Recensione stanno tutti bene (2010) regia di Kirk Jones USA 2009
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Recensione stanno tutti bene (2010) (2009)

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locandina del film STANNO TUTTI BENE (2010)

Immagine tratta dal film STANNO TUTTI BENE (2010)

Immagine tratta dal film STANNO TUTTI BENE (2010)

Immagine tratta dal film STANNO TUTTI BENE (2010)

Immagine tratta dal film STANNO TUTTI BENE (2010)

Immagine tratta dal film STANNO TUTTI BENE (2010)
 

Remake del terzo film di Tornatore, del 1990, allora ambientato in Italia. A differenza del film italiano, Kirk Jones posiziona la storia negli Stati Uniti mantenendone la struttura di fondo e visitando con la macchina da presa le più note metropoli americane.

Frank Goode (Robert De Niro) è un accigliato vedovo che ha trascorso tutta la sua vita in fabbrica a rivestire di PVC i conduttori di rame telefonici; non capisce la società in cui vive, idealizza tutto ciò che vede e che non appartiene alle sue esperienze, Frank ha avuto poco tempo per pensare e confrontarsi con persone appartenenti ad altri ceti sociali, crede che il suo lavoro sia stato molto importante, fondamentale, come altri simili, per la crescita della civiltà e dell'economia del suo paese. Frank ignora le contraddizioni di fondo del capitalismo, quelle che portano spesso, per ragioni di mercato, a distruggere produzioni anche di grande valore sociale.

Quando arriva il momento del pensionamento Frank viene assalito da un pesante senso di colpa, pensa di non aver mai prestato sufficienti attenzioni alla famiglia e che i suoi quattro figli siano per lui degli illustri stranieri, conosciuti troppo limitatamente e solo attraverso le descrizioni ottimistiche della moglie.

Frank,per comprenderli meglio, decide quindi di invitare i figli il weekend per un barbecue annaffiato da ottimi vini, ma i figli perplessi non accolgono l'invito.

Un po' svanito per i morsi della sua solitudine, ma animato per compensazione da un forte desiderio paterno, Frank ormai sui settant'anni, nonostante uno stato di salute precario e il divieto del medico di partire per raggiungere i figli ormai adulti, si mette in viaggio percorrendo migliaia e migliaia di kilometri tra le più note città degli Stati Uniti.

Il film ha un andamento d'essai, lento, semplice e senza una precisa intenzione spettacolare, non vien costruita alcuna sequenza da suspense se non quella appena abbozzata, nella metropolitana, quando Frank dopo aver offerto dei soldi a un giovane mendicante drogato prende anche delle botte perché chiede, più a sé stesso che a lui, il perché di quella vita; Frank, fisicamente inferiore, metterà in fuga il giovane solo quando gli urlerà in faccia tutto il suo disprezzo.

Forse questo racconto filmico ha ambizioni neorealiste anche se con una pellicola a colori è difficile crederlo, molto apprezzabili infatti i dialoghi del solitario Frank con gli sconosciuti compagni di viaggio, a cui rivela aspetti importanti della sua vita con grande naturalezza recitativa, aspetti scenici che risulteranno tra i più verosimili e commoventi del film, essi ricordano a tratti, per la forma recitativa e la presenza da protagonisti di persone appartenenti a classi umili, il neorealismo italiano più autentico, ad esempio addirittura quello di Umberto D.

Ottima la fotografia, molto ricercata, mai banale, sempre ricca di una composizione raffinata che non trascura mai gli effetti cromatici legati al rafforzamento delle emozioni previste dalla sceneggiatura.

Da sottolineare in particolare le riprese delle metropoli americane, Chicago, New York, etc. sopratutte quelle notturne. Una fotografia comunque sempre ben legata, nello stile, all'atmosfera di fondo che Kirk Jones ha voluto dare al racconto.

Ottimi anche per capacità comunicativa, i dettagli- linguaggio della fotografia, come quando l'ossessione del pensionato Frank per il duro lavoro, appena cessato, che ha assopito la sua migliore creatività per quasi tutta la vita, viene rappresentata ripetutamente per tutto il viaggio con numerose inquadrature di pali e isolatori telefonici, spesso in primo piano, ripresi da angolazioni tra le più disparate, quasi a far intendere come i contenuti delle immagini ricordo di Frank, i suoi pensieri più assillanti, le sue idee improvvise, provengano spesso da quel lavoro sui cavi telefonici che ha segnato profondamente la sua psiche, procurandogli una vera e propria nevrosi, una sorta di malattia psichica ormai non più curabile.

Leggendo su questo film i numerosi commenti degli spettatori, apparsi su internet, si rimane colpiti da quella parte delle opinioni che criticano aspramente il film di Jones, esse appaiono impietose e dure, rimproverano al film la mancanza di intrighi ad alta tensione o l'assenza di una preoccupazione a drammatizzare le scene chiave, lasciate nude e crude così come venivano descritte o mostrate nel loro accadere più semplificato e sempre, secondo loro, carenti nei personaggi di reazioni ad alta emotività.

In realtà Kirk Jones, come ha dimostrato con i film "Tata Matilda" e "Svegliati Ned", è certamente in grado di imprimere ai suoi film un ritmo diverso, avvincente e brioso, giocando con acume sul contrasto vita-morte, di cui sa cogliere in ogni commedia le diverse sfumature pulsionali tratte dall'agire quotidiano dei personaggi.
L'autore inglese, ormai prossimo ai cinquant'anni, sa anche essere attento all'evolversi della propria autobiografia artistica e introspettiva, ponendosi rispetto ad essa come osservatore esterno, lasciandosene impregnare quanto basta per ideare con l'arte cinematografica una rappresentazione intensa, che colpisca più per la profondità dei sentimenti riverberati da quel sociale di cui anche lui fa parte, che per l'artificio di una genialità estemporanea capace di drammatizzare in modo eccelso alcune scene di un film, ponendo l'oggetto del racconto troppo al di fuori di un mondo verificato, tipica abitudine di un certo cinema americano di inizio terzo millennio.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 22/11/2010 12.02.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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