Recensione confessions regia di Tetsuya Nakashima Giappone 2010
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Recensione confessions (2010)

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locandina del film CONFESSIONS

Immagine tratta dal film CONFESSIONS

Immagine tratta dal film CONFESSIONS

Immagine tratta dal film CONFESSIONS

Immagine tratta dal film CONFESSIONS

Immagine tratta dal film CONFESSIONS
 

Una morte ingiusta reclama il perdono o la vendetta. E quando si sceglie la seconda via, nessuno resta mai con le mani innocenti e pulite. Tutti fanno i conti con la colpa, e il loro racconto diventa una confessione.

Cinque personaggi per cinque confessioni. La piccola Manami, a soli quattro anni, viene tragicamente uccisa. La madre, professoressa, sa che i colpevoli sono due suoi alunni, ma invece di denunciarli decide di punirli mediante una vendetta sottile e crudele, comunicando a tutta la classe che il latte da questi bevuto è stato contagiato con del sangue infetto dal virus dell'HIV. Da questo momento in poi, molte cose e molte vite assumeranno un significato diverso.
Ogni protagonista racconta la sua storia, ogni protagonista in qualche modo è vittima e carnefice. Le cinque confessioni sono cinque punte di una stella che non splende di luce, ma che è tragicamente destinata ad esplodere, lasciando tutti i personaggi in una vita più buia e ancor più solitaria.

"Confessions" è il prodotto più drammatico ed intenso di Tetsuya Nakashima.
Le sue precedenti opere mostrano un eclettismo artistico interessante: opere pop che mescolano musiche e colori vivaci di forte impatto. Sono film che attraversano trasversalmente generi diversi e che vengono ampiamente premiate: "Kamikaze Girls" (2004) è una commedia che vanta 14 riconoscimenti; "Memories of Mazuko" (2006) è una commedia melodrammatica che ne vanta altri 10; "Paco and the Magical Book" (2008) è una storia fantasy per bambini che ne vanta altri 3.
"Confessions" ("Kokuhaku", 2010), tratto dall'omonimo splendido libro di Kanae Minato (2008), scende da questa giostra giocosa, si riveste di toni più adulti e riflessivi per addentrarsi in una penetrante drammaticità esistenziale.

La storia viene narrata da cinque dei protagonisti, ed ognuno dei cinque capitoli riproduce la confessione di ognuno di loro.
Confessione numero uno: la madre di Manami, la professoressa Moriguchi.
In procinto di abbandonare la sua professione, prima di congedarsi dalla classe, la donna tiene il suo ultimo discorso alla scolaresca. E' un discorso a cerchi concentrici, che parte da considerazioni etico-sociali, affronta la storia della sua vita ed infine culmina con una sconvolgente confessione: la professoressa sa che la piccola Manami è stata uccisa da due allievi proprio di quella classe e per quei due ragazzi la donna ha allestito una vendetta tremenda.
L'inizio scanzonato del film è in stridente contrasto con l'ultima lezione della professoressa Moriguchi. Le sue parole, la sua ultima lezione, cadono nel vuoto disattento della classe, un gruppo di tredicenni giocosi e distratti, che bevono cartoni di latte.
E' una riflessione amara sulla perdita del valore più prezioso che appartiene all'uomo, una mezz'ora tremenda e straordinaria per intensità e tensione. La propria vita perde significato e diventa una rincorsa a chimere di gloria e di appagamento: "è facile dimenticare che significa vivere". La vita altrui perde significato e diventa strumento di prevaricazioni: "I deboli faranno sempre del male a quelli più deboli di loro".
Nessuna parola è casuale: "ci sono due regole che ho scelto di seguire. Uno: rivolgersi agli studenti in modo educato. Due: fare del mio meglio per mettermi sul loro stesso livello". Due semplici regole che erano la base del metodo educativo di una normale professoressa e che ora diventano criteri di attuazione della sua vendetta.
Confessione numero due: l'allieva Mizuki Kitahara.
E' la persona che meglio comprende lo stato d'animo della professoressa Moriguchi, perché con lei condivide lo sguardo cinico nei confronti della vita. La sua confessione è la rivelazione di un vissuto violento, tenuto celato agli occhi del mondo dal suo dolce e timido viso.
Confessione numero tre: Yuko Shimomura, madre di Naoki, uno dei due studenti coinvolti nella morte di Manami.
La sua voce narra di come i suoi occhi, accecati d'ostinato amore materno, si riaprano all'improvviso senza saper più riconoscere il proprio figlio.
Confessione numero quattro: Shuya Watanabe, l'alunno "A".
E' la mente del gesto sconsiderato ed eclatante ai danni di Manami. La sua confessione viene esposta con la voce ferma, presuntuosa e sprezzante di un piccolo genio corrotto, ma rivela un animo fragile, solitario e bisognoso di un'attenzione mai ricevuta.
Confessione numero cinque: Naoki Shimomura, l'alunno "B".
E' il braccio del piano ideato da Shuya. La sua confessione è la storia di un bambino che è sempre stato tutto agli occhi della madre e nulla agli occhi del mondo e che nel momento in cui effettua l'unica scelta importante della sua vita (partecipare al piano di Shuya) sovverte la propria esistenza, attirando su di sé gli sguardi di tutti e scomparendo dallo sguardo della madre.

"Pop": è l'impercettibile suono di una bolla di sapone che esplode. "Il suono di qualcosa di importante che sta sparendo".
"Confessions" riproduce una vicenda intricata sotto uno sguardo estremamente pessimista: un quadro che parla di mancanze, di perdite subite, di asprezze, di solitudini e di assenze. E' un po' il leitmotiv del moderno cinema made in Japan: la dissoluzione di valori fondamentali che annulla la possibilità di salvezza; la decadenza di ambienti protetti quali famiglia e scuola; gli atteggiamenti nichilisti dei giovani che sfociano in disinteresse e tendenze suicide.
Sublimazione di questa tetra cornice è la riflessione esistenziale della tredicenne Mizuki ("La vita è un fardello pesante da sopportare? Di chiunque essa sia?"), che cade nel pessimismo più radicale: "La vita non vale niente".
La conseguenza è che ogni relazione appare totalmente priva di sincerità e trasparenza. Persone stupide o ingenue diventano strumenti nelle mani degli altri, patetici burattini privi di vita propria e animati dalla malizia altrui. Nell'altro si vede solo ciò che si vuole vedere.
Sono tutti sintomi di una relazionalità malsana, che genera rapporti patologici, in cui persino quelle che dovrebbero essere figure di riferimento appaiono incoerenti, fragili ed egoiste.
La professoressa Moriguchi, madre ed insegnante, si ritiene colpevole della morte della figlia ("Ho fallito come sua custode"), ma non esita a rovinare la vita di figli altrui.
Il suo sostituto, "Werther", mette nelle sue azioni un entusiasmo tanto viscerale quanto infantile, tanto da diventare facilmente manovrabile sia dai suoi alunni sia dalla Moriguchi, che lo rende strumento della sua vendetta.
La madre di Shuya antepone il proprio genio, la propria ambizione al figlio. Il sangue che scorre in lui non è l'amore materno che lo ha generato, bensì il talento di un genio incompreso. Shuya diventa addirittura un limite, un limite odiato, fino alle parole che nessuna madre dovrebbe mai dire ad un figlio ("Se solo tu non fossi qui..."), fino al gesto che nessuna madre dovrebbe mai fare (andarsene dal proprio figlio).
La madre di Naoki ama follemente suo figlio, in un eccesso che la rende cieca. I suoi occhi non hanno mai smesso di vedere Naoki come il dolce piccolo raffigurato in una vecchia foto ingiallita, e ora non sanno capire che quel timido bambino è diventato un adolescente chiuso, un alunno mediocre, un carattere debole. Non sanno leggerne prima la solitudine e poi il terrore della morte, che in un crescendo di follia lo porta ad un gesto fatale.

Dire che la storia s'impernia sul tema della vendetta è un corretto inquadramento delle dinamiche di trama, ma al contempo costituisce una lettura riduttiva della storia narrata.
I "revenge movies" vengono da un settore oggi molto inflazionato, anche e soprattutto nel cinema d'Oriente, dove ad esempio la ben nota cinematografia di Park Chan-wook (la cui "trilogia della vendetta" è da tempo nota ed apprezzata anche in Italia) costituisce una vera e propria pietra miliare del genere.
Il "revenge movie" di Nakashima non è un thriller denso di azione dal ritmo incalzante: è più un dramma cupo, poetico e struggente, in cui la trama della vendetta non è impregnata di violenza travolgente, bensì intessuta come un lento, inesorabile sprofondare in sabbie mobili. E' una vendetta sottile, che opera soprattutto a livello psicologico e che assume senso in lunghi monologhi dai contenuti importanti (monologhi implicitamente strutturali, in un film che parla di "confessioni").
La vendetta è l'alfa e l'omega, filo conduttore di un alfabeto che in realtà racconta una storia infinita, che parla le lingue della vita e della morte e del valore di ognuna di esse. Parla di una scala di valori e del sovvertimento di questi. La vita parla di morte e la morte parla della vita. Il talento affonda nel nulla e la banalità esplode in fiamma dalla nitida visibilità. Madri private di figli e figli in cerca di madre. Ragazzini subiscono il destino preparato da altri, dettando a loro volta destini altrui.
L'epilogo è necessariamente tragico. Nel bilancio delle singole vite raccontate, tutti perdono qualcosa o qualcuno. La vendetta non arricchisce: distrugge vite e travolge famiglie. Sembra quasi una riflessione sull'incapacità di ottenere soddisfazione dalla vendetta. O forse sull'impossibilità di una vendetta: nulla può ripristinare lo status quo ante, e il dolore chiama dolore.

"Confessions" è un magistrale sfoggio di tecnica perfetta.
I virtuosismi di Nakashima e l'attenzione ai dettagli creano un dipinto d'ineffabile bellezza. La fotografia in particolare arriva a livelli incredibili di espressività, infondendo in immagini meravigliose dei significati emotivi estremamente intensi.
Suoni ovattati e musiche malinconiche intervallano i lunghi monologhi. E intanto, la pioggia cade sulle gioie effimere e sulle miserie umane. Cade sulle rose, cade sulla piscina in cui galleggia il corpo della piccola Manami. Il ripetuto utilizzo dello specchio fish-eye è una tecnica mirata al distorcere lo sguardo su una realtà tanto dura da sembrare irreale.

E' un'esperienza che sconvolge i pensieri, che crea nello spettatore stesso progressivamente simpatia, empatia e avversione per tutti e per nessuno.
E' una visione che merita la fiducia, l'abbandono dello spettatore all'ipnosi emotiva che ne deriva.

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Recensione a cura di ilSimo81 - aggiornata al 04/01/2013 11.09.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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