Recensione mammuth regia di Benoît Delépine, Gustave de Kervern Francia 2010
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Recensione mammuth (2010)

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locandina del film MAMMUTH

Immagine tratta dal film MAMMUTH

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Una biografia lavorativa molto eterogenea (da buttafuori a becchino), di cui gli ultimi dieci anni prestati presso un'azienda produttrice di insaccati. E come riconoscimento, una festicciola squallida e disinteressata, con in più duemila pezzi di un puzzle, regalato da quegli amici "innaturali" e passeggeri che sono gli ex-colleghi di lavoro.
Il periodo da pensionato di Gérard Depardieu/Serge Pilardosse (detto "Mammuth" per la sua robusta corporatura e per il fascino davvero particolare della sua moto anni '70 di grossa cilindrata, prodotta dalla tedesca Münch) inizia così. E prosegue con i problemi alla prostata, ai quali danno il cambio una monotonia intollerabile e laconici giri a vuoto intorno al tavolo da cucina.

Inadeguato ai semplici episodi della vita, il preistorico Serge non chiama surrealmente aiuto, nemmeno quando trova un uomo senza vita disteso sul pavimento del supermercato. Mantenendo fede alla sua indole goffa e scorbutica, rimane incastrato tra due auto col carrello della spesa. Sostenuto da una smisurata Yolande Moreau (sua moglie nel film), vogliosa di attaccar briga sul lavoro e ingenuamente aggressiva verso una giovinetta sconosciuta o un addetto di call center, da una chimerica Isabelle Adjani e dalla zuccherata diversità di Miss Ming, Serge viene sommerso da uno stravagante road movie che sembra rimettere insieme proprio quei molteplici frammenti di un puzzle che si chiama Passato.

Capello lungo e trascurato, ripreso spesso di spalle come il Randy "The Ram" di Mickey Rourke, ma più maldestro e teatrante, il suo ring personale è più grande di quello del combattente di wrestling e i suoi scontri sono più sociali che fisici, eppure altrettanto aspri. Il suo personale dissidio diventa il confronto tra un uomo istituzionalmente handicappato e una collettività progredita e insensibile, pronta a rifiutarlo con tutte le sue ipocrite forze.
Dato che Serge non può essere sempre accontentato, l'amministrazione pubblica sta lì a ricordargli che le buste paga sono incomplete e la pensione in pericolo. La moglie lo invita così ad andare in cerca delle tessere perdute, per recuperare le cedole delle occupazioni svolte qualche decina di anni prima.
Scopre ben presto una situazione economica e lavorativa agli sgoccioli, tra datori di lavoro in vacanza, piccoli esercenti invisibili al fisco, azienducole chiuse e abbandonate. I dipendenti di oggi vengono remunerati in nero e, in una crescente idrofobia per coloro che hanno già raggiunto il traguardo previdenziale, intrattengono colloqui immaginari con i manichini. E' il massimo condensato della figura del precariato che, astioso e sull'orlo di una crisi di nervi, è oppresso da una serie di problematiche che paiono invalicabili.

Benoît Delépine e Gustave Kervern, dopo il glorioso "Louise Michel" dello scorso anno, ritornano irrisori e bizzarri, confermando la loro attrazione per i racconti rigorosi e per "la macchia che non se ne va". Il loro cinema persiste su uno schermo satollo di colori e che pare sfaldato attraverso una riduzione di pixel che ne compromette la risoluzione, su di un grosso elefante lercio, scarmigliato e fetido, tanto che è meglio telefonare alla mamma per avere istruzioni nel caso di incontro ravvicinato, e su un impudico e buffo "compromesso masturbatorio" con cugini in vena di riesumazioni erotiche adolescenziali.

Elogio della lentezza, il peregrinare di Serge è una specie di moderno recupero crediti, un modo per imparare l'arte del riciclo e riscoprire cose e sentimenti semplici come ha saputo fare, malgrado tutto, sua nipote. La visione del film diventa così un sistema per cercare quegli oggetti di valore che sono soliti scomparire sotto la sabbia dopo il passaggio dei bagnanti. Ci vuole metodo per questo ed è quello proprio dell'incantevole Depardieu il quale, fenomenale e pieno di una spiritualità quasi inoperosa, incide sul film attraverso dialoghi e contesti fantasiosi. Per questo il personaggio dell'Amore fantasma, finché non viene riconosciuto come tale, non permette a quello reale di esprimersi.

Apparentemente docile e leggero, "Mammuth" è sorprendentemente attuale e corrosivo, rivelando il lavoro come un procedimento silenzioso e subdolo di spersonalizzazione, votato al materialismo ed estremamente autoreferenziale, che fa perdere di vista la nozione di fratellanza e la possibilità di attingere a risorse poetiche fatte di semplici rime baciate.

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Recensione a cura di pompiere - aggiornata al 10/11/2010 11.37.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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