Recensione babel regia di Alejandro Gonzalez Inarritu USA 2006
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Recensione babel (2006)

Voto Visitatori:   7,51 / 10 (226 voti)7,51Grafico
Voto Recensore:   7,50 / 10  7,50
Migliore colonna sonora
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Migliore colonna sonora
Miglior film straniero
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior film straniero
Miglior film drammatico
VINCITORE DI 1 PREMIO GOLDEN GLOBE:
Miglior film drammatico
Miglior regia (Alejandro Gonzalez Inarritu)
VINCITORE DI 1 PREMIO AL FESTIVAL DI CANNES:
Miglior regia (Alejandro Gonzalez Inarritu)
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locandina del film BABEL

Immagine tratta dal film BABEL

Immagine tratta dal film BABEL

Immagine tratta dal film BABEL

Immagine tratta dal film BABEL

Immagine tratta dal film BABEL
 

Also sprach Inarritu

Il film
Babel è l'ultima parte di una trilogia cominciata con "Amores perros" e "21 Grammi". Nel primo film la prospettiva era locale, era quella del mio Paese, nel secondo mi muovevo in un territorio estraneo e in questo ultimo capitolo la mia visione del mondo è più globale. Babel è la conclusione naturale alla mia trilogia ma è anche un'occasione per riferire del mio auto-esilio negli States. Io sono un cittadino del Terzo mondo che vive nel Primo mondo dove i rapporti con gli altri non sempre sono facili. Ogni sei mesi devo rinnovare il mio permesso di soggiorno e conosco le tensioni e tutte le pressioni che ci sono dietro a questa condizione.

Polizia
Il mio film è una critica all'istituzione. La polizia è uno strumento di repressione che viene utilizzato molto spesso per strappare confessioni o verità che non corrispondono mai al vero.
Questa è un'esperienza che conosco personalmente perché io vivo sulla frontiera.

Compassione
La mia è una pellicola sulla compassione, l'unico sentimento davvero universale e capace di abbattere il pregiudizio. Molto spesso le frontiere da abbattere sono dentro di noi, sono interiori e non fisiche. Sento pronunciare molto spesso la parola tolleranza che io non condivido e a cui contrappongo appunto la compassione. Io onoro la differenza. L'esperienza sul set è stata meravigliosa perché si parlavano sette lingue diverse.

Sceneggiatura e struttura
In Amores perros c'erano tre storie che si incontravano in un punto di intersezione; in 21 Grammi una sola storia e tre punti di vista su quella storia; in Babel ho voluto costruire quattro storie e altrettanti personaggi che pur essendo emotivamente legati non si conoscono e sono fisicamente separati. Perché io sono convinto che se una farfalla si alza in volo a Tokyo crea un uragano a New York. Noi tutti siamo legati pur essendo separati.

Politica
Il mio non è un film sulla politica dei politici, piuttosto un film sulla politica umana. Una volta la politica serviva per servire la comunità e non per creare un personaggio. Quello che mi interessava esprimere nel film erano i rapporti padre-figlio, madre-figlio, moglie-marito e le barriere che si devono superare per imparare ad amare o per lasciarsi andare all'amore.

Religione
Il mio è un film laico. Un film molto terreno che affronta temi primari indipendentemente dalle culture e dalle religioni. È un film sugli uomini, su quello che ci divide ma soprattutto su quello che ci unisce. Se lasciando la sala anche un solo spettatore dimenticasse la nazionalità (messicana, americana, giapponese, marocchina) dei miei personaggi e pensasse di aver visto un film su degli esseri umani, avrò raggiunto il mio scopo. La religione crea delle differenze e una linea di confine tra gli uomini. Sono fermamente convinto che al contrario di quanto detto da Tolstoj in "Anna Karenina", è nella sofferenza che gli uomini si sentono uniti e solidali.

"Allora tutta la Terra aveva un linguaggio e usava le stesse parole. Ora, avvenne che, emigrando dall'Oriente, trovarono una pianura nella regione del Sennar e vi abitarono... e dissero: orsù, edifichiamoci una città e una torre con la cima che guarda verso il cielo. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre e comprendendo che, finché avessero parlato tutti lo stesso linguaggio, nulla avrebbe impedito loro di condurre a termine qualsiasi impresa si fossero prefissi, li afflisse con la confusione delle lingue affinché non si intendessero più gli uni con gli altri, e li disperse sulla faccia di tutta la Terra". (Da "La Genesi").

Con un film dal titolo biblico, Inarritu alza il tiro e ci sforna un affresco sulla globalizzazione sceneggiato da Guillermo Arriaga, che ha scritto per il regista messicano anche i precedenti "Amores perros" e "21 Grammi", nonché "Le tre sepolture", opera prima di Tommy Lee Jones premiata a Cannes l'anno scorso.
Gli script di Arriaga non sono mai narrati in modo lineare, così in "Babel" quattro episodi si sviluppano su tre continenti e in tre lingue, inseguendo le reazioni e le emozioni di personaggi lontanissimi tra loro.
Il nucleo dell'azione prende le mosse dal Marocco, dove due fratellini, per evadere dalla routine del pascolo delle pecore, provano la gittata del fucile appena comprato dal padre, sparando dall'altipiano ventoso, in direzione delle poche vetture che transitano in quelle zone impervie. Colpiscono un torpedone di turisti americani, ferendo gravemente una donna. Un gesto assurdo e immotivato che coinvolge, in una drammatica reazione a catena, una coppia di americani alla ricerca del perduto amore coniugale, la nutrice messicana che è rimasta in California ad accudire i loro figlioletti e un'adolescente sordomuta di Tokyo, il cui padre è ricercato dalla polizia per ragioni misteriose.

Quattro gruppi di persone, differenti come più non si potrebbe nella Babele delle identità contemporanee, sono costrette a condividere alcuni giorni di paura, solitudine e dolore.
Come e meglio del pluripremiato "Crash", "Babel" è un film sull'incomunicabilità odierna, resa ancora più acuta dalla confusione delle lingue, nella società della globalizzazione.
Un film struggente e doloroso, sulla solitudine dell'esistenza umana, incarnata dalla ragazzina giapponese sordomuta, emblema del film.
Inarritu riesce benissimo nel descrivere mondi e facce diversi tra loro: la solitudine primitiva del mondo rurale marocchino, la vitalità barocca del mondo messicano, spenta e umiliata dal cugino macho americano, l'incomunicabilità della società giapponese.
Peccato che la bravura del regista ceda a più riprese all'estetismo rallentato e al compiacimento del dettaglio, così come la vicenda giapponese sia un po' troppo slegata dall'ossatura principale e appaia attaccata al resto del corpo filmico con un pretesto.

Inarritu nel dirigere il suo ottimo cast multietnico, sembra dirci che il dio odierno è incarnato nelle istituzioni sempre più ottuse, mentre è insito nell'animo umano una tendenza alla solidarietà che annulla la confusione delle lingue.
Il messaggio è alto e pretenzioso, sono i nostri politici, figli delle differenti morali religiose, ad impedire una innata fratellanza del genere umano: in questo senso appare emblematica la vicenda marocchina dei coniugi americani.
Tutto il film è un fremito verso la tendenza alla spiritualità, alla ricerca di dio negli uomini, resa perfettamente dall'abbraccio fra padre e figlia, finalmente ritrovatisi, sul balcone dell'ultimo piano del grattacielo-torre di Tokyo.

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Recensione a cura di maremare - aggiornata al 10/11/2006

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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