Recensione il mio grosso grasso matrimonio greco regia di Joel Zwick USA 2001
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Recensione il mio grosso grasso matrimonio greco (2001)

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locandina del film IL MIO GROSSO GRASSO MATRIMONIO GRECO

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Secondo me il pubblico ne ha abbastanza di un certo americanismo, di film spettacolari imperniati su violenza, spettacolarità fine a se stessa, inseguimenti in auto, e tanti, tanti effetti speciali. E ne ha abbastanza perché questo tipo di cinema è l'espressione di un mondo nevrotico e schizzato, che mira a dipingere una realtà essenzialmente loro, non necessariamente dell'universo intero. Realtà fatta di violenza, aggressività vincente, sperequazioni tra ricchi e poveri, forti e deboli, bianchi e neri (o "colorati" in genere); nei fatti diametralmente opposta alla sostanza delle cose, molto più sfumata e rispettosa dell'"umano" e delle sue naturali debolezze.
Vero, peraltro, che con il suo strapotere e la sua ricchezza la cultura yankee arrivi a colonizzare buona parte del mondo, e sempre di più. Ma altrettanto vero che non riesca a sopprimere del tutto le tradizioni popolari di genti molto più antiche, di origine indoeuropea, ad esempio; le quali invece mirano faticosamente a salvaguardare costumi e tradizioni antiche, anche per uno spirito di (auto)conservazione che giunge dal profondo.
Prova evidente di quanto detto, anche e soprattutto nella situazione politica attuale, dove la guerra in Iraq, come già quella del Vietnam, non sembra potersi vincere con il solo uso della forza; almeno fino a quando non si arriverà, in qualche modo, a creare una sintonia effettuale con la precedente civiltà del Paese ospitante. Fino a quando, cioè, arroganza e spocchia del prepotere non lascino spazio alla più doverosa tolleranza, nel rispetto della diversità della tradizione e dei costumi delle genti.

La premessa per introdurre, nel bene e nel male, il discorso sul fortunato film di Joel Zwich.
La facile commedia "Il mio grosso grasso matrimonio greco" ha fatto in America una vera fortuna; costato solamente 5 milioni di dollari alla produzione, ne ha incassati, solo nel primo anno, oltre 200, stabilendo un raro record. Che deve fare riflettere, nell'ottica sopra esposta; che cosa può essere piaciuto, a livelli da record, in una storia così semplice e banale? Che è poi quella di una famiglia di poveri immigrati greci, rimpannucciatisi economicamente in una sola generazione, e che danno in sposa ad una americano DOC la loro unica figliola; bruttina, peraltro, non certo platinata e smagliante come di prammatica nel cinema holliwoodiano.

Evidentemente il processo di identificazione di tutti i "meno belli", poveri, immigrati e non Wasp, ha portato il pubblico più numeroso a sognare, come nelle Soap Opera, e ad illudersi di essere americani non di serie B; non meno degni di assurgere alle luci della ribalta, di avere visibilità, di diventare interpreti di un Grande Fratello, o di patire la fame in un'altra Isola dei Famosi. L'ennesimo processo di identificazione da parte dei derelitti, pericoloso come nei revanchismi nazionalisti della Germania di Weimar, o nei sogni di potere della bassa padania bossiana. Il che non significa di certo che la "dimensione popolare" non abbia diritto di rappresentazione, come stanno a dimostrare illustri esempi cinematografici di racconto del reale, di Visconti ("Rocco e i suoi fratelli" - "La terra trema") come di Pasolini ("Accattone"); dove peraltro il dramma dell'esistenza dei ceti non privilegiati emerge con la drammatica evidenza del reale, e non coi toni del grottesco (o del sarcasmo?).

Perché in effetti, nel film in questione, famiglia ed amici, tutti immigrati greci, sembrano visti con occhio sardonico da vero razzista, che esamina dall'alto le mosse di un popolo ritenuto inferiore, con la curiosità di un bambino allo zoo: si diverte, incuriosito, ma, per lui, sempre animali sono. E chi conosce gli abissi del campanilismo mi capirà benissimo! Peccato, dunque, per un film dove, invece, si troverebbe qualcosa di buono. Ad esempio nella figura dell'interprete femminile, Nia Nardalos (anche soggettista), che interpreta in modo assolutamente convincente il ruolo della donna "normale", amabile anche se bruttina, e pertanto sensibilissima; come in quella del padre, teneramente amoroso della figlia, ai suoi occhi bellissima e sacrale. Come vuole, per l'appunto, la profonda tradizione familiare delle genti mediterranee, incomprensibile per i "barbari" anglosassoni, conquistatori del mondo e colonizzatori, che, in virtù di ricchezza e potere, guardano dall'alto con immotivati sensi di superiorità. Neppure credibili quando, come i genitori dello sposo nel film, sembrano aver capito tutto, accettando e solidarizzando coi modi greci dell'essere. Come Don Rodrigo, fintamente ossequioso di fronte al convitato Fra' Cristoforo!

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Recensione a cura di GiorgioVillosio - aggiornata al 06/07/2005

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