Recensione pather panchali - il lamento sul sentiero regia di Satyajit Ray India 1955
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Recensione pather panchali - il lamento sul sentiero (1955)

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locandina del film PATHER PANCHALI - IL LAMENTO SUL SENTIERO

Immagine tratta dal film PATHER PANCHALI - IL LAMENTO SUL SENTIERO

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L'India ha una storia cinematografica particolare. In quella nazione il cinema rappresenta il mezzo più diffuso e popolare di divertimento e svago, e fin dagli anni '30 si è fissato in schemi che ricalcano il cinema americano di Hollywood. E' prima di tutto un'industria e come tale produce prodotti in serie, quasi tutti simili fra loro. Le storie sono per lo più melodrammatiche o avventurose, gli attori divi di grido fascinosi e teatrali, le location suntuose o tipizzate. C'è insomma un'atmosfera molto convenzionale, patinata, fatta esclusivamente di stereotipi. E' un cinema di pura evasione dalla realtà, quasi mai ritratta dal vero.
Altra caratteristica basilare del cinema indiano è il fatto che è infarcito di canzoni e balli. Le canzoni poi sono cantate in playback non dall'attore ma dal cantante di grido, tanto che i film sono diventati il mezzo principale per lanciare i successi musicali più popolari.

Ironicamente, proprio da un ambiente artistico così rigido e sfavorevole ai film anticonvenzionali è uscito un regista, Satyajit Ray, autore negli anni '50 di alcuni fra i film più veri, profondi e poetici mai realizzati.
Cresciuto in una famiglia di artisti, studia presso uno dei più grandi poeti indiani, Tagore. Diventa un disegnatore pubblicitario e durante il soggiorno in Inghilterra ha il colpo di fulmine per il cinema. Rimane colpito soprattutto dalla visione di "Ladri di biciclette". Ritornato in India, decide di dedicare la vita al cinema e all'arte. Avvia l'attività di importatore di pellicole e soprattutto fa l'assistente al regista Jean Renoir, che stava girando un film in India.

L'entusiasmo, la voglia di emulare il cinema della verità sociale e sentimentale, lo spinge a girare un film da uno dei più belli e poetici racconti della letteratura indiana: "Pather Panchali" ("Il lamento sul sentiero"), la travagliata storia dell'infanzia di un bambino bengalese.
Non meno travagliate furono le riprese, continuamente interrotte dalla mancanza di soldi, in quanto nessuno si prendeva la briga di finanziare un film fuori da qualsiasi canone commerciale. Ray riuscì a finire il film dopo due anni, solo grazie a un contributo finanziario del governo bengalese.
"Pather Panchali" uscì nel 1955 e con grande sorpresa riuscì ad affascinare il pubblico indiano. La consacrazione internazionale avvenne al festival di Cannes del 1956, dove vinse un premio della giuria. Il film diventò ben presto un punto fermo nella cinematografia mondiale. Tuttora, a più di 50 anni dalla sua uscita, conserva intatto lo speciale fascino visivo, tutta la sua delicata poesia, la profondità e la verità dei sentimenti espressi.

La storia racconta la semplice vita - dura, difficile - di una povera ma dignitosa famiglia bengalese di inizio Novecento. Le loro piccole grandi vicende sono inframezzate da scene che ci fanno conoscere (in maniera molto poetica) l'ambiente in cui vivono: un tipico piccolo villaggio indiano fra campi di riso, boschetti di bambù e specchi d'acqua.

Il capofamiglia, Hari, vive officiando funzioni religiose presso famiglie ricche. E' un uomo senza grandi attrattive, modesto, buono ma debole e indeciso. Vive soprattutto di sogni (vorrebbe diventare scrittore), ma riesce a malapena a non far morire di fame la famiglia.
Sua moglie è una donna molto pratica, quella che tiene le redini della casa. Le ristrettezze la portano a volte a essere dura, severa. In realtà soffre profondamente l'indigenza e la cattiva fama presso il villaggio. Preferirebbe morire di fame piuttosto che elemosinare presso gli altri. Sogna solo "due pasti al giorno e vestiti nuovi due volte l'anno". E' lei la vera protagonista del film e le sue espressioni trattenute giganteggiano in tante scene del film.
Hanno una ragazzetta adolescente, Durga, molto vivace e dal carattere deciso. Soffre moltissimo il suo stato indigente (non poter avere bei vestiti, bei giocattoli, un bel marito) e la rabbia trattenuta la porta a "rubare", a riequilibrare a modo suo la disparità sociale. Nonostante il suo animo buono (fa l'elemosina ai poveri) il destino avverso le si accanirà contro.
Durante il film nasce e cresce l'ultimo componente della famiglia, Apu, che diventa un vispissimo bimbetto, pieno di vita, che scorazza allegro per i campi, per i fossi e assiste incantato con i suoi occhioni neri alle gioie e ai dolori della vita.

C'è però un altro personaggio importantissimo, il più caratteristico del film, una vecchia decrepita chiamata Zia Indira. In realtà non ha alcuna parentela con la famiglia e viene tenuta in casa solo perché è sola e non ha un tetto dove ripararsi. La madre di Apu vede questa situazione di cattivo occhio (una bocca in più da sfamare) e non perde occasione per rinfacciare – crudelmente – a Indira la sua situazione di estranea, invitandola ad andarsene.

Tutto qui? Sì, in questo film collettivo e corale non si raccontano avventure o avvenimenti melodrammatici, c'è solo tanta tanta vita quotidiana vissuta, con passione, con dolore, con l'assillo della fame, degli eventi atmosferici avversi, delle malattie e (non meno dolorosa) della solitudine.

Ciò che rende il normale, il quotidiano, un'esperienza estetica unica ed appagante è la grande arte di Ray. Prima di tutto la mdp non si fa sfuggire nulla anche dei particolari più insignificanti. Vediamo in primo piano le mani che impastano il riso, la preparazione dei cibi, stendere i panni, spazzare il cortile, annaffiare un fiore, pregare, giocare. Le figure e le situazioni vengono presentate in campo lungo per descrivere l'ambiente, poi in primo piano per esplorarne i sentimenti. E' un continuo passaggio di piani di ripresa che mira a documentare visivamente ed emotivamente tutto. Spesso vengono inserite scene descrittive e liriche che non c'entrano apparentemente nulla con la storia ma che sono forse le scene più belle del film. Si crea quindi come un flusso continuo di vita che affascina e ammalia e che riesce a evocare un'atmosfera poetica in pratica con la sola semplice riproduzione dell'ordinario.
A creare quest'atmosfera emotiva intensa contribuisce in maniera determinante la musica di Ravi Shankar; semplice, bellissima, composta solo da una percussione, un flauto e il sitar. Il tema del film (stupendo), presentato sui titoli di testa, viene variato per tutto il film e le note sinuose, avvolgenti del sitar rivestono di riverberi sonori le umili immagini di normale campagna e di povere persone che vivono.

Ray in qualche maniera va pure oltre il neorealismo italiano, nel creare un'estetica anticonvenzionale del reale. La mdp infatti non si "vergogna" a riprendere muri scrostati, case poverissime, tende grezze, vestiti ridotti a stracci e lo fa con nonchalance come se fosse la cosa più naturale e dignitosa del mondo. Tutti hanno diritto ad essere rappresentati artisticamente, anche se si tratta di persone vecchie, brutte, magre e decrepite.
Per questo diventa importantissimo il personaggio di Indira. In un film "serio" nessuno oserebbe mai dedicare un primo piano a una vecchia ossuta, ringrinzita, zoppa, gobba e strabica. Eppure a lei sono dedicate tantissime riprese, tanti primi piani. Addirittura in una scena viene inquadrata mentre dallo sfondo entra in un cortile e si dirige lenta, caracollante sotto il peso degli anni, con il suo sorriso sdentato, incontro alla mdp (e quindi verso gli spettatori). Si tratta di un tipo di presentazione che in genere viene riservato alla diva di turno che fulgida, splendida, rilucente, con il suo sorriso bianchissimo e luminoso si muove ammaliante verso il pubblico. Questo per far capire cos'è che conta per Ray, cos'è che fa "bella" una persona: non tanto il suo aspetto esteriore, la superficie, ma la quantità di vita vissuta e umanità che uno si porta dentro.

Altra scelta controcorrente di Ray è quella di non drammatizzare o enfatizzare gli eventi. Gioie, dolori, feste, disgrazie, tutto fa parte del flusso indistinto e poetico della vita. Esemplare è la scena della morte della povera Indira, da sola nel bosco, che avviene mentre i bambini intorno giocano allegri. Il suo funerale è una delle scene più belle e toccanti, con in sottofondo la canzone che usava spesso cantare:

"Quelli che sono venuti prima sono andati ed io resto indietro.
Trasportami sull'altra riva.
I giorni giungono a conclusione, discende il manto della notte.
"

I drammi non vengono evitati ma comunicati indirettamente, come ad esempio nell'intensissima scena della morte di Durga. Lì è l'infuriare della tempesta, del vento che sconquassa la fragile casa che simboleggia e rappresenta tutto il dolore, l'impotenza. Non meno intenso e toccante è il primo piano della madre il giorno dopo, che esprime tutto il dolore anche se ripresa di schiena nell'unico abbraccio di tutto il film.
Il culmine emotivo è però nella scena in cui il padre torna e scopre della morte di Durga. E' una scena che non si può descrivere, va solo vista per toccare con occhio quanto si riesca ad esprimere in maniera misurata e pudica.
Meravigliosa infine è la scena finale della partenza, in cui delle semplici espressioni e un pianto trattenuto dicono più di centinaia di parole, di mille scene strappalacrime.

Cosa resta da dire di "Pather Panchali"? A parere di chi scrive, si tratta di un grande piacere degli occhi e dell'animo, una delle più belle ed intense sintesi estetiche della vita mai create dall'arte.

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Recensione a cura di amterme63 - aggiornata al 22/04/2011 16.29.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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