti coinvolte dal movimento, arrivava a tempo giusto, come "strumento tecnico" privilegiato, in aiuto a personaggi che si muovevano trasversalmente, da una musa all'altra (come Salvatores, che viene dal teatro ma si è pure "contaminato con pubblicità e TV"). L'espressionismo, poi, mirava a trascurare la descrizione oggettiva del reale, tentando di comunicare effetti emotivi intensi con modalità stilistiche, cromatiche e scenografiche, surreali e deformate; come succede infatti nel film, con effetti sonori particolari, il baluginare di sottili lame di luce nell'oscurità, e la visione "geometrica" di video e monitor. E, con grande onestà intellettuale, il buon Salvatores non si perita di nascondere i vari influssi, citando invece espressamente il decano Fritz Lang; come pure altrettanto il Bertolucci dell' "Ultimo tango a Parigi", leit motiv del titolo e dei protagonisti.
Un richiamo, volendo, si potrebbe fare anche ad Hitckok, maestro di un genere noir, non propriamente horror. (Grazie a Salvatores, per avere seguito questa linea senza fare... il Dario Argento!!).

Ma, come dicevamo, "Quo Vadis, baby?" non è solo un pezzo di bravura filmica. E' pure un fortissimo dramma psicologico, che ci mette davanti al nostro profondo nascosto, di memorie sopite, di scheletri nell'armadio, di segreti inconfessabili di cui tutti sono portatori. Non a caso, forse, con facile metafora, la protagonista è un'investigatrice privata, abituata a scavare per mestiere nei meandri della vita altrui. Poi, come tipico nell'espressionismo, il suo malessere psico-esistenziale, legato al lavoro e alla condizione di origine, la spinge a ribellarsi alla "normalità" preconfezionata della famiglia, scandagliando nel profondo della psiche in chiave trasgressiva.
E segue questo percorso riesaminando il cammino fatale che, molti anni prima, aveva portato la giovane e bella sorella al suicidio. Quella sorella che prima di lei aveva avuto il coraggio di opporsi al padre cieco ed egoista. Storie di "ordinari Edipo", dunque; ma raccontate con molta delicatezza e assoluta credibilità. E questa reviviscenza della memoria tramite immagini digitali ci obbliga a un paragone col passato. In antico restavano solo i ritratti, per pochi ricchi. Poi, con la fotografia, tutti impararono a conservare i ricordi dei momenti fatidici: battesimi, matrimoni, servizio militare, etc, riandando con emozione ai tempi della giovinezza. Ma oggi, con le riprese digitali a tutti accessibili, il fenomeno si amplifica enormemente, col rischio eventuale di destrutturare il nostro senso del reale, permettendo di immergerci in una condizione onirica. Come succede, in pratica, alla protagonista del film: ricercando i casi perduti della sorella, si ritrova allo specchio la propria immagine stessa. E, in questo gioco di specchi, è il merito grande del film: impeccabile sul piano esecutivo, malgrado una certa lentezza, e assai profondo nei contenuti, risulta invece meno convincente per l'interpretazione della protagonista, Angela Baraldi (non sempre funziona al primo colpo, come in "Io non ho paura"). So che vado controcorrente, perché l'altra critica ha invece gridato al miracolo per la ex corista, alla prima prova con una macchina da presa. Ma, a mio avviso, la neo attrice ha sì una fisionomia interessante e una maschera singolare, ma manca di mutevolezza nell'espressione, e rende atono e monocorde l'insieme dell'interpretazione (sparatemi pure, ma l'ho vissuta così). Penso peraltro che avrebbe stoffa sufficiente per migliorare. Ciò malgrado, dove il copione si avventura in scene erotiche forti, insolite per Salvatores, ne esce con bella spontaneità; mentre l'insieme di queste, per merito delle regia, assume toni di rara ed estrema delicatezza.
Davvero pregevole, al contrario, la recitazione degli altri attori: eccezionale la sorella Ada (Claudia Zanella), in una parte difficilissima, ed ancora il giovane collega omosessuale.

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Recensione a cura di GiorgioVillosio - aggiornata al 01/06/2005

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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