Recensione shortbus regia di John Cameron Mitchell USA 2006
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Recensione shortbus (2006)

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locandina del film SHORTBUS

Immagine tratta dal film SHORTBUS

Immagine tratta dal film SHORTBUS

Immagine tratta dal film SHORTBUS

Immagine tratta dal film SHORTBUS

Immagine tratta dal film SHORTBUS
 

"Come negli anni '60, ma con meno speranza": con questo slogan si potrebbe tranquillamente riassumere il contenuto di questo film, passato agli "onori di cronaca" nel 2006 come "l'opera a più alto contenuto erotico mai realizzata negli Usa al di fuori dell'industria del cinema hardcore" (cfr. Vanity Fair).
Il film di John Cameron Mitchell diventa a modo suo un provocatorio manifesto di una generazione di sopravvissuti che tentano di ritrovare l'utopia di una rivoluzione (sessuale ma non solo) bruscamente interrotta.

"Shortbus" è il nome di un night newyorkese, fuori dalla legge e dalle convenzioni, gestito dal travestito Justin (Bond, nei panni di se stesso) dove si ritrova una fauna eccentrica e variegata, composta da prostitute, omosessuali, lesbiche, transessuali, coppie etero in crisi e appassionati di bondage.
Nel film assistiamo alle vicende di James e Jamie, una coppia gay apparentemente affiatata, Sophia, una sessuologa canadese di origini asiatiche incapace a provare l'orgasmo col proprio marito, e Jennifer, una ragazza piena di complessi che si prostituisce come mistress s/m per insoliti clienti.

Fin dalle prime immagini, il film di Mitchell mostra la sua natura liberatoria e trasgressiva, attraverso una serie di sequenze hardcore francamente sconcertanti e crude rispetto alla norma, e una sequela di rituali orgiastici e sessuali particolarmente espliciti, come l'autofellatio, i rapporti orali, il s/m mistress/servant, l'uso di falli artificiali e vibratori e successive penetrazioni, persino l'uso di terminologie degne di un sito internet a luci rosse (la figura dell'escort) e via dicendo.
"Shortbus" è a modo suo un film "rivoluzionario", perchè esibisce sfacciatamente una forte componente nichilista e anarchica (si pensi al trattamento che subisce l'Inno americano, qui esaltato in una vena demenziale in stile "Borat", ma probabilmente con meno sarcasmo di quanto si creda), ma senza rinunciare a incorporare elementi di cinema più popolare come la sit-com e la commedia corale.
In un certo senso, proprio per questa sua natura duplice e ambivalente, il film può essere definito come un crocevia tra Larry Clark e l'Altman più classico.
Del primo Mitchell ha acquisito la rappresentazione quasi ritualistica di una way of life, del secondo la conciliatoria mise in scene di un mondo dove tante persone diverse si ritrovano a percorrere le stesse strade, e a risolvere gli stessi dilemmi.

"Shortbus", anche per il suo particolare montaggio temporale, non può certo dirsi un film pornografico, per quanto sia un tabù ancora oggi affrontare la realtà che anche un film hardcore può avere intrinseche qualità che non si possono negare.
Le sequenze più esplicite del film servono a sostenere tre processi diversificati della storia, e in effetti rappresentano l'inizio, la parte centrale e l'epilogo del film.

La grande intuizione di "Shortbus" è quella di rappresentare un miraggio, o meglio un'utopia, ma certamente amara, dove la liberazione sessuale di tre decenni precedenti deve fare i conti con la grande tragedia dell'Aids negli anni Ottanta e Novanta, e, se filtrata attraverso l'anamnesi del mondo newyorkese, nelle successive nevrosi del post-11 Settembre che ha cambiato la vita e le relazioni di un'intera città.
"Shortbus" è un non-luogo di aggregazione e complicità sessuale, dove si trovano moltitudini di diversa razza e natura, scelte sessuali di diverso orientamento: però tutti vengono condotti da Mitchell nella stessa ricerca collettiva di una risposta perenne, tutti sono accu munati da una sterminata amarezza, o frustazione.
In questo senso Mitchell diventa una sorta di messianico profeta, che rivela l'identità smarrita degli individui che, dopo avere per decenni e secoli comparato ognuno le proprie differenze, ora si trova a doverne trasmettere il disagio.
I personaggi di "Shortbus" sembrano a tratti usciti da certi romanzi di Houllenbecq, dove la mercenarietà dei corpi e la mercificazione della carne diventa l'unica ossessione per contestare la propria condizione di "sopravvissuti" o della morte del desiderio.

Obiettivamente, quindi, "Shortbus", malgrado il suo alto contenuto erotico, di eros ha ben poco, visto che barcolla tra il mito della rivoluzione sessuale, cfr. il piacere liberatorio della sessualità, e una decadenza mercenaria che fa pensare al sesso come a un "apparato feticista e indispensabile di comunicativa".

Il film, che a detta di molti critici è "esilarante", non è affatto amaro come si potrebbe pensare, ma implicitamente lo è: noi seguiamo le vicissitudini di James e Jamie, magari filtrate dalla mdp di un vicino voyeur, e restiamo sopraffatti dalle crepe che possono manifestarsi all'interno di una coppia (gay) apparentemente perfetta.
E lo stesso può dirsi di Sophia, atta a stabilire con il consorte una sorta di arbitrario e complice compimento sessuale (a pensarci, sono talmente impudici e sfrenati da far pensare a una coppia di amanti e non di coniugi) ma in realtà incapace di raggiungere l'orgasmo. Paradossalmente, è lei la donna che consiglia alle coppie come comportarsi, senza riuscire a risolvere i problemi con la propria sfera sessuale.
E che dire di Jennifer, apparentemente conciliata con la sua identità (di prostituta) ma incapace di accettare il proprio nome, che immortala i volti altrui cercando di vedere sugli altri la parte di sè che non ama?

I personaggi del film aderiscono inizialmente a una tipologia rassicurante di trasgressioni o convenzioni, facendo presto risaltare le proprie frustazioni.
Ma proprio quando Mitchell alterna quel bisogno di conoscenza carnale che è intrinseca nell'individuo umano,o esalta invece una sorta di dolorosa raffigurazione rituale di un'esigenza/privazione, il film risulta controverso, e controbilanciato.

Lo spettatore probabilmente avverte faticosamente l'abnegazione a cui è costretto ad assistere: la disinibizione perde il suo valore, e acquista una sorta di tragicommedia dove gli eventi derivano unicamente dalla predisposizione corporale (o corporativa) - mai mentale - verso gli altri.
Pertanto, non mancano certamente picchi di grande emozione (si veda l'abbraccio tra un vecchio disilluso e un giovane gay, la conversazione tra Jennifer e James che collima con le lacrime dell'uomo, il disperato tentativo di suicidio dello stesso James) ma anche poderose cadute di tono e spunti di pessimo gusto (James e Jamie che si ritrovano dopo molto tempo, di fronte l'uno all'altro, affacciandosi nei rispettivi balconi di casa o, soprattutto, quando Sophie decide di estirpare il "rumoroso espediente" che aveva inserito nella vagina, nella speranza di riacquistare l'amore del suo partner).

Ma, nonostante i suoi difetti di forma, "Shortbus" è una notevole trasfigurazione moderna del mito dell'Eros, così magniloquente e ambigua quando smorza i toni della commedia e tenta di conciliarsi con un pubblico sempre più sconcertato e alienante ("Penso alle cose che ho scritto quando avevo dodici anni, e sto ancora cercando le stesse cose").
Un film che si conclude tra le note di una canzone tremendamente kitsch (un classico della pink-music, si direbbe) cantate da Justin Bond, in un'eco straniante dove si può finalmente ravvisare il segno di una ritrovata armonia (collettiva, sì) con gli altri, dove la morale non ha più alcun bisogno di contestare il "gioco".

Sembra quasi che nulla sia cambiato, ma la verità è che se guardiamo superficialmente "Shortbus" non potremmo mai ravvisare nell'ultimo Recital il rovesciamento di un rito sospeso tra ilarità e rinuncia.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 09/01/2008

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