Recensione marnie regia di Alfred Hitchcock USA 1964
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Recensione marnie (1964)

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locandina del film MARNIE

Immagine tratta dal film MARNIE

Immagine tratta dal film MARNIE

Immagine tratta dal film MARNIE

Immagine tratta dal film MARNIE

Immagine tratta dal film MARNIE
 

Questo film, uscito nel 1964, è uno dei thriller più suggestivi ed emozionanti creati da Hitchcock; nonostante il buon risultato ottenuto sul congegno narrativo, la risonanza critica che tuttora accompagna questo film non lascia dubbi sul fatto che sia stato in buona parte incompreso.

"Marnie" è un film a colori forti, inquietanti: tinte aggressive che evocano pulsioni passionali. Un'opera che lascia stupiti per le ideali proporzioni figurative e sceniche costruite da Hitchcock tra spettacolo, credibilità dei personaggi, attendibilità dei fatti raccontati, e un non facile suspense avente per oggetto un grave problema psicologico.
La pellicola mostra qualità particolari nei contenuti e una notevole ricchezza di forma, quest'ultima appare molto ricercata ma mai affettata, sempre fluida e coerente con il difficile tema psicanalitico trattato: in virtù di un linguaggio visivo altamente comunicativo e sempre sopra le righe.

Il film non ha avuto un grande successo di pubblico. E il lungometraggio ha superato a stento l'esame rigoroso della critica cinematografica, quella più meditativa: che scrive, dopo un mese dall'uscita del film, nelle riviste cinematografiche di maggior diffusione e che quindi è in grado di approfondire meglio quelle componenti analitiche che la pellicola a prima vista lascia solo intravedere in superficie. Questi scritti sono apparsi anche su internet seppur in modo molto selezionato. Sfogliando con il mouse nei siti di cinema più accreditati si possono leggere qua e là delle lodi a "Marnie". In particolare viene apprezzato il suo avvincente e imprevedibile finale: tutto giocato sul filo della costruzione di un'attesa logicamente probabile che all'improvviso sorprende da ogni comune aspettativa mostrando, con un episodio chiave, la vera logica sottesa ai fatti mostrati. Concordo con questi scritti che si sono impegnati in un giudizio ben elaborato e lusinghiero sul finale. Per gli spettatori la fine del racconto è stata una sorpresa impeccabile, lontana dai banali falsi finali messi in atto nei numerosi film gialli dell'epoca.
Questi benevoli saggi sul film, espressi sia da alcuni critici che da diversi spettatori, vanno un po' controcorrente, probabilmente perché scaturiscono da quella parte di critica e di pubblico più interessata e attenta allo svolgersi dei meccanismi psicologici freudiani presenti nella sceneggiatura. Prodotti psicanalitici questi ultimi di grande suggestione e sapientemente sceneggiati in funzione dello spettacolo legato al genere giallo.

Nel complesso questa pellicola stenta a entrare nell'Olimpo dei film hitchcockiani. Non è stata valorizzata a sufficienza dal complesso dei critici, cioè da tutto quel mondo giudicante che scaturisce dalla vasta geografia formativa-culturale degli studiosi di cinema, questi ultimi giudicano infatti i film a seconda del tipo di influenza culturale avuta e si sa che la psicanalisi non ha mai goduto nel mondo della cultura cinematografica di una grande e vasta simpatia. Perciò Marnie non viene considerata come appartenente alla serie maggiore di pellicole del regista inglese, per capirci: quelle che vanno dagli anni '40 ai '60. Infatti, secondo molti critici "Marnie" non può competere con "Vertigo", "Intrigo internazionale", "Psyco", "Gli uccelli".

Viene spontaneo chiedersi perché ai critici e al pubblico questo film sia piaciuto poco. Forse uno dei problemi risiede nella sceneggiatura, che è un po' particolare. Nel senso che Hitchcock ha messo al centro del racconto un enigmatico trauma infantile su cui ruota tutto: suspense e numerose tensioni drammatiche, spettacolo e divertimento, allusioni erotiche e bellezze fisiche dei due protagonisti. Il film sembra allontanarsi dalla solita serie di pellicole a emozioni variabili ed estreme quali quelle aventi al centro cadaveri e personaggi che traboccano di intenzioni omicide, tipiche degli intrecci di Hitchcock. Il regista inglese sembra che abbia voluto dare a questa pellicola un andamento eccessivamente sperimentale.
Hitchcock ha provato a inserire in toto alcuni aspetti centrali della teoria psicanalitica, quelli più legati ai gravi traumi infantili: come la dimenticanza del ricordo traumatico custodito dalla rimozione e dalla resistenza, i piacevoli sintomi compensativi che si formano in seguito ad essi come la cleptomania e il gioco delle bugie difficili da scoprire, e per finire la funzione risolutrice dell'analista. Quest'ultima è incarnata da Mark (Sean Connery) e per quanto in questo caso risulti una funzione un po' paradossale, perché l'uomo è troppo interessato affettivamente a Marnie, ciò nonostante, in virtù di una reciproca seduzione erotica con la ragazza che via via si rafforzerà, l'uomo acquisterà un forte e autentico potere di influenzamento sull' inconscio di Marnie che gli permetterà di modificare il corso di alcuni suoi sintomi. L'esperimento di Hitchcock ha avuto un successo di tipo letterario ma non di spettacolo, lasciando poco in termini cinematografici che possa essere condivisibile con le aspettative emotive delle masse.

Hitchcock credeva che quanto espresso sarebbe stato sufficiente a suscitare curiosità, interesse, tensioni, sorprese, false attese verso il finale; come dargli torto, visti gli ottimi risultati strutturali, solo che tutto è avvenuto su un piano visivo e temporale troppo inusuale, e con una certa lentezza del racconto dovuta alle lunghe spiegazioni verbali in funzione della comprensione di quanto stava accadendo. Siamo quindi lontani dai ritmi a dalle tecniche espresse con le scene incrociate e le sequenze parallele nonché con gli incastri plurimi che avevano reso famoso il film hitchcockiano dandogli un'impronta anche popolare; tutto ciò in questo film è ridotto all'osso, e per questo motivo il film non è riuscito a sedurre le masse.

Ma Hitchcock è anche questo: innovazione, sperimentazione, ricerca di una comunicazione intelligente e mai sicura: gioco variabile con l'inconscio dello spettatore per sedurlo ma anche irretirlo per sconvolgere il suo gusto troppo chiuso e tradizionale.
Il regista inglese ama lo studio incessante della sceneggiatura in funzione della creazione della novità cinematografica. Uno studio teso alla costruzione di Luna Park sempre nuovi e aggiornati rispetto a ciò che la storia umana rilascia instancabilmente nel suo cammino: cioè quei dettagli evolutivi nuovi e cinicamente indifferenti al costume tradizionale di un passato che vuol sempre padroneggiare nel presente.

La pellicola è tratta dal romanzo omonimo di Winston Graham ed è stata sceneggiata dallo stesso autore del libro insieme a Jay Presson Allen. Il film a differenza del libro si cala in un lieto fine chiaro che fa pensare a una piena soluzione dei problemi e degli enigmi, messi in gioco dal racconto visivo. E' un finale tradizionale ma con contenuti nuovi, dove protagonista è l'impersonale della scienza psichica, una questione inconscia illuminata dalla psicanalisi e ben trasposta nel linguaggio visivo.
Trionfa il bene. Quindi la soluzione del problema medico. In questo caso ciò avviene con la forza dell'amore. Questo è tipico di molti film dell'epoca. Basti ricordare i numerosi noir americani di successo degli anni '40, caratterizzati dallo scioglimento nel bene, anche moralistico, del lungo inghippo enigmatico e psicologico proposto nel racconto. O le forti tensioni e sofferenze patite dai protagonisti in numerosi film, che a un certo punto trovano sbocco in una direzione di normalità perbenista grazie all'intervento di un uomo o di una donna speciali, un perbenismo positivo ideologicamente ben presente nel sogno popolare e ancora molto vigente.

Direttore della fotografia è il famoso e stimato Robert Burks. La colonna sonora è di Bernard Herrmann, fondatore della New Chamber Orchestra, direttore della CBS Simphony Orchestra, compositore di musiche per i film di Orson Welles e Francois Truffaut. Hermann per capacità suggestiva della sua musica, sempre ben legata e ritmata con gli eventi immaginifici della trama, è considerato tra i migliori autori di colonne sonore. Ricordiamo tra molte pellicole "Il ladro", "Intrigo internazionale", "Viaggio al centro della terra", "Psyco" ed "Il promontorio della paura. Hermann nasce nel 1911 a New York e muore a Los Angeles, California, alla precoce età di sessantaquattro anni.

Tra gli interpreti da sottolineare l'interpretazione di Melody Thomas nella parte di Marnie bambina e la splendida Tippi Hedren che supera se stessa proprio in uno dei ruoli più difficili tra quelli imposti da Hitchcock: quello della nevrotica avvenente e sessuofobica.
Sean Connery, dal canto suo, afferma il suo valore di attore poliedrico e di grande talento espressivo, recitando con disinvoltura e buona immedesimazione la parte dello psicanalista improvvisato e interessato al corpo oltre che alla mente di Tippi Hedren.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 24/04/2007

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