Recensione l'orgoglio degli amberson regia di Orson Welles USA 1942
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Recensione l'orgoglio degli amberson (1942)

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locandina del film L'ORGOGLIO DEGLI AMBERSON

Immagine tratta dal film L'ORGOGLIO DEGLI AMBERSON

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«I vecchi tempi sono andati per sempre, sono morti, quelli che contano sono i tempi nuovi», dice Eugene Morgan (Joseph Cotten), nuovo ricco della nascente industria automobilistica, durante l'ultimo ballo in casa Amberson, gloriosa famiglia di pionieri latifondisti di Indianapolis.

È la fine di un'epoca, quella a cavallo tra '800 e '900, che Orson Welles sceglie di raccontare con "L'orgoglio degli Amberson" del 1942, tratto dal romanzo Premio Pulitzer di Booth Tarkington, a solo un anno di distanza dal folgorante esordio con quel "Quarto potere" che, in un clima di scandalo e boicottaggio (il film era una sorta di biografia non autorizzata del magnate dell'editoria William Randolph Hearst), ridefinì i canoni cinematografici fino ad allora vigenti, segnando per sempre la cultura e l'arte del XX secolo.

Ancora una vicenda umana, con il respiro del grande affresco storico, per parlare dei cambiamenti di un'America in ascesa e di tutti quei padri fondatori incapaci di reggerne il passo da carica. Una riflessione severa e spietata, modulata attraverso un melodramma famigliare irto di ostacoli sentimentali, dove i legami tra i personaggi divengono simbolo di una vera e propria crisi del tempo.

Il tema centrale del film si forgia splendidamente in una sceneggiatura (dello stesso Welles) in grado di unire al coro di caratteri anche una varietà di episodi tali da rendere estremamente vitale l'incedere degli anni, anche grazie ad alcuni escamotage narrativi decisamente audaci (magnifica l'alternanza iniziale di cappelli, stivali e soprabiti a sottintendere il via vai delle mode), ma al contempo struggente nell'esaltare l'impossibilità della ventennale passione che unisce il progressista Eugene a Isabel Amberson (Dolores Costello), donna amata sin dalla gioventù, ma bloccata da logori schemi borghesi.

Così, gli splendori e le miserie della nobile famiglia terriera trasfigurano in alcune sequenze entrate ormai di diritto tra le pagine di cinema più belle del regista, e non solo: il corteggiamento, goffo e deludente, del protagonista alla sua diletta; il ricordo di un'infanzia da scavezzacollo viziato (è George, figlio di Isabel, interpretato da Tim Holt); le chiacchiere profetiche della gente in strada; il ballo in villa, entro cui la macchina da presa si addentra discreta, quasi ultima invitata a sovrintendere nascite e rinascite di amori nuovi o mai sopiti; discussioni complesse (tra George e la zia Fanny, una grandissima Agnes Moorehead) rese con piani sequenza fortemente espressivi sul piano visivo, con arredi e sfondi scenici tanto presenti da risultare opprimenti; l'enorme scalinata di casa Amberson, straniante nella sua spirale di colonnine e merletti in chiaroscuro (per merito dell'eccezionale fotografia di Stanley Cortez), emblema di intrigo e di dolore, di segreti e rancori, di una salita e di un'irrecuperabile caduta.

Nonostante i mezzi a disposizioni largamente inferiori rispetto al precedente film del regista, "L'orgoglio degli Amberson" rimane un'opera di innegabile stile e di raro trasporto emotivo, maniacale nella cura della messa in scena senza che si sfiori mai uno sterile calligrafismo, di assoluta avanguardia per una grammatica filmica che qui annovera l'uso innovativo e sorprendente del grandangolo e dei mascherini, nonché dei titoli di coda "interpretati" e letti dalla stessa voce dell'autore, e commovente per come riesce a coinvolgere lo spettatore nell'inesorabile giro del destino dei personaggi.

A testimonianza del risultato fuori dal comune ottenuto da Welles, rimarrà per sempre l'atroce censura della casa di produzione Rko, che affidò il montaggio finale del film ai futuri registi Robert Wise e Mark Robson, esecutori materiali del taglio di oltre 40 minuti di girato, nella speranza di rendere più appetibile l'opera alle grandi platee già provate dalla guerra ma, di fatto, deturpando irrimediabilmente un possibile capolavoro; non a caso, il posticcio finale roseo è in palese contrasto col disilluso pessimismo che permea l'intera opera.

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Recensione a cura di atticus - aggiornata al 05/10/2012 13.07.00

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