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Film di spazi sconfinati e di geometrie di interni, di lunghi silenzi e suoni naturali, di paternalismo primordiale e umanesimo sull'orlo dell'implosione: è il racconto di un nucleo famigliare della steppa centroasiatica, con bambini-ragazzini-adulti troppo presto alle prese con l'educazione dura di un padre-padrone. Il fiume è luogo d'evasione, momento di distacco da una casa dove il sopruso è di casa (mi si conceda la ripetizione). Ma quel fluire liquido è anche maestro di vita, dio mistico che segna un percorso di crescita, che smuove paure e desideri. E come tutti gli elementi religiosi di film di questo tipo è elemento naturale con cui confrontarsi e da cui, inevitabilmente, si origina violenza. Nei suoi confronti c'è la soggezione (e la sfida) di un'entità di cui non si conosce appieno la forza e le peculiarità.
Questo di Baigazin è una sorta di film-fiaba nera, tanto peculiare nella sua espressività, quanto un po' manierista nella sua costruzione (soprattutto visiva), tanto enigmatico quanto vicino ad abbracciare la prolissità.
Uno script interessante, visivamente bello, per un cortometraggio ma assolutamente prolisso lento inutilmente metaforico - il fiume come viatico di fuga e libertà - per 100' di film. Un padre-padrone, ma nemmeno poi tanto, adolescenti che nuotano nel fiume come in tutti i film russi recenti, malefici ma non tanto da giustificare un mistero irrisolto che pero' verra' risolto. 6 politico, ma i traguardi di Sokurov e Swaygintsev sono altra cosa