Recensione la scampagnata regia di Jean Renoir Francia 1936
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Recensione la scampagnata (1936)

Voto Visitatori:   8,77 / 10 (15 voti)8,77Grafico
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locandina del film LA SCAMPAGNATA

Immagine tratta dal film LA SCAMPAGNATA

Immagine tratta dal film LA SCAMPAGNATA

Immagine tratta dal film LA SCAMPAGNATA

Immagine tratta dal film LA SCAMPAGNATA

Immagine tratta dal film LA SCAMPAGNATA
 

I sentimenti che accompagnano l'amore leggero, quello che dura il tempo di una domenica appena, voi dite non siano profondi?

Eppure da certe superfici rischiarate, a noi si esprimono i moti dei fondali, assorti alle acque rapinose. Lì scherzano le nuvole e ondeggiano i riflessi frondosi. Dite, se carezzate dall'aria, non hanno forse quelle molecole il medesimo verso delle altre? O perché belle, dite non si dirigano verso gli stessi estuari anche loro? Non provengano dunque dalle identiche fonti?

I riverberi della luce espandono su quei corsi frange di sereno, isole brevi, idee soltanto, schiarite passeggere probabilmente bugiarde agli sguardi ingenui; per questo dovremmo trascurarle?

Ecco, l'onda tranquilla, il brivido di gioia, voi dite non salga dagli stessi alvei che muovono le correnti più sotterranee? O che il riso effimero, tremulo sulle labbra, sia un fiore estraneo alla terra da cui sorge? Che nascano sulla pelle e un attimo dopo lì si esauriscano?

Insomma possiamo pensare che le manifestazioni più spensierate non siano degne dell'attenzione di un grande artista? Che vadano lasciate a modesti autori di soap opera e romanzi d'appendice?

Pare cosa facile, affermare che gli atteggiamenti che si mostrano fatui non posseggano complessità emozionale, pari intensità rispetto a quelli meditativi, che non fluiscano intrecciati con essi. Forse invece, perché scissi dal pensiero, è in questi istanti che maggiormente si rivelano gli stati della sensibilità più profonda.

Tratto da una novella di Maupassant, "Una gita in campagna" è un piccolo gioiello che non si analizza con troppa ragione; raffinato, delicatissimo, irrorato di rara freschezza, è il film di Renoir che più somiglia ai dipinti del padre e che al contempo meglio esemplifica la concezione del cinema da parte del regista francese, in una limpidezza trovata nel gergo leggero della commedia.

Il racconto, molto semplice, ambientato nella seconda metà del 1800, trova il suo sviluppo nella descrizione di momenti puramente emotivi, nel tramutare del paesaggio che suggerisce le intime situazioni dell'animo, nelle corrispondenze e nel fondersi tra i luoghi della natura e quelli dei sentimenti dei protagonisti, calati prima nel sereno e poi nel temporale.

Ha un ritmo brioso nella prima parte, la maggiore in durata, che poi rallenta, riaccelera, si fa velocissimo al timbro della pioggia in movimenti sempre più brevi, sino a spegnersi nella magnifica nostalgia del finale.

Se si presta ascolto, s'odono i fievoli rumori dell'erba, il sussurrare delle fronde, il transitare quieto delle acque, si avvertono le vite microscopiche che popolano la campagna.

Un'altalena che volteggia, un picnic sotto un ciliegio, un ristorante situato vicino al fiume. La giornata allegra della famiglia di un bottegaio venuta fuori città a fare una gita.

Già nelle prime sequenze dell'opera, una lieve malizia la sfiora, che è nella vitalità contagiosa della vegetazione al colmo della sua meraviglia, nel vento della primavera che ha intenzioni temporalesche, nella corrente seduttrice del fiume, nell'occhiata di preti che passano, nelle gonne all'aria e nel coricarsi sopra il prato della madre con la figlia; mentre da dentro il ristorante due canottieri le commentano, affacciati alla finestra, e seduti a tavola discutono dell'amore, sull'amore leggero e su quello vincolante, terminando in quelle brevi conversazioni gli unici ragionamenti della pellicola su quello che è il suo primo argomento.

Alla signora e alla ragazza, attende un'avventura con loro.

Immersi in una natura partecipe e rigogliosa, i personaggi danno luogo a dialoghi vivaci e scene divertenti, animati dal verde che sentono, reso da un bianco e nero ricco di sfumature, chiaroscuri, riflessi acquatici, aree luminose; tra piante mosse da un vento che preannuncia il clima successivo. Ritratti in tutta la loro frivolezza e in tutti i loro difetti umani (è di sfondo una sottile satira ai modi e alle abitudini della classe borghese), al cospetto della perfezione pittorica degli ambienti, le loro voci vibrano negli spazi aperti e non turbano, ma completano, con la loro presenza i quadri campagnoli.

Le due donne dalla diversa età e bellezza, ricevono la corte dai due canottieri rubacuori, dei quali il più intraprendente sceglie la madre e il più giudizioso la figlia. Le invitano a una gita in barca. Proprio sotto il naso del marito e del fidanzato, definiti in termini comici (a tal punto che ricordano vagamente i già famosissimi Stanlio e Ollio) e che rimangono come allocchi a pescare, partono sopra le acque del fiume.

Scorrono deserte le sponde erbose, sulle correnti zitte, si fanno piane le parole; vanno le barche dividendosi, la madre e la figlia, ognuna rimasta sola con il proprio corteggiatore, ognuna presa dalle proprie sensazioni di eccitazione: divertite e sciolte quella madre, più intense e timorose quelle della figlia.

Le coppie guadagnano la riva e là, dentro i cespugli, dove più s'infittisce la natura e in seno li avvolge, esuberante e giocosa, la scappatella della madre si defila dall'inquadratura, e la storia si fa ancora più intima, profonda, isolata da ogni altra cosa, dei due soli giovani attirati dal canto di un usignolo, mentre si dissolvono completamente da qui alla fine le vicende degli altri protagonisti.

Cade lei al suolo, in lacrime, tutta trepidante e travolta dalla passione; e sotto di lui si lascia vincere; e tesa resiste sino al bacio che sulle labbra la rapisce per la vita.

Scompaiono per qualche momento anche gli ultimi due personaggi.

S'alza il vento e porta con sé i nembi; si sferzano le cime degli alberi, scrolla l'erbe abbuiate e piove, piove sopra il fiume e si ritorna, risucchiati via, indietro, via da quei corpi abbracciati, via da quello sguardo illanguidito, via dalla riva in cui i due innamorati beati si stendevano.

E' forse uno dei passaggi temporali più belli e intensamente musicali che il cinema ci abbia offerto, risolto per intero nella suggestione di brevi sequenze abitate esclusivamente dagli elementi inanimati della natura, che ci trasporta da una sensazione all'altra senza più cambiare ambiente.

E allora ecco l'amore infelice delle delusioni, schiavo delle convenzioni, l'amore obbligato, pensieroso, nostalgico, ma ancora evocato dal solo susseguirsi di sentimenti momentanei, nel ripetersi quasi irreale del luogo in cui cambiano i ruoli. Tralasciando del tutto la descrizione degli anni intercorsi, il contesto interiore è colto nel solo raffronto dei due momenti separati da un acquazzone, quasi fossero immediatamente consecutivi, vissuti il primo nell'emozione corrente e il secondo nella malinconia della memoria.

Ad alzarsi tra i cespugli è dunque l'uomo sbagliato, il fidanzato adesso duro, diventato nel frattempo marito, ora odioso nel suo aspetto ridicolo, non più divertente.

Poco più in là, la ragazza e il suo canottiere, amanti di un lontano pomeriggio solo, si rincontrano, tornati sullo stesso scorcio della riva, lei presa ancora dal batticuore, per il tempo appena per lui di dirle che in quel posto vi sono conservati i suoi più bei ricordi, probabilmente anche di altre storie d'amore, e per lei di rispondergli che tra quelli c'è pure il suo più bel ricordo, dell'unica sua vera storia d'amore.

Ma è forse soltanto un sogno, prolungato dalla posa in cui li avevamo lasciati; dai corpi profumati ancora dal bacio, dallo sguardo che s'incantava in lacrime tra le foglie vicine. Sospesi nel tempo, quasi le due figure qui non fossero che le proiezioni di loro stessi di allora, si ritrovano un istante dopo nella rimembranza condivisa, senza però potersi ribaciare, in quel luogo remoto e immutato, trascorsi gli anni, tornato tranquillo dopo il tumulto del temporale. Lei magari seduta nel suo salotto borghese accanto al marito, lui chissà dove accanto al fiume, contemporaneamente sovrappensiero, nello stesso pensiero, le cui acque si dirigono al medesimo punto segreto del passato; finché la barca con la coppia sbagliata, comandata da quel clown spregevole e imperativo, si distacca dalla riva, per sempre verso un grigio avvenire.

Rimasto incompiuto e per anni inedito, poi recuperato dalla moglie di Renoir, Marguerite, “Una gita in campagna” possiede invece l’armoniosa compiutezza di un sonetto d’amore, nella cui ultima terzina sfuma il suo ritmo vivace in versi di struggente languore.

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Recensione a cura di Ciumi - aggiornata al 20/12/2010 12.44.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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