Recensione suicide circle regia di Sion Sono Giappone 2002
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Recensione suicide circle (2002)

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locandina del film SUICIDE CIRCLE

Immagine tratta dal film SUICIDE CIRCLE

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Immagine tratta dal film SUICIDE CIRCLE

Immagine tratta dal film SUICIDE CIRCLE

Immagine tratta dal film SUICIDE CIRCLE
 

Per la regia di Shiono Sono, "Suicide Circle" è un progetto estremamente delicato della produzione nipponica. Il Giappone ci ha più volte posto davanti a scene drammatiche, fortemente crudeli e sconvolgenti, ma in questo caso ci troviamo in un piano molto diverso; definire il film come sconvolgente e impressionante suonerebbe come un eufemismo poco azzardato e decisamente non lusinghiero.

L'occhio osservatore del pubblico è posto davanti all'indecifrabile scelta del suicido da parte di numerosi gruppi di ragazzi, sotto lo sguardo atterrito degli "altri", coloro che "non lo fanno". La polizia indaga, sospetta elaborati piani d'organizzazione ma è difficile capire le motivazioni e la progettazione di un gesto tanto estremo. I personaggi, a gruppi o singolarmente, prendono temporaneamente l'attenzione della regia e raccontano di sè, cercando di svelare qualcosa in più su quel pensiero, il suicidio, che tuona e brucia sugli eventi ma che non si osa guardare in faccia. L'unico vero protagonista è il suicidio.

La prima sequenza di immagini si svolge in una metropolitana, mentre la folla attende l'arrivo della linea. E' sera, chi esce dall'ufficio, chi rientra a casa dopo la scuola. Nella frazione di un secondo l'atmosfera cambia e si fa strada un'intenzione che è apparentemente pura giovialità adolescenziale e un gruppo consistente di ragazze, rigorosamente in uniforme scolastica, si dispone sul ciglio del marciapiede, davanti alle rotaie profonde, abissali. Le ragazze si prendono per mano e intonano una filastrocca, c'è spensieratezza su quei visi, un sorriso sincronizzato, un po' monotono, una sola voce che le unisce ma niente fa prevedere l'intenzione/azione, crudelmente contraddittoria.
Una musica folkloristica e ridondante avvia l'attenzione verso l'evento che sta per rivelarsi, la risposta sta per dispiegarsi, il ritmo incalza e insieme ad esso anche il familiare suono urbano del treno della metropolitana. La barriera di ragazze tiene indietro gli altri che attendono e nell'imminenza, con una puntualità perfettamente coerente alla mentalità giapponese, quella stessa barriera salta giù e si fa flagellare dalle rotaie. Un'inimmaginabile risultato di orrore prende piede nella scena, ed è tutto un fuggire e non capire cos'è successo veramente.

Questo è l'inizio di "Suicide Circle", che subito ci scaraventa di fronte ad un problema realmente sentito e sofferto nella società giapponese: i suicidi di massa. Nel corso del film vediamo diversi gruppi di studenti che realizzano l'idea nell'arco di pochi minuti, come una sfida, un gioco ribelle e perverso che non conoscono neanche fino in fondo. Non è esposta la tragedia ma l'inesorabile avanzare di uno sconosciuto nemico, intangibile e tremendamente potente. La polizia indaga e il detective Kuroda (interpretato da Ishibashi Ryo, già visto in "Audition" e in "Brothers") conduce l'impresa alla ricerca della risposta madre di tutto: perché?

Il suicidio è già di per sé un argomento che può considerarsi tabù, forse ancora di più nel mondo occidentale, ed è perciò un pugno allo stomaco che infierisce costantemente sulla sensibilità dello spettatore, ma nel succedersi degli eventi e nello svelare quelle che sono le cause e le motivazioni che spingono a questa scelta ci si sente inermi e totalmente svuotati dalla verità.

Un popolo, quello giapponese, che sempre più spesso si considera un emblema della contraddizione per via della sua storia e delle sue evoluzioni: da una parte così legato alle tradizioni e così immerso nella comprensione nazionale con regole e dettami della tradizione, mentre dall'altra affronta l'evoluzione dei tempi in una sfida al progresso stesso. Lo spirito giapponese invece non è contraddittorio.
Quell'atteggiamento così cordiale, silenzioso e profondamente meditativo, rimasto tale anche per la mancanza di contaminazione fino al XIX secolo, li porta ad essere perfettamente determinati e coscienti sotto ogni punto di vista. Il Paese si trova dilaniato dalla seconda guerra mondiale a seguito delle bombe atomiche ed il suo "rialzarsi" è la volontà titanica di un popolo che ha sempre dominato bene se stesso e che sa come camminare sulle proprie gambe. Il dolore è domato dalla dignità e dall'onore, e l'incomprensione del singolo sa nascondersi nelle preoccupazioni quotidiane. Nella forza e nella potenza di un progresso molto particolare, di velocità difficilmente realizzabile in Europa e probabilmente anche in America, il Giappone avanza coi suoi figli nascondendo timori e sofferenze. Ma una valvola di sfogo dovrà pur esserci per poter reggere una simile macchina evolutiva. Lo smarrimento individuale seppure invisibile si percepisce a pelle e il regista lo tocca in modo ineccepibile. Nel riuscire a trovare una via per se stessi, nel cercare di dare un senso alla propria natura umana e alla propria personalità, le nuove generazioni trovano conforto in una idea nuova che forse può dare un'emozione vera, unica e singolare, in gruppo naturalmente (a parte pochi casi), ma solo per se stessi. Per l'adrenalina di un istante, per lo stupore di chi li guarda, per assaporare il mistero del non dover programmare un"dopo" e non dover gestire un robotico futuro, ecco che si accende la speranza oscura del suicidio. Il senso partorito dall'insensatezza e dall'oblio.
La chiave per leggere questo film è l'ossimoro: la paura tranquillizzante, la vivida morte. La desolazione della vita trova la soluzione solo nella fatalità e nella fine, plateale, grottesca e probabilmente non sinceramente conscia. La catarsi è lo scopo finale, il sacro intento a cui i suicidi aspirano. La redenzione da una nascita umana che non si è desiderata, o che non ha semplicemente potuto esprimersi. Nel domandarsi e nello struggersi di fronte alla scelta di chi muore c'è un indagare che porta solo alla rassegnazione e forse al convincimento che l'unica soluzione è proseguire in quella direzione così drastica. Il detective avrà modo di pensare e capire cosa farà del suo futuro, del suo filo del destino.

Internet è uno strumento iniziatico in questo percorso, fa accedere al Club e ci mostra la meccanicità del convincimento generale: un pallottoliere segna chi sta per ricorrere alla quasi "eroica" soluzione e chi ha sposato già la causa. E in questo schema ogni individuo è rappresentato da una pallina, rossa oppure bianca, non hanno un nome e non hanno un viso o una voce che consente di distinguerli; nella ricerca di un senso per la propria vita diventano paradossalmente numeri secondo un appiattimento sociale che è crudelmente vero. Un guizzo di diversità viene adottata da più persone e diventa una moda, e così anche un gesto più estremo diventa un nuovo progetto di emulazione.
Niente di più, niente di nobile.

La regia è fredda, spietata, a momenti vicina ad uno stile documentaristico nel ritrarre azioni e la decisione di morire. Non viene data luce precisa agli eventi ma viene presentata la circostanza come avvenimento inspiegabile e non modificabile, e non vi è, per vie subliminali, l'intenzione di far trasparire perversione o disperazione nè esaltazione. L'inquadratura riporta sempre il messaggio così come se fosse scritto su un foglio bianco, senza procedimenti nascosti, senza vie alternative. Il fatto è quello, nudo e crudo e non c'è altro su cui posare il proprio sguardo.

Il significato è talmente ridotto ai minimi termini ed epurato di dietrologie (tutte occidentali) che a spiegarlo nelle scene finali, per quanto possibile, sono dei bambini, che formulano domande e gestiscono il cammino del pensiero di chi li ascolta con semplicità e innocenza disarmanti. Tutto questo in - vera - contrapposizione dicotomica con un atteggiamento fanatico ed esaltato verso la produzione musicale che fa da sfondo al fenomeno dei suicidi; bimbe dodicenni che cantano un motivetto penetrante attirano le masse e nascondono ulteriori richiami al sacrificio della propria vita nei gesti e nelle coreografie delle loro esibizioni.
Una narrazione lineare per un insieme di avvenimenti profondamente intrecciati e collegabili. L'eccesso e l'omologabilità delle masse non danno vie per la redenzione dei suoi singoli componenti e il risultato è l'immolazione di ognuno di essi al Senso, divinizzato ed eletto a scopo unico, ma del tutto inesistente: un'utopia che si accetta per non rassegnarsi alla vita.

Siamo di fronte ad un punto di vista, effettivamente, visionario ma anche profondamente realistico e duro, così sincero da rompere ogni schema e portare la riflessione individuale verso tabù e concezioni molto difficili da accettare normalmente.

Che sia un bene o un male che questo film non abbia attirato un'attenzione spropositata nel mondo occidentale non lo si può stabilire, sicuramente in Italia non siamo pronti per riconoscere in massa la potenza di questo prodotto del cinema giapponese, ma non è nocivo che il singolo si metta a riflettere su questa pellicola a dir poco particolare.

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Recensione a cura di ele*noir - aggiornata al 08/02/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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