Kitano si mette al centro di un gioco delle parti in cui interpreta sia il ruolo di regista che quello di attore come se fossero due personaggi diversi.
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Takeshis sembra una specie di primo bilancio della carriera del cineasta giapponese nel quale si intuisce una certa insofferenza verso un modo di omologare il singolo artista. Si crea una sorta di conflitto in cui il suo alter ego Beat che cerca inutilmente di uscire dall'empasse, ma i fantasmi dei passato artistico spuntano sempre fuori in una logica persecutoria. Le regole narrative saltano totalmente per entrare in uno stato onirico in cui Kitano riflette su se stesso e la sua carriera di artista, tornando nei luoghi passati (la spaiggia di Sonatine) e parodiando in fondo se stesso. Spiazzante e obiettivamente difficile da catalogare, ma forse era il suo obiettivo.